I Giusti

 

La "lettura" del Giardino dei Giusti

di Mario Jona

 

Il 27 marzo è stato inaugurato, al Parco Colonnetti, un Giardino dei Giusti - realizzato su iniziativa del Gruppo di Studi Ebraici - a ricordo di tutti coloro che hanno contribuito, negli anni bui, al salvataggio degli ebrei ricercati in Piemonte. Non è necessario ripetere a quale destinazione siano stati strappati, nè quali pericoli corressero coloro che li hanno aiutati.

Il parco è diverso da altri sorti in varie città europee: non pretende, come il parco di Gerusalemme al quale tutti si sono ispirati, di dedicare un albero ad ogni singola persona, né di affrontare complicate istruttorie per decidere chi, realmente, fosse degno di essere ricordato. Il soccorso ai ricercati in fuga, ebrei, oppositori politici, prigionieri alleati, ha funzionato grazie ad una miriade di collaboratori, dedicati od occasionali, che tutti hanno contribuito, nella misura delle loro capacità, al successo dell’operazione di salvataggio.

Le vittime designate delle persecuzioni erano gli ebrei, ed ai loro salvatori è, in particolare, dedicato il giardino, ma i loro nomi non sono elencati, e la simbologia utilizzata non è del tutto evidente. Perché proprio 36 alberi?

Alla “lettura” del giardino contribuisce il libro che era stato presentato il 19 marzo, nella sede della Comunità: il volume Salvatori e salvati edito da Le Château di Aosta a cura di Maria Teresa Milano. Val quindi la pena di parlarne in dettaglio.

Due sono le possibili chiavi di lettura di questo volume:

- il testo completo, od ampli stralci dello stesso, può fornire un’immagine di cosa è stato il periodo, e della ricchezza di contributi che, da ambienti e situazioni diversissime, hanno costruito ciò che, visto a posteriori, risulta una vera e propria rete di soccorso;

- utilizzando gli accurati indici forniti (dei nomi e dei luoghi), è possibile ricercare particolari persone od eventi.

Ambedue le chiavi di lettura sono di indubbia utilità, quindi si può solo ringraziare chi ha avuto l’iniziativa di trasformare dei polverosi faldoni, reperiti in diverse sedi, in un’informazione raccolta ed agilmente disponibile al pubblico.

Il volume inizia con una presentazione scritta dalla curatrice seguita da quattro saggi composti da studiosi dell’argomento.

Prosegue riportando storie e testimonianze come sono state raccolte, ad iniziare dal 1955. Le più vecchie sono testimonianze di prima mano, altre, più recenti, possono risultare da racconti ascoltati, e fornite in base a stimoli emersi molto più tardi. È evidente che molti dettagli si possono essere persi, o modificati nel tempo, come giustamente fa notare la curatrice (p.8). Dove possibile, le testimonianze archiviate presso la Comunità ebraica di Torino sono state integrate con notizie di altra fonte.

Caratteristica comune ai primi due saggi ed alle schede sui singoli eventi, è quella di guardare al problema dal punto di vista dei “salvati”, con riferimento alla cultura ebraica e, in modo più o meno accentuato, all’interpretazione data al concetto di “Giusti” da Yad Vashem. Ne nasce un’analisi concentrata più sugli obblighi di gratitudine dei “salvati” che sulle motivazioni dei “salvatori”. Lo spostamento dell’atteggiamento dei nostri vicini “ariani” da spettatori disinteressati o disapprovanti a salvatori attivi segue un’ampia gamma di percorsi emotivi e culturali, che meriterebbe un’ulteriore analisi, specificamente dedicata all’argomento, e quindi ben più ampia delle condivisibili osservazioni riportate da Paolo Momigliano Levi, che ne coglie un aspetto nel suo saggio.

È in particolare opportuno ricordare che i salvatori erano spesso, ma non sempre, coscienti del pericolo che correvano; c’è anche stato chi, resosi conto del pericolo, si è liberato velocemente degli “incomodi”, non necessariamente consegnandoli ai carnefici(1).

