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Coesione e solidarietà

 di Bruno Contini

 

Siamo alla vigilia delle elezioni europee. Il rafforzamento della dimensione sociale degli Stati membri della UE - garantire la coesione sociale e contenere le disuguaglianze e la povertà - è un obiettivo che dovrebbe essere nell’agenda di tutti i prossimi parlamentari europei. E che sembra inizi a fare breccia anche nelle dichiarazioni della Commissione stessa.

Tra le varie argomentazioni populiste, sia di destra che di sinistra estrema, gira l’idea che l’Italia debba uscire dall’euro. Prima conseguenza: la lira post-euro perderebbe valore e tutte le materie prime che importiamo, prodotti energetici in primo luogo, aumenterebbero di prezzo in proporzione; i prezzi al consumo si adeguerebbero e la gente farebbe ancora più fatica a tirare avanti. Seconda conseguenza: da molti anni l’Italia ha contratto debiti colossali verso creditori esteri per finanziare la propria spesa pubblica: quei debiti devono essere rimborsati in euro, e quindi la massa del debito espressa in lire aumenterebbe di conseguenza ancora di più. E inoltre se - come sarebbe indispensabile - l’Italia dovrà continuare a indebitarsi verso l’estero, i tassi di interesse che i mercati finanziari ci richiederanno volerebbero al 10-12% come niente fosse. Conseguenza: Italia ancora più povera. I nostri esportatori sono gli unici che potrebbero guadagnarci un pochino. Ma poco poco al confronto con quanti ci rimetterebbero.

Ci sono poi quelli che vorrebbero addirittura che l’Italia dichiarasse fallimento e si rifiutasse di saldare i propri debiti verso l’estero. Altra splendida idea: tutte le conseguenze prima elencate si gonfierebbero a dismisura: inflazione galoppante, nessuno ci presterebbe più un euro, tutte le attività produttive che dipendono dalle importazioni si bloccherebbero, la disoccupazione andrebbe alle stelle, le fughe di capitali si moltiplicherebbero… dove si andrebbe a finire?

Abbiamo dunque mostrato quale catastrofe produrrebbe l’uscita dall’euro. Allora cosa si può fare?

Se l’Europa non vuole disperdere la coesione sociale e la solidarietà politica che è stata una giustificazione importante del suo progetto costitutivo, è essenziale che si dimostri capace di costruire politiche di rilancio della crescita e del welfare a livello dell’intera Unione. Tale politica deve contrastare l’attuale concorrenza al ribasso (fiscale, salariale, normativa, e di welfare) tra i diversi paesi-membri. Il “social compact” di cui si parla dovrebbe tendere a costruire una prospettiva comune di welfare che confermi l’aspirazione di civiltà che il “modello sociale europeo” incarnava nella mente dei suoi padri fondatori. E questo lascia sperare che i vincoli imposti negli anni scorsi specialmente dalla Germania possano essere rimessi in discussione.

Parlando di casa nostra, i problemi più impellenti sono tre: il ristagno dell’economia che si protrae dalla metà degli anni Novanta, la crisi occupazionale, con un tasso di disoccupazione - inoccupazione - sotto-occupazione ormai vicino a un quarto della popolazione in età di lavoro, e infine un sistema del welfare largamente insufficiente rispetto agli standard europei. Ristagno dell’economia e crisi occupazionale vanno di pari passo. L’uno e l’altra sono due facce dello stessa medaglia. Alla crisi occupazionale si risponde ormai da venti anni con misure che tendono a una sempre maggiore precarizzazione del rapporto di lavoro. Di qui la caduta della produttività e il blocco degli investimenti che hanno fatto sì che il livello dei consumi di oggi sia tornato al di sotto di quello dei primi anni Duemila. È indilazionabile il rafforzamento e l’estensione di un nuovo modello di ammortizzatori sociali che copra tutti quelli che lavorano indipendentemente dalla forma contrattuale. Le mosse del governo Renzi, nonostante i proclami, sono largamente insufficienti a fornire risposte adeguate.

È necessario invece un vigoroso rilancio della domanda e della occupazione fatto di misure non più marginali come le politiche dell’ultimo ventennio ci hanno lasciato. Dopo anni in cui le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono vertiginosamente aumentate in tutto il mondo industrializzato, una riforma fiscale che incida sulla redistribuzione del reddito e della ricchezza sarebbe più che auspicabile. Keynes ha ancora molto da insegnare specialmente all’Italia, dopo essere stato messo nel dimenticatoio per lunghi anni di prosperità. Basta guardarsi intorno e leggere i giornali per rendersi conto di tutto quello su cui sarebbe necessario intervenire: il riassetto idro-geologico del territorio, la manutenzione del patrimonio culturale, la ricostruzione delle aree terremotate e soggette a disastri naturali, l’edilizia scolastica, e via dicendo. E il sistema del welfare, per anni ridimensionato in seguito ai tagli di spesa pubblica che hanno portato alla ristrutturazione del sistema pensionistico, al contenimento della spesa sanitaria, ai tagli indiscriminati alla scuola (nonostante si attribuisca all’istruzione superiore e alla ricerca una rilevanza decisiva nel sostenere i necessari processi innovativi del sistema produttivo), non può più attendere prima di essere irrobustito.

Le risorse umane necessarie sono tutte là, in attesa di essere riqualificate (se necessario) e messe al lavoro. Quelle finanziarie devono essere trovate nel rispetto dei vincoli europei (anche se l’opposizione a quei vincoli è crescente in molti dei paesi membri). Quei vincoli consentono già di introdurre un’imposta patrimoniale “di scopo” sulle rendite finanziarie (escludendo le case di abitazione), e cioè da utilizzare solo per un rilancio del paese nelle forme qui descritte. Tale imposta dovrebbe fornire un gettito sufficiente per alcuni anni - si parla di 20 miliardi di euro per un milione di nuovi posti-lavoro - a rimettere in moto una ripresa che la politica ordinaria non ci consentirà di vedere ancora per lunghi anni. È un sacrificio che si deve potere chiedere a tutti i cittadini che se lo possono permettere per riscrivere un patto generazionale che oggi vede compromesse le prospettive di vita della maggior parte dei nostri giovani.

Bruno Contini

Università di Torino
7-4-2014