Storia

 

Emanuele Artom

 di Paola De Benedetti

 

 

A Torino c’è una via intitolata a lui, “caduto per la libertà” e un cippo all’inizio della via che ricorda il suo sacrificio; ogni anno in un giorno tra il 25 marzo e il 7 aprile, date della sua cattura in Val Germanasca e della sua morte a Torino, si svolge una marcia dai luoghi della sua vita (la sua casa in Via Sacchi, la stazione di Porta Nuova, da cui partivano i convogli dei deportati, tra cui alcuni suoi compagni di lotta quali Jacopo Lombardini, Geo Levi, il carcere in cui terminò la sua breve vita) fino alla scuola ebraica che porta il suo nome: la sua città mantiene e rinnova così il ricordo di Emanuele Artom, l’intellettuale, lo studioso, il docente, il partigiano commissario politico del Partito d’Azione, morto a ventinove anni il 7 aprile di settant’anni fa in una cella del braccio tedesco delle carceri “Nuove” di Torino, ucciso dalle sevizie inflittegli dai nazifascisti.

Un passato che si allontana sempre più - in settant’anni si sono succedute tre generazioni, l’anno prossimo cadrà il centenario della sua nascita - annulla i protagonisti e i testimoni, fa sbiadire i ricordi, ma Emanuele Artom, cui la crudeltà dei suoi aguzzini ha negato anche una tomba su cui i genitori potessero piangere, vive attraverso la straordinaria testimonianza dei suoi diari, soprattutto del suo diario partigiano.

Tutto è stato detto su di lui nelle introduzioni, negli studi, nei commenti, nelle recensioni delle tre successive edizioni dei diari: parziale la prima della Casa Editrice Israel nel 1954, quasi integrale (con omissioni imposte dalla madre) quella del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea del 1966, voluta da Eloisa Ravenna e curata da lei con la mia collaborazione, e infine integrale in quella edita da Bollati Boringhieri nel 2008 magistralmente curata da Guri Schwarz. Ciò che rende particolare il diario partigiano è il fatto di essere stato scritto sul momento, giorno per giorno, commentando i fatti, descrivendo e giudicando le persone, annotando i pensieri; il tutto con la genuinità e la verità che nascono dall’immediatezza, cioè senza la rielaborazione dei ricordi negata a lui dalla sua morte.

Il diario era scritto su qualunque tipo di carta di cui Emanuele Artom riusciva disporre: fogli di quaderno, fogli bianchi comuni, anche carta bianca da pacchi, e veniva affidato via via a persone diverse, che lo consegnarono alla madre tra la fine del 1944 e il 1945; non sono stati trovati i fogli successivi al 23 febbraio 1944, ma un suo amico e compagno di lotta ricorda che anche in quei giorni Emanuele Artom scriveva i suoi appunti. È presumibile che o lui stesso o la persona cui li aveva consegnati li abbia distrutti durante il rastrellamento nazifascista del marzo 1944 in valle Germanasca; pochi giorni prima, il 19 febbraio, Bianca Guidetti Serra aveva incontrato Emanuele nell’accantonamento a La Gianna, come lei ricorda - un ricordo accorato - nel primo capitolo di Storie di giustizia, ingiustizia e galera.

Copia dattiloscritta dei diari era stata consegnata dalla madre sia all’Istituto Storico della Resistenza di Torino sia al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea; Eloisa Ravenna, allora direttrice del Centro, aveva fortemente voluto, ottenendo il consenso della madre di Emanuele Artom, che questo eccezionale documento venisse portato a conoscenza del pubblico, con note a chiarimento dei fatti e delle persone, citate soltanto con le iniziali, raccogliendo informazioni e commenti di testimoni.

Il lavoro di raccolta delle testimonianze dirette dei protagonisti - ormai quasi tutti scomparsi - sulle persone, i fatti, le azioni, gli episodi citati nel diario ha costituito un’esperienza straordinaria e irrepetibile; allora, nel 1964/65, erano trascorsi “solo” venti anni dalla breve avventura partigiana di Artom nelle Valli Valdesi, dove nella popolazione erano ancora vivi i ricordi, ed era ancora percepibile nelle persone intervistate la tensione morale che li aveva coinvolti nell’azione di resistenza al nazifascismo.

Altrettanto straordinario è stato scoprire allora, e riscoprire ancora oggi, pagina per pagina, la giustezza e l’attualità delle sue analisi: come scriveva Norberto Bobbio in una recensione della pubblicazione del 1966, intitolata La moralità armata (il titolo che Alberto Cavaglion darà a un suo studio del 1993) “Eccezionale questo diario… per la figura dell’autore che non si limita a descrivere fatti e persone, a raccontare episodi, ma discute con se stesso le buone e le cattive ragioni di quel che gli accade intorno, che non si piega agli avvenimenti, ma li affronta con mente ferma, con spirito sereno, con la consapevolezza che al di là della guerra atroce ci sono problemi di umana convivenza che la guerra, anche la guerra giusta che egli combatte, non sarà in grado di risolvere”.

Paola De Benedetti

   

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