Storia

 

L’agenda di Benjamin Sagalowitz

 di Silvana Calvo

 

Ci sono modi diversi di fare incontri importanti con persone che lasciano un segno nella propria vita. Talvolta si ha la fortuna di farli concretamente nella realtà, oppure - e oggi succede anche - nel mondo virtuale del web.

Ci sono però anche altri “territori” dove ciò è possibile: magari in un archivio. A me sta succedendo proprio ora di approfondire la conoscenza di una persona straordinaria che ha vissuto in un tempo e in un luogo che non sono i miei. Si tratta di Benjamin Sagalowitz che già avevo marginalmente incontrato nel corso di mie ricerche precedenti. Questa volta invece, indagando sul mondo dell’informazione in Svizzera nel corso della seconda guerra mondiale, quest’uomo me lo sono trovato direttamente di fronte nella veste di figura centrale nel far giungere ai giornali svizzeri, in tempo reale, le notizie sullo sterminio degli ebrei d’Europa.

Era nato in Russia, a Witebsk, nel 1901, ed era arrivato a Zurigo con la famiglia all’età di 13 anni. In Svizzera si è poi laureato in giurisprudenza e avrebbe intrapreso la carriera giornalistica. Nel 1938 venne chiamato a dirigere la JUNA, l’agenzia stampa dell’Unione delle Comunità Israelitiche Svizzere.

Negli anni terribili della Shoah riuscì, di volta in volta, a procurarsi notizie da diverse fonti. La JUNA diventò allora il crocevia delle notizie sulla Shoah, nel momento stesso che essa avveniva. Vi confluivano resoconti dall’estero: Sagalowitz coltivò stretti rapporti di scambio informazioni con il Jewish Central Information Office di Amsterdam prima che lo stesso venisse chiuso a causa dell’invasione tedesca dell’Olanda. Altro materiale giungeva dai vari uffici del Congresso Mondiale Ebraico dislocati in diverse capitali (Parigi, Londra, New York). Spesso succedeva che persone giungessero a Zurigo e lo visitassero per confidare la loro testimonianza: così fece un autista della Croce Rossa Svizzera che ebbe modo di entrare nel ghetto di Varsavia. Nell’estate 1942, nel suo ufficio arrivò anche Eduard Schulte, un industriale tedesco che a causa delle sue attività frequentava a Berlino i circoli più esclusivi nazisti. Da lui, Benjamin Sagalowitz e Gerhard M. Riegner, del Jewish World Congress, appresero che nello stato maggiore di Hitler era stata decisa la “soluzione finale del problema ebraico” mediante l’uccisione di tutti gli ebrei europei. La notizia venne subito trasmessa ai governi di Londra e Washington dove, in un primo momento, fu accolta con scetticismo, e solo mesi più tardi, in dicembre, venne presa seriamente in considerazione

Per quanto riguarda la divulgazione delle notizie raccolte, Sagalowitz si trovava di fronte l’agguerrita censura elvetica che egli, in modi sempre ingegnosi, riuscì però a eludere in buona misura. Lo fece distribuendo documenti, rapporti e articoli della stampa estera, soprattutto inglese, a giornalisti coi quali aveva relazioni personali. Inoltre inviava il Bollettino-JUNA a tutti i giornali svizzeri: non solo a quelli importanti, come la Neue Zürcher Zeitung, la Tagwacht e la Tribune de Genève, ma anche alle centinaia di piccoli giornali periferici e settoriali. Si trattava di una informazione incisiva che - per non allarmare la censura - veniva presentata nella veste apparentemente inoffensiva di rassegna stampa.

Raccolse anche una ricchissima documentazione che non è solo servita allora, ma si è più tardi rivelata importantissima nei processi contro i criminali di guerra (quello di Eichmann, ad esempio) e in quelli di richiesta di risarcimento. Oggi il suo lascito, conservato in gran parte all’Archivio di Storia Contemporanea del Politecnico di Zurigo, è diventato una miniera di materiale di grande interesse per chi indaga sulla Shoah per quanto ha attinenza con la Svizzera.

