Resistenza

 

Siamo qui per ricordare

 

“Orazione ufficiale” pronunciata dall’avv. Massimo Ottolenghi alla commemorazione dell’eccidio di Pian del Lot, il 3 aprile.

 

Questo lembo di terra del Pian del Lot e il poligono del Martinetto - resi sacri dal sangue dei martiri della Resistenza - sono assunti a Luoghi della Memoria, a simboli di rinascita, nonché di resurrezione nella lotta disperata e vittoriosa contro il male supremo: la dittatura del nazifascismo; la negazione della libertà, della giustizia, la distruzione della democrazia.

Noi siamo qui per ricordare.

Il 2 aprile 1944, pochi giorni prima della fucilazione dei componenti del Comitato Militare della Regione Piemonte, dove ora si erge questa stele, una grande fossa comune accolse, falciati dalle raffiche, ancor vivi e agonizzanti, i corpi di 27 giovani.

I loro lamenti, le loro invocazioni furono soffocate da spietate palate di terra, senza neppure la pietà di un colpo di grazia.

“La Stampa” del 4 aprile 1944, scriveva testualmente:

“Delinquenti abituali, liberati in gran parte dalle carceri, dopo il 25 luglio, dal governo Badoglio, manovrati per guastare il buon accordo fra italiani e germanici, macchiati di delittuose gesta, all’alba di ieri, domenica, sono stati passati per le armi”.

Oscar (Giovanni Borca), che qualche giorno dopo, ferito al capo solo di striscio, sopravviverà alla propria fucilazione protetto dai corpi dei compagni, era stato condotto dai tedeschi a presenziare all’eccidio e tramanderà una testimonianza atroce:

“Si udivano raffiche di armi automatiche, … una scena orrenda: partigiani con le mani legate dietro la schiena vengono fatti avanzare verso una grande fossa, entro cui già giacciono compagni falciati, straziati e gementi, … vengono fatti avanzare quattro alla volta. Così cadono dentro la loro tomba… Finito l’eccidio fummo costretti a coprire la fossa nella quale molti dei caduti erano solo feriti. Gemiti, lamenti e invocazioni. Con grande strazio riconobbi la voce del mio amico Benvenuto che invocava e implorava: ‘Mamma’ ”.

Erano 27, ma avrebbero dovuto essere 50 secondo le direttive del generale Karl Wolf comandante della polizia tedesca in Italia e del Colonnello delle SS Walter Rauff.

Il numero sarebbe stato ridotto per intervento del tenente Schmid, capo della Polizia Tedesca a Torino, secondo quanto emerso dai verbali del processo che si svolse a guerra finita, quando si vollero sfumare e alleggerire le responsabilità di tanta infamia tra i comandanti tedeschi.

Durante un loro incontro sarebbe stato convenuto che quel numero ridotto a 27 avrebbe dovuto però costituire un campionario di repressione significativa che colpisse tutte le categorie e comprendesse non solo patrioti prigionieri partigiani, di zone e formazioni diverse rastrellati in città e per le montagne, ma anche operai, persone comuni di varie estrazioni sociali, anche se solo fermate per indagini o colpevoli di essersi trovati nel posto sbagliato in un momento sbagliato.

Enunciata come una rappresaglia, per l’uccisione di un militare tedesco della Falk (contraerea), sorpreso in Torino nei pressi del ponte sul Po nella zona Crimea, in realtà, rispondeva ad una azione preordinata e pianificata per terrorizzare la città a coronamento del grande rastrellamento nelle valli, che avrebbe dovuto sgominare definitivamente le forze partigiane già sfinite dalla fame e dai rigori invernali.

Una vendetta, uno sfogo d’ira dei comandi nazifascisti sorpresi e preoccupati dalla compattezza dello sciopero generale esploso contemporaneamente a Torino e a Milano, nonostante gli arresti e le deportazioni di operai.

Tra le vittime del Pian del Lot oltre agli amici della “cricca di Borgo Vittoria” (Antonio Capetti, Antonio Ferrarese, Aldo Gagnor, Sergio Maina, Bruno Negrini, Querino Mascia e Rino Pagano, appartenenti tutti all’XI Brigata Garibaldi e fatti prigionieri nelle Valli di Lanzo) il gruppo di quelli della 105 Garibaldina e della Divisione Alpina GL della Val Pellice. Un partigiano appartenente alle squadre della SAP (Luigi Parussa), artigiani, gruppi di amici di barriera o di artigiani ferraioli, come i fratelli Cumiano, fermati perché trovati in possesso di residuati bellici raccolti per la città.

