Ghetto di Varsavia

 

Tra storia e rito

 di Anna Segre

 

Il settantesimo anniversario della rivolta del Ghetto di Varsavia costituisce un’ottima occasione per riflettere sul modo in cui la storia recente è stata rielaborata nell’ambito della cultura ebraica.

A Torino durante uno Shabbat (quindi purtroppo senza la possibilità di prendere appunti) si è svolta un’interessante discussione su questo tema. È stato rilevato da molti uno strano silenzio sulla Shoà da parte del mondo religioso (e in particolare di quello charedì, ultraortodosso, che pure è stato forse quello più duramente colpito). In effetti potrebbe stupire il fatto che non sia stata istituita una ricorrenza ad hoc per ricordare i sei milioni di ebrei uccisi; i loro nomi vengono menzionati nel corso di una ricorrenza già esistente da millenni, il digiuno del 10 di Tevet, che ricorda l’inizio dell’assedio di Gerusalemme da parte di Nabuccodonosor. Esiste poi Yom ha-Shoà, connesso alla rivolta del Ghetto di Varsavia, ma tale giorno non prevede uno specifico rituale religioso e pare più una sorta di ricorrenza civile israeliana occasionalmente ripresa nella diaspora. Comunque è interessante notare che la rivolta del Ghetto di Varsavia è un evento in qualche modo sui generis, straordinariamente significativo ma non esemplare di ciò che complessivamente è stata la Shoà. Come osservava Giuseppe Gigliotti nel numero scorso di Ha Keillah, sembra quasi che l’Israele degli inizi considerasse degni di ricordo e celebrazione solo coloro che si sono ribellati, mentre si parlava malvolentieri degli altri. La rivolta del Ghetto di Varsavia ha anche avuto la ventura di iniziare a Pesach, anzi, secondo il Rituale della Rimembranza che alcuni usano leggere durante il seder, proprio nella prima sera di Pesach, la “notte di guardia”, “notte prescelta” a cui sono legati secondo la tradizione moltissimi eventi della storia ebraica, compreso il futuro arrivo del Messia. È stata questa coincidenza di date a distinguere Varsavia da altri fatti legati alla Shoà oppure è stata la sua specificità “eroica”, il suo riconoscimento come evento particolarmente adatto alla trasmissione di determinati valori, a portare a sottolineare la coincidenza di date? D’altra parte va detto che l’usanza del Rituale della Rimembranza non è particolarmente diffusa (e pare esserlo ancor meno fuori dall’Italia) ed è tuttora oggetto di vivaci discussioni.

Al di là del peso che ha avuto e deve avere il ricordo della rivolta del ghetto di Varsavia, è evidente che l’ebraismo non ha ancora trovato un modo condiviso per rapportarsi alla Shoà. Nella discussione torinese sono venute fuori opinioni anche opposte tra loro: chi ha detto che è naturale che la Shoà abbia sempre meno peso nell’identità ebraica man mano che i fatti si allontanano nel tempo e i diretti testimoni sono sempre meno numerosi, chi pensa viceversa (come la sottoscritta) che settant’anni siano troppo pochi per elaborare un simile lutto e che probabilmente il passaggio dalla storia al rito richiederà secoli (anche se va detto che nel caso di Yom Ha-Atzmaut, che ricorda la nascita dello Stato di Israele, la ritualizzazione pare procedere a tappe molto più rapide). C’è chi ritiene il Rituale della Rimembranza poco appropriato per un’occasione festiva come il seder e chi invece lo ritiene superfluo visto che già si dice “non uno solo si è levato contro di noi per distruggerci, ma in ogni generazione si levano contro di noi per distruggerci”. A questo proposito va detto che nel mondo ebraico non è ancora stata digerita (dico ancora perché secondo me è inevitabile che prima o poi lo sia) l’idea che la Shoà sia un fatto unico, che non ha eguali per gravità nella millenaria storia degli ebrei, per quanto terribile essa sia stata; idea non accettata anche perché a volte sembra che i sefarditi rivendichino una sorta di paradossale par condicio nel dolore, come se la gerarchia nella gravità delle sofferenze implicasse una gerarchia nella considerazione che si deve alle vittime.