Il saggio di Gabriele Nissim “La memoria dei giusti e l’identità europea” riprende un suo vecchio cavallo di battaglia, l’estensione del concetto di “giusto”, cresciuto dopo la Shoah con riferimento specifico a chi avesse aiutato gli ebrei in fuga dallo sterminio, a comprendere chiunque abbia aiutato delle persone ingiustamente perseguitate. La posizione mi pare fondamentalmente corretta: nella storia recente molti episodi di persecuzione hanno colpito. L’unicità della Shoah è legata principalmente alle dimensioni che ha assunto ed alla cura organizzativa con la quale è stata prepetrata: altri genocidi o stermini dei quali abbiamo avuto notizia non sono stati meno ripugnanti.

Ma l’assunto di Nissim è difficilmente gestibile. Allargando il panorama è difficile arrivare ad una definizione universale di “giusto”, come anche lo è stato, per gli inevitabili condizionamenti ideologici, giungere ad una condivisa definizione dell’ “ingiustizia” alla qaule i “giusti” si oppongono. Nei casi specifici di cui mi sono occupato, abbiamo dovuto ricorrere ad una definizione rigorosa, e forse un po’ limitativa, del concetto di “genocidio”. Nissim contraddistingue “un atto di bene” con “il travaglio interiore e l’assunzione di responsabilità” (p. 12), aspetti intimi, impossibili da verificare, in particolare a posteriori. Il modello di Yad Vashem, al quale Nissim si rifà, è molto più semplice, basato sul detto talmudico “chi salva una vita salva il mondo”.

Criterio di facile applicazione, ma talvolta fallace. Dovrebbe essere commisurato all’effettivo potere del “giusto”: una persona che, avendo occasione, e presumibilmente possibilità, di salvare tanti, salva solo alcuni, lascia un po’ perplessi. Debbo confessare che, nell’ambito dell’istruttoria per l’assegnazione di un riconoscimento in uno degli ormai tanti “Giardini dei Giusti” locali, mi sono trovato a votare contro un Giusto già riconosciuto da Yad Vashem, proprio per la ragione di cui sopra.

Il saggio “I Giusti” di Sarah Kaminski, apre con una discussione sui due termini “tzadik” e “hassid” che nella letteratura ebraica si possono applicare alla definizione di “giusto”, “tzadik” con l’accento posto sul rigore morale e “hassid” con un riferimento alla pietà religiosa; spiega anche il collegamento al numero 36, tradizionalmente connesso al concetto di giusto, e che ricompare nella composizione degli alberi del giardino. La Kaminski cita alcune posizioni della cultura ebraica sull’argomento; non tutte, la discussione può proseguire all’infinito citando opinioni e sfumature diverse. La sostanza del discorso si condensa in due domande: può uno “tzaddik” non essere “hassid” e, conversamente, può un “hassid” non essere “tzaddik”?

La risposta alla prima, ufficializzata dall’esperienza della Shoah, è certamente sì: gli “tzaddikim” (giusti) che hanno aiutato gli ebrei perseguitati appartenevano a diverse o nessuna religione, con nessun rapporto con il hassidismo. Più discussa può essere la risposta alla seconda domanda: nella storia gli esempi di “pii” fanatici, tutt’altro che “giusti” abbondano; si tratta o non si tratta di “veri hassidim”?

Il saggio non affronta questi aspetti, ma prosegue ad esaminare il valore della memoria, con particolari riferimenti alla tradizione ebraica, e conclude con le istituzioni e le iniziative che di questa si occupano.

Livio Berardo, nel breve saggio “Libertà e necessità dopo l’8 settembre” evita le analisi psicologiche o filosofiche, ma fornisce un’efficace descrizione della situazione che si è formata in Piemonte in quel periodo, in cui gli ebrei hanno avuto la scelta tra il nascondersi ed il partecipare alla lotta armata, in ambedue i casi con la necessaria collaborazione dei tanti “ariani”, a diverso titolo impegnati a far fallire il progetto nazi-fascista. Cita esplicitamente, tra i tanti che hanno scelto la seconda opzione, Emanuele Artom, ebreo perseguitato e resistente armato, ricordato nella stele del giardino.

