Albert Memmi

 

Un filosofo indignato

 di Sara Gomel

 

Musée d’art e d’histoire du Judaïsme, Parigi: un museo magnifico che racconta la storia del nostro popolo, della nostra religione, della nostra cultura. Ma le grandi sale di questo edificio nascosto tra le rues del Marais non ospitano soltanto esposizioni temporanee e collezioni permanenti. Ogni settimana il calendario è ricco di incontri, presentazioni, conferenze. Quando scopro, con mesi di anticipo, che Albert Memmi sarà presente nel corso di una conferenza dedicata alla sua opera, la sola idea di poter ascoltare con le mie orecchie le parole di un personaggio che appartiene a quella categoria di grandi uomini in via d’estinzione, mi elettrizza. E fu così che l’appassionata lettrice che sono, la quale credeva ingenuamente che ad un tale nome non corrispondesse più un viso, che Memmi non vivesse più da anni, si è trovata di fronte ad un anziano signore di appena 93 anni, che con incredibile nonchalance e lucidità ha raccontato delle sue modestissime esperienze. “Non ho fatto molto, ho insegnato un po’, scritto qualcosa”, dice tra le risate complici degli spettatori, con quella modestia tipica di quei superstiti, quei grandi personaggi che ci stanno lasciando. Presenti nel corso della conferenza, tra gli altri, ad accompagnare le riflessioni del protagonista, lo storico Georges Bensoussan, uno dei maggiori studiosi europei delle questioni di antisemitismo e memoria e Daniel Dayan, esperto di comunicazione, direttore di ricerca al CNRS ed ex studente di Memmi. Insieme hanno tentato di ricostruire la figura di un inarrestabile pensatore del nostro tempo: un critico, un filosofo e un grande scettico.

Albert Memmi nasce nel 1920 in Tunisia, allora sotto protettorato francese, in una povera famiglia ebraica di lingua araba. A Tunisi studia in una scuola francese, “grazie all’intuito dei miei genitori” aggiunge con un sorriso. Allievo brillante, si appassiona alla filosofia che studia prima ad Algeri e in seguito a Parigi, alla Sorbonne. Con il passare degli anni abbandonerà l’astrazione della filosofia per concentrarsi sulla psichiatria sociale e per dedicarsi alla sua attività di scrittore e saggista. Nel 1957, in una Francia lacerata dalla guerra d’Algeria, egli pubblica il saggio che lo renderà celebre e che provocherà scalpore tra i francesi benpensanti e non solo: Ritratto del colonizzato, preceduto da un Ritratto del colonizzatore, in cui l’autore analizza le contraddizioni interne alla relazione di interdipendenza tra l’oppresso e l’oppressore. Tuttavia Memmi, in quanto appartenente ad una minoranza in seno al gruppo degli oppressi, racconta di sé come un “oppresso dagli oppressi”: un uomo la cui stessa identità, in ogni sua nuance, in ogni sua sfumatura, era destinata a non essere mai quella “giusta”. Un uomo che è stato sempre e comunque un pensatore della diaspora: “in esilio dal paese da cui provengo, in esilio per sempre al di fuori del mio paese”. Ne La statua di sale, suo primo romanzo, il giovane Alexandre Mordekhaï Benillouche, il quale condivide con lo scrittore ben più che le sole iniziali, è un ragazzo la cui identità è dilaniata e plurale. Egli non può identificarsi pienamente con alcun popolo, alcuna comunità; la sua appartenenza è fatta di approdi parziali e di un’infinità di punti di domanda: è povero in un liceo borghese, ebreo in un mondo antisemita, colonizzato in un mondo dominato dagli oppressori e infine africano in un mondo in cui “trionfa l’Europa”. Come scrive Albert Camus, nella prefazione a Ritratto di un colonizzato “ecco uno scrittore francese di Tunisi che non è né francese né tunisino”. In questo senso l’identità può essere definita solo negativamente, attraverso il “non…non”. “Ma la fregatura è nella parole identità” precisa l’autore “essa non è affatto identica!”. I suoi personaggi riflettono questo disorientamento e il dolore dell’esclusione; per questo Memmi definisce la sua opera “un’autobiografia teorizzata”, poiché ha costruito una teoria a partire dalle sue esperienze di vita, ideando figure immaginarie, astratte, a partire da spezzoni della realtà.

Eppure anche nel disorientamento esiste un approdo sicuro, che costituisce l’appartenenza più forte, più caratterizzante: la judéité, cioè il fatto e il modo di essere ebreo. L’appartenenza al popolo ebraico è incancellabile, indiscutibile, nonostante le migrazioni, gli scontri con la propria comunità e l’incontro con nuove culture. Questa appartenenza, prima di essere una scelta e un motivo di gioia, è per Memmi “una condizione subita e oggettiva”, nel senso che l’ebreo si definisce innanzi tutto come colui che è identificato come tale dal mondo che lo circonda. Essere ebreo è anche e soprattutto “non essere come gli altri” (L’homme dominé). Per questo Memmi è stato accusato di essere “pesantemente negativo” nel delineare i tratti caratteristici dell’appartenenza ebraica.

Grande sostenitore della pace in Israele, Memmi è ancora oggi, alla sua veneranda età, un militante, un lottatore irriducibile che ha saputo coltivare le speranze al di là delle semplici parole. In lui rivedo lo spirito e la forza dell’intellettuale “engagé”, che dedica anima e corpo alla causa in cui crede. Insomma, un filosofo che si pone ad altezza d’uomo, che cammina di pari passo con i suoi vicini, con tutti i compromessi e le difficoltà che ciò implica. “Ogni tematica affrontata da Memmi non è frutto di una scelta casuale o disinteressata, come quando si opta tra i piatti di un menù” racconta Daniel Dayan parlando del suo maestro, “altrimenti l’etica sarebbe un prodotto di consumazione”. Riprendendo gli studi del filosofo americano Michael Walzer sulla figura dell’intellettuale, gli studiosi presenti in sala discutono del concetto di “oggettività”, di “presa di distanza”. Esiste una prospettiva migliore da cui osservare le cose? L’intellettuale, nella sua posizione, non è diverso dall’uomo comune. Egli non è in grado di elevarsi a giudice esterno, ad arbitro senza colpe. Come tutti gli esseri umani giudica le cose dal suo personale punto di vista. L’intellettuale è anche lui nella caverna, in quella caverna dove Platone collocava l’uomo qualunque. Anch’egli è confinato nell’oscurità poiché in realtà non esiste “la luce”, non esiste un’unica verità, obiettivo inafferrabile di tante ricerche intellettuali. E forse è questo che Memmi ha saputo capire al meglio, mettendosi modestamente al lavoro per denunciare le ingiustizie del mondo.

Sara Gomel

 


Emmanuel Mane-Katz, Bimbo ebreo in paesaggio, olio su tela