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L’Europa conviene a tutti

 di Aldo Zargani

 

Cento anni fa, con la Grande Guerra, i nostri padri, o i nostri nonni, hanno assistito al crollo dell’Impero Austroungarico, di quello Turco, dell’Impero Tedesco e dell’Impero Russo… Cento anni di passato non sono molti, avrebbe poi dimostrato Antonio Gramsci: la vita culturale dell’uomo è assai più vasta di quella biologica. I nipotini di adesso arriveranno di certo fino al XXII secolo, anche approfittando della lunga vita biologica che oggi la scienza ci garantisce.

Il crollo degli Imperi del 1918 ebbe conseguenze devastanti per l’Europa e per il mondo: anni più o anni meno, si estinse l’Impero Cinese e poi quello Giapponese e, dalle nostre parti, quello Francese e quello Inglese dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando ebbe un termine sanguinoso anche il colonialismo. Ma il peggio fu che da tutti quegli Imperi morti vennero fuori cose che solo oggi siamo in grado di vedere come brutte, anzi bruttissime: le nazioni e le ideologie. Nate con la benedizione di un bel po’ di progressisti come me, si adulterarono in breve tempo, causando danni gravi. La Nazione fu subito identificata con l’etnia, non rinunciò all’espansionismo e sappiamo come la guerra coloniale più efferata fu combattuta in Europa sulle grucce del radicalismo delirante di fascismo e nazismo.

Ma nell’Europa del ’45, devastata e sulla strada di comprendere, un po’alla volta anche se non del tutto, le proprie responsabilità, sorse un sogno che sulle prime apparve ingenuo: l’unificazione del Continente. Allora vedevo con un senso di pietà e derisione quei pochi giovanotti che sventolavano bandierone bianche con sopra disegnata una grande E verde. Poveracci: un terzo del mondo era oramai socialista e loro, spinti da chissà quali occulte manovre, volevano unificare quel che restava del vecchio continente, senza tener conto della prosperità che avrebbe, in breve tempo, trasformato in posti coi fiocchi Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Cecoslovacchia, Germania Est e anche Jugoslavia. Bastava solo pensare alla soluzione che era stata applicata in questi Paesi al problema degli zingari ormai tanto integrati nelle società socialiste da apparire invisibili… Il socialismo risolveva tutto, compreso il problema ebraico: non più antisemitismo nell’Est Europa e inoltre gli ebrei potevano godere di uno Stato nazionale socialdemocratico. Si afferra l’atroce ironia?

Poi, nel 1989, con la stupefacente liquefazione dell’Unione Sovietica, venivano polverizzate le ideologie, tutte le ideologie. Molti rimpiangono il mondo di prima, così ordinato e rettilineo, tanto da somigliare a quello, mai sufficientemente rimpianto, dei vecchi Imperi così pacifici e ordinati. Perfino fra noi ebrei cominciò a serpeggiare l’assurda nostalgia per il Ghetto!

E invece la realtà consiste in sfide perpetue e la sua lavagna viene cancellata brutalmente e senza preavviso.

Adesso siamo qui davanti alla lavagna nera con un futuro che non si riesce più a prevedere e dobbiamo passare alla realtà concreta fatta sì anche di sogni e di ideali oltre che di realtà, ma non più di ideologie e slogan: il socialismo è uguale a “Tutto il potere ai Soviet più l’elettrificazione del Paese”, “Proletari di tutto il mondo unitevi!”… Dobbiamo accontentarci di dover costruire noi, giorno per giorno, il nostro futuro, obbedendo a quell’ordine ancestrale che chiamiamo pomposamente progresso ma che non è molto diverso dall’etica e dalla necessità di educare i nostri figli. Dove sono finiti quei giovanotti con la E dell’Europa? Perché gli europeisti come noi assistono apparentemente inerti al dilagare delle secessioni: Texas, Scozia, Veneto, Catalogna, Baschi, Corsica, Serbia, Irlanda, Ulster… tutte classificabili col vecchio, consunto appellativo di Destra perché non abbiamo la fantasia feroce di definirle col loro nome di rivolte etniche localistiche. Poco lontano da noi, nel confuso mondo islamico e africano, convulsamente le etnie si associano alle religioni o alle sette religiose e provocano interminabili guerre civili. Abbiamo già persino dimenticato i due massacri che si accostano alla Shoah: quello ideologico della Cambogia e quello etnico del Ruanda. Il nostro vero nemico che non ci lascia dormire la notte è l’euro.

