Ricordi

 

Ada

 di Silvana Calvo

 

Quando ci lascia una persona amica, che ci è cara, i ricordi si affollano nella mente, tanto da rendere difficile ordinarli per ricostruirne l’immagine da condividere con altri. Conviene forse partire dal ricordo più intenso che ora accompagna mia la tristezza. Risale ai giorni della morte di suo marito Silvio Ortona. L’ho visitata qualche settimana dopo, e non dimenticherò mai la sensazione che ho provato nell’abbracciarla. Era come quando si tiene in mano un uccellino ferito: ho percepito intensamente quel vibrante tremore di chi si sente sperduto e terrorizzato. In quel momento ho veramente temuto che quella donna minuta e fragile, che portava i postumi di una terribile malattia che l’aveva ferita nel corpo, non ce l’avrebbe fatta a riprendersi dal colpo subito. Ma mi sbagliavo. Avevo sottovalutato la sua grande forza di carattere, il suo coraggio e le sue risorse intellettuali e affettive. Tramite frequenti contatti, soprattutto telefonici, ho potuto assistere alla sua graduale ripresa. A poco a poco sono riaffiorati i suoi vasti interessi. Era una donna che leggeva molto, libri e giornali, e si interessava di tutto, di storia, di politica, di scienza. Non di rado era proprio a lei che ricorrevo quando qualcosa mi sfuggiva o avevo difficoltà a comprendere a fondo un problema. Ci volle meno tempo del previsto affinché lei riprendesse contatto col mondo anche in modo attivo. Fu quello il momento nel quale si lasciò convincere a munirsi di un computer, riprese a correggere le bozze ed entrò a far parte della redazione di Ha Keillah a cui suo marito aveva collaborato per anni. Ada si era costruita negli anni un ricco e ramificato intreccio di relazioni personali ed era molto generosa nel condividerle: grazie a lei ho avuto il privilegio di conoscere anch’io persone di grande valore: Vittorio Foa, Stefano Levi della Torre, Anna Segre, Guido e Sandro Ortona, Mario e Alessandra Sulli. Importantissime per lei sono state le amicizie coltivate negli anni. Perciò l’hanno amareggiata i dissidi all’interno della Comunità di Torino che hanno messo in forse amicizie che duravano da una vita. Aveva difficoltà a farsene una ragione. Alla vigilia di certe riunioni mi confidava il suo timore di possibili litigate e se poi invece tutto era andato liscio, mi telefonava il giorno seguente per esprimere la sua gioia. L’estate scorsa abbiamo passato insieme un paio di settimane ad Alassio. La cittadina ligure aveva un grande significato per lei perché, in alto sulla collina, c’era la villa di Carlo Levi, suo zio. A causa della sua debolezza, per lei non era più possibile raggiungerla perché per arrivarci c’era solo una lunga mulattiera ripidissima e sassosa. Ma si capiva che le dispiaceva. Ha però voluto che ci andassi io, e perciò mi ha fatto conoscere il cugino Stefano e sua moglie i quali mi hanno invitata un pomeriggio. Per Ada ho scattato tante fotografie di ogni angolo della villa e del giardino.

Alla sera le abbiamo guardate e commentate. Le brillavano gli occhi mentre mi diceva che in quel preciso angolo del giardino aveva passato interi pomeriggi con i cuginetti a fare personaggi ed oggetti con la creta. Che su quella panca le piaceva leggere negli anni dell’adolescenza, che dentro a quella fontana una volta c’erano dei pesci rossi. Ha pure rivisto con grande gioia le immagini dell’interno della casa con molte pareti e soffitti decorati con affreschi di Carlo Levi stesso. Nei quadri appesi alle pareti, ha potuto rivedere i volti di persone che aveva conosciuto: erano in prevalenza ritratti di parenti o di amici che erano stati ospitati nella villa. Ho potuto mostrarle anche alcune fotografie dello studio, ancora intatto, di Carlo Levi, il quale, oltre ad aver scritto libri che sono dei classici della letteratura del novecento, è stato soprattutto un grande pittore. Sempre ad Alassio, vi è anche una mostra permanente dei suoi quadri. Ada mi ha incoraggiata a visitarla, e gliene sono veramente grata. Mi ha raccontato della sua infanzia, dell’esclusione dalla scuola a causa delle leggi razziali, e della vita in clandestinità durante l’occupazione tedesca. Ma non si è dilungata su questi fatti: non era una persona che amava rievocare tristezze. Del passato, preferiva ricordare altro: le lotte sindacali quando lavorava all’istituto di agraria, la sua militanza politica, le attività e i viaggi fatti insieme a suo marito Silvio Ortona. Di lui conservava in casa il lascito di documenti, di scritti e fotografie. Era molto preoccupata, fino all’ultimo, che il grande patrimonio rappresentato da tutto quel materiale non venisse valorizzato adeguatamente o potesse addirittura andare disperso. A casa sua abbiamo guardato insieme filmati di interviste a Primo Levi e di resoconti di suoi viaggi sui luoghi della sua prigionia. Sentiva molto affetto per questo suo cugino di cui ammirava soprattutto la tranquilla autorevolezza e la gentilezza. Era molto fiera e compiaciuta che oggi, legato al suo nome, ci fosse un prestigioso centro internazionale di studi. Ne seguiva con appassionato interesse le attività, da casa perché per lei uscire costituiva un problema.

Silvana Calvo

    

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