Tutti indistintamente uniti in un solo mosaico che può e deve rimanere unico e compatto nell’unicità del suo significato e della sua sacralità.

Tutti affratellati nel sangue e nella sventura come disse nel suo doloroso discorso, tenuto su questa fossa, il 24 novembre del 1946, la signora Itala Ghiron, madre del martire Walter Rossi, rivolgendosi ad altre madri:

“Ora ognuna noi …. ha 27 figli da onorare!”.

Per parte mia sono in grado di rievocare soltanto uno di loro che fu a me infinitamente caro. Proprio quel ragazzo di pochi anni più vecchio di voi. Ne aveva solo 18.

Era uno studente, e aveva appena superato con merito la Licenza liceale.

Non era un combattente.

Non era un guerriero.

Era un partigiano.

Era un buono, un idealista, un’anima bella.

Un generoso.

Lo chiamavano Zanzara. Fragile con una figura acerba e scarna. In Val Pellice era caduto nelle mani dei suoi carnefici, in occasione di un rastrellamento, per essersi attardato durante il ripiegamento della sua formazione, per tentare di salvare feriti intrasportabili nascondendoli sotto ramaglie e fascine, per sottrarli alla furia della soldataglia tedesca.

Era un infermiere.

Aveva soprattutto la colpa imperdonabile di essere ebreo.

E lui l’aveva dichiarato, quasi come una sfida, in risposta a chi lo aveva accusato di essere un vigliacco perché a 18 anni non era arruolato nelle masnade convocate dal nefasto Manifesto Graziani.

“Io sono un ebreo… per me la vita è sacra!”.

Queste le parole che l’avrebbero perduto.

Per onorare le vittime di questo eccidio, senza cadere nella retorica e perdersi nella coreografia di sempre, soprattutto, oggi, di fronte a questi ragazzi che sono il solo nostro futuro, quel futuro per cui si sono sacrificati tanti martiri, non vi è parola né pensiero adeguato, può esserci solo silenzio e riflessione.

Quando mi è stato prospettato l’onore di intervenire a questa manifestazione, subito mi è sorto un interrogativo assillante. Un interrogativo che devo porre anche a voi, impellente e bruciante.

Un interrogativo che non si può eludere.

Un interrogativo che impone una risposta a tutti noi e a tutti gli italiani.

Che impone una risposta.

Oggi siamo noi ancor degni di dire, di parlare, di invocare valori?

Di ricordare di commemorare e soprattutto di onorare questi morti?

In coscienza purtroppo “NO!”. Questa è la sola risposta.

La sola che ho sentito salire immediata, bruciante e umiliante.

Non si può, testimoniare, far rivivere ricordi dolorosi e pur anche solo onorare caduti e rievocarne la storia se dal loro sacrificio non se ne è ricavato insegnamento.

Non si può, se non si è quantomeno tentato e imparato a difendere quei valori per i quali essi si sono battuti e sacrificati.

Non si può, se non si è capito che libertà giustizia e democrazia, una volta conquistate, vanno difese, a qualunque prezzo.

Gli italiani tutti, purtroppo, anche quelli della mia generazione (che pure ha apportato con tanto sacrificio il gran dono della Costituzione), hanno permesso che questa venisse calpestata e offesa, che le istituzioni venissero occupate da caste e camarille, da uomini indegni che ne hanno fatto scempio e strame, strumento di poteri particolari e personali contro lo Stato stesso.

Tutti sudditi, anziché cittadini, proni alla ricerca di “padroni”, di “Uomini della Provvidenza”, di “guru”, saltimbanchi e ciurmadori, dispensatori della miracolosa Dulcamara…

Tutti quanti nella speranza di partecipare al banchetto: i furbi di sempre.

Di fronte a questi ragazzi che sono il futuro noi, ai nostri caduti e a loro, non possiamo che rivolgere una parola, “Perdono”.

 

Massimo Ottolenghi

    

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