Avevo dunque materiale in abbondanza per sapere con buona approssimazione “cosa” lui aveva fatto. Quello che però mi mancava era di capire “come” lo aveva fatto. E qui ho avuto la fortuna di trovare una cosa che si è rivelata per me di inestimabile valore: la sua agenda del 1939.

Affrontare l’agenda non è stato agevole. Era scritta in tedesco con una scrittura d’altri tempi, fitta fitta. All’inizio potevo procedere solo molto lentamente, in un giorno una pagina o poco più. Ho presto capito che per decifrare avevo bisogno di supporti, per cui mi sono ritrovata con il computer circondato da quattro volumi di storia da consultare: soprattutto l’elenco dei nomi per risalire alle persone citate e da lì ai motivi all’origine dei contatti di Benjamin Sagalowitz con loro. Un buon aiuto, lo devo pur dire, per verificare avvenimenti e pubblicazioni di 75 anni or sono, mi è venuto anche da Google.

Lo sforzo è stato premiato perché a poco a poco mi sono familiarizzata con la scrittura e con lo stile e piano piano sono riuscita a inserire quanto decifravo nel suo contesto. Il mio compito si è fatto più facile e, oserei dire, sempre più entusiasmante. Mi si è aperto un mondo: ho potuto seguire Sagalowitz giorno per giorno per un anno intero. Ho potuto assistere a come avvenivano in concreto i suoi contatti con giornalisti, di vari organi di stampa, che lui riforniva di documenti che - in un tempo senza fotocopiatrici né stampanti - le signorine dell’ufficio provvedevano a ricopiare magari più volte. Ho potuto vedere quanta cura e impegno venivano profusi nella redazione (e traduzione in francese) del Bollettino-JUNA e quanto tempo veniva dedicato alla lettura, ritaglio e catalogazione degli articoli sulle persecuzioni naziste apparsi sulla stampa svizzera. Quegli stessi articoli che ho potuto trovare 75 anni più tardi in due scatole d’archivio e che mi sono stati preziosi per capire in che modo i giornali hanno a loro tempo informato i loro lettori.

Dalle telefonate, di cui lui annotava la sintesi, ho potuto comprendere i suoi rapporti con personaggi importanti del mondo ebraico svizzero: con taluni di essi aveva rapporti improntati a grande fiducia e amicizia, con altri le relazioni apparivano più difficili. Aveva anche contatti con uomini politici, come, ad esempio, il segretario generale del Partito Socialista Svizzero Hans Oprecht, insieme al quale organizzò, proprio nel novembre del 1939, la distribuzione capillare alle redazioni dei giornali svizzeri (e anche ai giornali ebraici all’estero) del Libro Bianco Inglese sui campi di concentramento tedeschi.

Di Sagalowitz ho imparato a conoscere il modo ordinato e preciso di lavorare, la sua disponibilità a risolvere problemi, a far da cuscinetto nei confronti di rimostranze. E di queste ne ho incontrate parecchie nelle pagine dell’agenda. Ammirevole era la sua capacità di ascolto, la sua pazienza e la sua diplomazia nel dirimere le controversie. Sapeva intervenire con ammirevole garbo presso le redazioni per indurle a pubblicare rettifiche di notizie improntate da pregiudizi e stereotipi antisemiti.

Man mano che procedevo la personalità di Benjamin Sagalowitz si è delineata con sempre maggiore precisione. La sua partecipazione al Congresso sionista di Ginevra (17-18-19 agosto 1939) mi ha mostrato quanto quella causa gli stesse a cuore. Nello stesso tempo egli provava anche un grande attaccamento alla Svizzera: da lì il rammarico per essersi a lungo vista rifiutata la cittadinanza elvetica, che gli fu concessa solo nel 1953.

Insomma a poco a poco il personaggio è diventato persona, capace di suscitare, oltre al giusto apprezzamento intellettuale, anche sentimenti più umani di ammirazione e di affetto.

Silvana Calvo