Storie di ebrei torinesi

 

TRA TORINO E SUDAMERICA

 

Nello scorso numero di Ha Keillah avevamo incontrato Alida Vitale, nata in Argentina (così come Gabriele Levy, che avevamo intervistato nel numero del luglio 2013). In effetti la nascita sudamericana (in particolare argentina, ma non solo) è comune a un certo numero di iscritti alla nostra Comunità, i cui genitori erano emigrati per sfuggire alle leggi razziali e alle persecuzioni. Alcuni, come Ernesto Ovazza, mantengono ancora legami molto forti con il paese natale e vi si recano periodicamente, altri non vi tornano più da molti anni; altri ancora, come Daniela Momigliano, non vi sono mai più tornati.

 

 

Argentina: Daniela Momigliano

 

 

Ci racconti un po’ della tua storia?

Sono nata a Buenos Aires nel 1948, seconda di tre sorelle, e sono rientrata con la mia famiglia in Italia nel 1956. I miei ricordi dell’Argentina non sono molti e sono ricordi di una bambina. Abitavamo in un quartiere vicino al porto dove ho frequentato per due anni la scuola inglese. A Buenos Aires abitava anche la sorella di mio padre con la sua famiglia. Non abbiamo mai frequentato né la Comunità ebraica di Buenos Aires né il Tempio. Alcuni amici dei miei genitori erano di religione ebraica ma laici. Era il periodo di Evita Peron e ricordo che in seguito a movimenti rivoluzionari fu bombardato il porto.

La nostra casa e la scuola erano molto vicine al porto, per cui durante i bombardamenti noi bambini ci nascondevamo sotto i banchi, e talvolta alcuni miei compagni, non riuscendo a tornare a casa, si fermavano a dormire da noi. Nel 1955 scoppiò un’epidemia di poliomielite e mio padre decise di mandare noi tre sorelle con la mamma ed una tata in Uruguay. Andammo in idrovolante e ancora ricordo quel viaggio; all’arrivo però mia sorella Patricia aveva la febbre e, per timore che avesse la poliomielite, fu messa in quarantena. Dall’Uruguay l’anno successivo ritornammo tutti in Italia perché mio nonno paterno era molto malato e mio padre decise di rientrare con la famiglia per poterlo assistere; viaggiammo in aereo, facemmo scalo a Dakar dove per la prima volta vidi degli uomini neri che mi sembrarono altissimi.

Sei tornata da allora in Argentina?

No, non ci sono mai più andata; avevo programmato un viaggio per fine 2013 ma ho dovuto cambiare destinazione verso Kyoto dove sono diventata nonna di una nipotina mezza italiana e mezza giapponese.

I tuoi genitori sono scappati insieme in Argentina?

No, si sono incontrati casualmente a Buenos Aires. Mio padre, laureato in legge a Torino, si era trasferito in Uruguay aiutato da un suo professore quando gli era stato impedito di continuare la sua attività accademica in seguito alle leggi razziali. Dall’Uruguay, si spostò poi a Buenos Aires.

Mio nonno materno, ingegnere, era scappato con la famiglia in Perù dove la FIAT gli aveva dato un lavoro. Mia madre, che aveva studiato a New York storia dell’arte, rientrando in Sud America aveva fatto un viaggio in Argentina dove ha conosciuto mio padre. Mia madre racconta ancora oggi l’incontro in un albergo di Buenos Aires e di come mio padre si fosse follemente innamorato di lei.

Che attività svolgeva tuo padre in Argentina?

Ha comprato terre nella regione del Rio Negro creando un’azienda agricola di coltivazione di mele. Noi tre sorelle con la mamma stavamo a Buenos Aires, lui viaggiava avanti e indietro. L’azienda c’è ancora: quando siamo tornati in Italia l’ha ceduta al figlio di sua cugina, Eugenia Sacerdote de Lustig [vedi HK del marzo 2013], che ancora la gestisce.

Come è stato il tuo arrivo in Italia?

Assai traumatico! Mi sono presa subito un’infezione molto contagiosa al cuoio capelluto per cui sono stata mandata a casa dei nonni paterni, che non avevo mai conosciuto. Ero sola, mi avevano rasata a zero per trattare l’infezione, e non conoscevo l’italiano; ero tristissima. Ho preso lezioni private da quella che sarebbe poi stata la mia maestra, Quinzia Amar. Ho cominciato a frequentare la terza elementare alla scuola ebraica verso febbraio-marzo 1957. I capelli che a quel punto mi erano ricresciuti erano grigi perché bruciati dai trattamenti, e quindi venivo chiamata “topo” dai compagni di scuola! L’anno successivo ero di nuovo bionda.

Poi è andata meglio?

Sì: dopo il liceo mi sono laureata in architettura, mi sono felicemente sposata e trasferita a Varese, dove è nata la mia prima figlia Alessia e dove ho insegnato architettura al liceo artistico.

Ci siamo poi trasferiti in Inghilterra dove sono nate le mie altre due figlie, Claudia e Benedetta. Lì ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con il rito ebraico riformato che ho trovato a me congeniale.

Dopo 10 anni siamo rientrati a Milano dove ho ripreso la mia attività di insegnamento presso la scuola ebraica di Milano, e ho insegnato per 25 anni sia alle medie che al liceo scientifico.

Frequentavi quindi la Comunità di Milano?

Pur essendo in contatto con l’ambiente ebraico di Milano, non mi sono mai iscritta a quella Comunità; sono sempre rimasta iscritta alla Comunità di Torino, che ho sempre considerato la mia Comunità per radici familiari. La mia famiglia è assolutamente laica, i miei genitori non sono mai stati osservanti e noi osserviamo solo le feste principali: Pesach, Rosh Ha-Shanà, Kippur. Ancora oggi, pur essendo in pensione, ho ottimi rapporti con l’ambiente e gli allievi della Scuola ebraica di Milano, dove ho avuto la fortuna di conoscere molte famiglie provenienti da paesi del Medio Oriente e Nord Africa. Ancora oggi alcuni dei miei ex-allievi mi scrivono e tengono informata sulle loro scelte di vita.

Come è stata la tua esperienza di insegnante a Milano?

Estremamente positiva. Ho insegnato disegno e storia dell’arte, organizzato gite in varie città storiche d’Italia e i ragazzi erano sempre molto attenti ed interessati nel visitare i musei. Qualche difficoltà, invece, la visita all’interno di chiese con tombe a pavimento! Ho anche un bellissimo ricordo delle cene di fine anno pre-maturità fatte in case private con cibi dalle diverse tradizioni.

L’insegnamento mi ha sempre appassionata; trovo appagante trasmettere conoscenza.

Intervista a cura di
Alda Guastalla

   

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