Israele

 

Blocknotes

di Reuven Ravenna

 

Il nodo

Dopo mesi di incontri tra rappresentanti del Governo israeliano e dell’Autorità Nazionale Palestinese si è di nuovo arenato “il processo di Pace”. Processo di pace? Si è trattato a non finire sulla “cornice”, sull’odg da definire più che non sull’affrontare i grandi temi del contenzioso israelo-palestinese. Da ambo le parti i freni dei contestatori non hanno cessato di funzionare, senza celare le loro intenzioni, fosse la destra dichiarata del”Bait Hayehudi” (nazionalreligiosi) o la forte corrente oltranzista del Likud, scettica, per dir poco, sulle possibilità di risultati positivi. Il Segretario di Stato Kerry, il mediatore delle parti, aveva ottenuto che nel giro di pochi mesi Israele liberasse, in quattro fasi, decine di prigionieri palestinesi, anche “col sangue sulle mani’, e l’ANP, da canto suo, non sarebbe ricorsa all’ONU per ulteriori riconoscimenti diplomatici,dopo essere stata riconosciuta come Stato osservatore. Pur con crescenti critiche gli incontri sono avvenuti fino a poco tempo fa, dopo che sono stati liberati prigionieri nelle tre fasi come si era convenuto. Ma alla vigilia dell’adempimento della quarta fase, il “processo” si è inceppato. Per qualche giorno abbiamo assistito ad un susseguirsi di voci su possibili atti per andare avanti, dalla liberazione di almeno quattrocento palestinesi a quella della spia Pollard, da quasi trenta anni nelle prigioni statunitensi per aver trasmesso piani dei nemici ad Israele, per far trangugiare il boccone amaro alla destra isaeliana,fermando, de facto, parzialmente, la costruzione di quartieri ebraici nei territori contestati. Kerry, con una frenesia che ricordava il Kisinger post Guerra del Kippur, pur pressato da altre crisi mondiali ben più acute, è intervenuto a Gerusalemme per salvare il salvabile. Alla fine non si sono liberati i palestinesi e il Ministro dell’Habitat ha annunciato il programma di costruzione di centinaia di alloggi nella Gerusalemme Est mentre Abu Mazen ha fatto firmare ai suoi la richiesta di essere ammessi a decine di istituzioni e convenzioni internazionali. Era d’attendersi che i contendenti si rinfacciassero reciprocamente il fallimento, ma più preoccupante è la dichiarata accusa del Segretario di Stato, circa le responsabilità di Israele.Ed ora?

I pessimisti vedono profilarsi scenari di violenza ed una crescente delegittimazione internazionale dello Stato Ebraico. Gli ottimisti, nonostante tutto, sperano che gli interessi concreti dei contendenti riportino al tavolo del dialogo le due parti, anche se la scena mondiale fa temere che i conflitti in corso allontanino gli USA dal ginepraio israelo-palestinese.

Noi, uomini della strada, egoisticamente, pur consci che il conflitto sia quasi irrisolvibile, un nodo gordiano che non ha ancora trovato la spada che lo recida, in ogni modo, ci siamo adagiati spesso sulla sensazione di una tranquillizzante azione diplomatica che allontanasse i pericoli sempre incombenti sulla nostra quotidianità…

 

Programmi

Nei media e nei convegni si sono espressi infiniti scenari per soluzioni del conflitto. Abu Mazen traccia una mappa della Palestina indipendente, entro le linee d’armistizio del ’67, con Gerusalemme Est capitale. Parte della destra israeliana, negando la possibilità di uno stato palestinese tra il mare e il Giordano, reclama l’annessione dei blocchi di colonizzazione (chiedo venia a chi rifugge da questo termine “tendenzioso”), concedendo agli abitanti non ebrei della Cisgiordania (Giudea-Samaria) una autonomia municipale o quasi, con legami giordani. Gerusalemme fuori da ogni trattativa, nei confini allargati del ‘67, che includono 250.000 non ebrei, in esclusiva sovranità ebraica, nel rispetto delle libertà religiose e dei Luoghi Santi. Le colombe sognano un ritorno alla linea verde, magari con scambi territoriali, panacea di ogni male. L’Islam militante (Hamas e c): “Non transigeremo. Ogni granello della Falestin è nostro, Dar-Islam, e non termineremo di lottare fino alla Vittoria!”.

