Europa

 

L’Europa, la crisi e noi

 di Giorgio Gomel

 

La crisi finanziaria del 2008, che l’Europa aveva importato dagli Stati Uniti in ragione delle forti interconnessioni che il mondo globalizzato dell’economia e della finanza ormai determina, e il ristagno delle economie europee che ne è conseguito hanno prodotto due effetti avversi sul tessuto dell’Unione europea. Una comunità, concepita fin dalla sua nascita oltre 50 anni fa come “comunità di uguali”, fondata su principi di solidarietà reciproca e di integrazione crescente fra sistemi economici assai eterogenei per livelli di sviluppo e assetti istituzionali, ha rischiato - e rischia tuttora - di frantumarsi in una realtà in cui vi è una divisione permanente fra paesi creditori - quelli del “centro” della UE - e debitori - quelli della “periferia” (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna). Ciò può portare a una pericolosa disintegrazione dell’Unione. Inoltre, e in parte in conseguenza di questo fatto, si sono fortemente acuiti fra i paesi membri dell’Unione, nella classe politica così come nelle opinioni pubbliche, rivalità nazionali e localismi virulenti che mettono in forse le stesse fondamenta di un’Europa unita. La Merkel travestita da “nazista” in alcuni manifesti apparsi sulle strade di Atene o i gaudenti “mediterranei” sulle spiagge spagnole o italiane ritratti sui media germanici sono stati la raffigurazione volgare ma plastica di questi egoismi nazionali.

Tutto ciò è avvenuto in un contesto economico-sociale molto complesso per i paesi europei. Come è noto, nazioni che sotto l’impronta della socialdemocrazia e del welfare state hanno assicurato fino agli anni’80 progresso economico e civile e sistemi evoluti di protezione sociale non sembrano oggi più in grado di garantire gli stessi benefici. La bassa natalità e l’invecchiamento della popolazione attraggono migranti dai paesi più diseredati a loro volta spinti verso l’Europa da attese di salvezza e prosperità; l’immigrato, lo ”straniero” suscita sconcerto, paura, ostilità; aumentano forme di discriminazione nel mondo del lavoro, nella scuola, nei diritti individuali; il progresso dell’Europa verso una autentica società multiculturale è in forse.

L’ostilità verso il “diverso”, l’esclusione, la discriminazione, come è successo in altri momenti della storia europea, si riflettono poi per vecchia e perversa consuetudine in ostilità verso gli ebrei. In alcuni paesi d’Europa - non in tutti e non nello stesso modo, secondo i rapporti che diversi centri di indagine nazionali e osservatori europei rilasciano - si sono registrati episodi crescenti di antisemitismo; in alcuni casi, manifestazioni pubbliche, volgari, violente di odio antiebraico, come sulle strade di Parigi durante proteste di piazza organizzate dalla destra e da movimenti clericali in difesa dei valori della famiglia; in altri casi, offese e aggressioni individuali ad ebrei di matrice islamista; in altri ancora, critiche a Israele circa i rapporti con i palestinesi che degenerano in avversione indifferenziata al sionismo e al mondo ebraico tutto. Insomma, un quadro complesso, che richiede analisi attente e un’azione energica di governi e società civile.

Nella sfera politica, più in generale, in molti paesi la frattura fra cittadini e classe dirigente si è fatta profonda e l’astensionismo ha acquistato un peso via via maggiore. Domina il pessimismo circa la capacità dell’azione pubblica di contenere l’aumento della disoccupazione, di sostenere la crescita dell’economia e i redditi del ceto medio e delle fasce economicamente più deboli. Di qui la forza crescente sul piano elettorale di movimenti “antisistema”, populisti, protestatari e “antieuropei” in Francia, in Italia, in Olanda e altrove. Il politologo francese Marc Lazar osservava qualche tempo fa su La Repubblica che “.. a regnare ormai è l’antielitismo”. È un miscuglio di rifiuto delle istituzioni politiche classiche, di esaltazione del “popolo” contro il sistema dei partiti e della rappresentanza, di illusione che ripiegandosi su se stesse le nazioni europee, opponendosi al potere centrale e burocratico di Bruxelles, acquistino più potere e prosperità nell’economia globalizzata.

Non è facile difendere in queste circostanze la necessità di un’unità più stretta dell’Europa contro queste minacce di disintegrazione. Lo si può fare sul piano delle argomentazioni razionali, ma è difficile vincere cuori e menti dei cittadini europei, disillusi, inquieti circa il futuro e sedotti talora dalle lusinghe di coloro che predicano l’abbandono della UE e dell’euro e il ritorno a una mitica sovranità nazionale.

Eppure l’unica soluzione seria è completare e approfondire la costruzione della UE, cioè procedere dall’unione economica e monetaria di oggi verso l’unità politica, pur con la necessaria gradualità, passando per le riforme della governance economica, per l’unione bancaria e quella fiscale.

L’unione bancaria consiste nella creazione di un’unica autorità di vigilanza sulle banche principali dell’area dell’euro e di un meccanismo comune per la loro liquidazione quando sono insolventi. Ciò vuol dire che venga assegnato alle istituzioni europee il potere di iniettare fondi direttamente nelle banche sottocapitalizzate. Su questo piano sono stati fatti passi decisivi di recente.

L’unione fiscale significa assegnare alla Commissione europea (o, in alternativa, a un Tesoro europeo) un potere di veto sui bilanci nazionali. Ciò comporta la mutualizzazione di una parte del debito degli Stati membri: i debiti dei singoli governi diventerebbero un’obbligazione solidale di tutti i membri.

Infine, l’unione politica vuol dire trasferire competenze del Legislatore nazionale al Parlamento europeo, che dovrebbe poi decidere come strutturare l’unione fiscale, bancaria e monetaria. Le istituzioni cui spetta l’attuazione giorno per giorno delle politiche della UE, tra cui la Banca centrale europea, dovrebbero essere responsabili nei confronti del Parlamento.

In sintesi, è essenziale aumentare i poteri della Commissione europea e rafforzare allo stesso tempo il Parlamento. La costruzione di istituzioni esige tempo e invece milioni di cittadini europei dovranno eleggere i membri di quel Parlamento in un clima confuso, litigioso e intriso di retorica antieuropea. Un compito non facile quello delle due grandi coalizioni europeiste - il Partito socialista europeo e i Popolari - di convincere gli elettori della giustezza di quel cammino.

Giorgio Gomel
ex direttore per le attività internazionali
della Banca d’Italia