Come quello di Livio Berardo, anche il saggio di Paolo Momigliano Levi “La parola ebreo nella coscienza dei giusti” si svincola dai condizionamenti culturali ebraici, e racconta la situazione trovata dai perseguitati in Canavese ed in Val d’Aosta, dove, con l’unica eccezione della città d’Ivrea, la parola “ebreo” non evocava alcun preciso significato. Gli ebrei fuggiaschi venivano “accolti come persone” e nascosti per “motivi umanitari, che affondavano le loro radici in secoli di privazioni, ma che erano alimentati dal rispetto della vita, dell’ospite, dello straniero”. Anche in questo saggio è posto in rilievo il collegamento tra l’attività di salvataggio dei perseguitati, ebrei od altri, e la guerra partigiana.

Le schede che compongono la maggior parte del libro raccontano singoli episodi, talvolta in forma molto breve e schematica, talvolta in modo poco comprensibile. Deliberatamente sono costruite su notizie, in genere testimonianze volontariamente offerte, raccolte, attraverso gli anni, dalla Comunità ebraica di Torino, arricchite, ove possibile, da informazioni di fonte diversa. Utilissime per la ricerca di notizie particolari, non sempre descrivono bene le situazioni, né forniscono gli elementi per capire le motivazioni e le reali implicazioni degli atti di solidarietà che segnalano.

Io penso che, nelle teste dei più anziani tra noi, possano esserci ancora sepolti molti ricordi di avvenimenti personalmente vissuti, o di racconti ascoltati, che potrebbero aggiungere spessore umano ed emotivo ai freddi dati riportati. Voglio chiarire con un esempio.

A pagina 152 Eugenia Tedeschi vedova Zargani racconta le circostanze dell’incontro casuale con il loro salvatore, il dottor Alfredo Pagani:

“...lasciati soli in una saletta, decidemmo di ricorrere al suicidio come unica nostra speranza di sfuggire alle persecuzioni e alle torture che certo ci attendevano e nello stesso tempo per non nuocere alla salvezza dei nostri bimbi. Presa questa decisione, ci abbracciammo dimentichi di tutto in preda ad una crisi di disperazione. Così ci sorprese Alfredo Pagani, allora laureando in medicina.”

Non si può chiamare proprio una narrazione scarna, ma provate a paragonarla a quella che ne da’ il figlio Aldo(2); vedrete come, con poche parole in più, tutto diventa più chiaro.

La testimonianza della Tedeschi pone anche un altro problema. Nomina i “campi di eliminazione nazisti”, cosa naturale in una testimonianza resa dopo che i meccanismi della Shoah erano stati resi noti. Ma cosa si sapeva nel ’43? La disperazione degli Zargani fa supporre che fossero ben informati, mentre troppi altri casi confermano che il reale orrore della deportazione non fosse neanche immaginato. Ma questo discorso ci sposta su di un altro, non pienamente risolto, aspetto della storia di quell’epoca e ci riporta a discussioni ancora aperte, di notevole importanza per la valutazione dei comportamenti dei protagonisti di quel periodo.

Ho citato questo esempio per due motivi: da una parte indica la possibilità di diversi filoni di lettura delle testimonianze pubblicate, dall’altro costituisce un invito, a chi fosse custode di ricordi trasmessi oralmente, a depositarli per iscritto. Abbiamo ancora delle responsabilità alle quali dobbiamo assolvere.

Mario Jona

 

(1) Si veda ad esempio il caso di Theo (in realtà Matteo) Pasch, citato da Aldo Zargani: Per violino solo Ed. Il Mulino, 1995, pag.121.

(2) Opera citata, pag. 38.