 

Impunità

Ormai gli atti antiarabi e anti-non ebrei (goim) e alla fine contro ebrei di idee diverse stanno diventando fatti di cronaca come gli incidenti della strada, e le violenze varie dei singoli. Di qua e al di là della linea verde. Graffiti del “Tag Mehir” (“Etichetta del Prezzo”) sui muri di moschee, chiese, conventi o case nei villaggi arabi, recisioni di decine di alberi d’olivo o tagli dei copertoni di decine di auto in quartieri arabi e non solo.

A seguito di sporadiche demolizioni manu miltiari di edifici abusivi da parte dei “coloni” (mitnahalim), si sono moltiplicate le ritorsioni dei “giovani delle colline”, contro i mezzi di Zahal, culminate nella distruzione di un piccolo accampamento di militari a protezione dell’insediamento di Izhar, alla presenza di soldati della riserva. I media elettronici riportano le notizie al proposito, e la stampa, con maggiore o minore risalto, a seconda delle tendenze politiche, mentre assistiamo, al di là di parole di condanna di esponenti politici, militari ecc, ad una flebile attività di repressione delle forze di polizia e di sicurezza preposte all’ordine e alla legalità nei territori amministrati.

Noto un certo gnorri nei media diasporici. È un atteggiamento di prudenza, data la faziosità anti-israeliana di tanti giornali, o una politica tracciata dall’alto? È una domanda alla quale desidereremmo una risposta “senza se e senza ma”.

 

Pluralismo

Non è un mistero che la società israeliana sia un mosaico di culture, mentalità ed etnie.

Particolarmente acuto permane lo scontro tra i “laici”, i”religiosi”moderati, e i “charedim”, cosiddetti ultraortodossi, non solo in tema di arruolamento all’esercito, ma soprattutto in tema di educazione. Si prevede che in un prossimo futuro la popolazione scolare ortodossa nelle sue ramificazioni, raggiunga il 50% del totale. I charedim, ashkenaziti e orientali-sefarditi, godono di una autonomia per quanto riguarda i programmi di studio, sebbene le rispettive reti siano ampiamente finanziate dallo Stato.

Da tempo si propugna l’obbligo,universale, di insegnamento di “materie base” comuni a tutta la scolarità, lingua ebraica, aritmetica, inglese e educazione civica. I charedim si oppongono a questa richiesta considerandola interferenza nella purità dell’“educazione ebraica ancestrale”. Al più, in non tutti i Talmudei Torà, si insegnano materie “profane” ai livelli inferiori, senza approfondimenti. L’essenziale è lo studio del Talmud e in sottordine della Torà scritta.. come nei millenni.

Mi sono sempre domandato come il bagaglio culturale che ci è stato tramandato o che abbiamo acquistato nel corso dell’esistenza ci abbia plasmato come persone, a livello dell’eticità, dei rapporti sociali, in una parola, nella nostra visione del mondo. Penso ai miliardi di esseri umani che sono stati toccati dall’esterno dalla “Civiltà” (leggi dalla cultura occidentale), con retaggi ricchi di contenuto, un tempo, non contaminati. Quel charedì che incontro, che ha “digerito” pagine e pagine dei Testi di Israele, che ne sa di Leonardo, di Michelangelo o di Kant? In un altro contesto, mi ricordo che, conversando con una insigne figura dell’ebraismo italiano, esprimevo la problematica nella mia sensibilità intellettuale di formazione classica e nello stesso tempo in un iter di conquista ebraica nello scoprire come Grandi della letteratura e del Pensiero avessero espresso posizioni ostili o chiaramente antisemite… Pluralismo culturale, dialettico, nel nostro foro interiore?

Reuven Ravenna

9 aprile-9 nissan

Emmanuel Mane-Katz, matrimonio

 

    

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