Restiamo per un attimo alle Nazioni. Alla metà del secolo XIX, quando già era evidente il processo unificatore dell’Italia e la speranza nelle Nazioni non era ancora morta, gli ebrei dell’Haskalah si proposero un Risorgimento nazionale ebraico, fondato, a somiglianza di quello italiano, su un’antica cultura che ancora lampeggiava fulgenti bagliori.

L’Italia purtroppo fu rapidissima nella sua degenerazione, dalla quale molto possiamo imparare: prima il colonialismo straccione, poi la Prima Guerra Mondiale, il fascismo, e finalmente l’identificazione contraffatta con l’etnia e le indimenticabili leggi razziali, e quel che ne seguì.

L’unione dell’Europa, che prosegue lentamente da settant’anni, una realtà concreta dopo l’altra senza generare mai conflitti armati, mira, per la sua stessa natura pragmatica, alla stretta convivenza di popoli di lingua diversa, religione diversa, culture differenziate, storie che solo temporaneamente nel passato si sono congiunte (Carlo Magno!). È così strana questa unificazione realistica, condotta dalla pacifica necessità, così laica, che qualcuno è caduto, anzi, non qualcuno, molti, nell’idiozia di sbandierare “l’origine giudaico-cristiana” del Continente.

E le accuse di destra contro l’Europa, degne dei Tea-party e dell’alaskiana Sarah Palin? L’insopportabile tecnocrazia di Bruxelles nei confronti della quale vogliamo mantenere le nostre genialità politiche nazionali: la Grandeur francese? L’Isolazionismo britannico? Le poche contenute spese delle Regioni italiane? Ci sono giornali che, ad arte, creano una sorta di Germania di sempre, da Bismarck fino alla Merkel passando per Hitler. Ma siamo poi sicuri che il rigorismo della Merkel tagli così tanto le ali alla nostra fantasia creatrice che senza di lei avrebbe ridotto di un bel po’ il debito nazionale? Una maestra così cattiva, la Merkel, da non tollerare il 18 obbligatorio per tutti, invenzione italiana del grande 1968!

Non servono più i passaporti perché non ci sono le frontiere, ognuno può andare ad abitare dove meglio crede, si lotta contro i paradisi fiscali, la Banca Centrale Europea si propone di stanziare mille miliardi di euro contro la deflazione e noi pensiamo che le Nazioni europee sarebbero state capaci di tanto? Quanto resisteremo noi italiani con il nostro divieto di unione civile dei gay o la mancata assistenza alla morte in un’Europa che nel complesso ha già saputo saltare questi ostacoli? Abbiamo realizzato di recente l’unione bancaria e nessuno si è commosso perché anche questa è una conquista della Demo-giudo-plutocrazia. So benissimo che i termini di Destra e Sinistra hanno perso da tempo gran parte del loro significato, ma allora alla Le Pen, ad Alba Dorata quali termini dovremmo affibbiare, se non volessimo pensare all’Europa come un fattore di progressismo per il nostro futuro?

Non per insistere sulla faccenda marginale di noi ebrei della diaspora, ma l’asfissia delle Comunità nazionali e territoriali, che non è solo italiana, troverebbe una sua soluzione nel cosmopolitismo laico dell’Europa, e sono disposto a scommettere che fra gli ebrei veneti non si trova un solo indipendentista perché noi ebrei siamo tutti, per nostra natura, europeisti. Un nuovo complotto giudaico?

 Aldo Zargani

 

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