C’è poi chi ha rilevato l’assenza di Dio, e ha fatto derivare il non inserimento della Shoà nel rito dall’assenza di miracoli. È una tesi che non mi convince, prima di tutto perché anche nelle vicende di quegli anni si possono trovare miracoli, o almeno eventi soggettivamente considerati tali (in tutte le nostre famiglie si raccontano casi fortunati di vagoni non perquisiti, tedeschi distratti, controlli passati fortunosamente, bugie incredibilmente credute; ognuno di noi è convinto, probabilmente a ragione, che oggi non sarebbe qui senza uno o più di questi fatti capitati ai nostri genitori e nonni). In secondo luogo perché la tradizione ebraica anche nel passato è stata di bocca buona nel riconoscimento dei miracoli: nel caso di Chanukkà, che un’ampollina d’olio basti a far luce otto giorni è un fatto straordinario ma tutto sommato irrilevante (se non ci fosse stato l’olio per tenere acceso il lume del Santuario lo si sarebbe lasciato spento per una settimana; poco male: quante mitzvot non si osservano quando manca la possibilità di osservarle senza che nessuno ne faccia un dramma?) Nel caso di Purim, poi, non si parla proprio di miracoli, a meno che non vogliamo considerare miracoloso che un uomo di potere si lasci irretire da una ragazza giovane e bella. In terzo luogo, chi ha detto che gli eventi della storia ebraica per diventare rito debbano essere per forza positivi? Abbiamo molti digiuni in ricordo di momenti luttuosi, primo tra tutti Tishà Be-Av. Ci sono i passi biblici con le maledizioni, c’è il libro delle Lamentazioni, ci sono salmi che chiedono conto dell’abbandono di Dio o dichiarano il rifiuto di cantare in terra straniera. La mescolanza di positivo e negativo, di lutto e di gioia, caratterizza ogni istante della vita ebraica: alla fine dei matrimoni si rompe un bicchiere per ricordare la distruzione del Tempio, uscendo da un cimitero si va a mangiare o bere qualcosa perché la vita continua.

All’inizio della discussione Rav Birnbaum aveva posto il problema del peso eccessivo che la Shoà sembra occupare nell’identità ebraica di alcune persone. È vero che a volte la memoria pare fagocitare troppe energie, ma a me sembra che negli ultimi anni per evitare questo pericolo alcuni tendano a cadere nell’eccesso opposto, come se l’identità ebraica di oggi potesse prescindere dal ricordo della Shoà. La rivolta del Ghetto di Varsavia, proprio per le valenze simboliche che le sono state attribuite da un’Israele delle origini, laica e socialista, che oggi pare non esistere più, diventa spesso la prima vittima di questo processo di ridefinizione dell’identità: forse un Rituale della Rimembranza o un Yom Ha-Shoà ripuliti dal ricordo di una battaglia guidata da giovani in gran parte laici e di sinistra avrebbero meno difficoltà ad essere inseriti nel rituale.

Al Moked di Milano Marittima si è discusso di rivolte accostando (a mio parere un po’ forzatamente) quella del ghetto di Varsavia a quella di Bar Kokhbà del 132-135; quest’ultima, la cui tragica repressione ha avuto conseguenze ben più catastrofiche della distruzione del Tempio di settant’anni prima, non ha alcun posto nella liturgia se non per la festa di Lag Ba-Omer che ricorda un unico isolato momento positivo (la cessazione di una pestilenza). Dunque il passaggio da storia a rito non è sempre logico e lineare, ci sono sottolineature e rimozioni. Bisognerà attendere qualche secolo perché il ricordo della Shoà e quello della rivolta del ghetto di Varsavia trovino una collocazione stabile nel contesto della cultura ebraica.

Anna Segre

    

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