Libri

 

Vita singolare di un’ebrea siriana diventata psicologa dell’infanzia

di Giulia De Marco

 

Mamma Miriam è stato scritto a circa dieci anni di distanza da A piedi scalzi nel Kibbutz (Milano, Bompiani 2003 di Masal Pas Bagdadi ), il libro in cui Masal parla della sua vita e della sua trasformazione: da bambina sola, abbandonata a donna sicura di sé e professionista affermata.

Contrariamente a quanto il titolo possa far pensare, Mamma Miriam non è una biografia della madre di Masal né un libro sulla maternità.

È il diario di un viaggio, anzi di molti viaggi: quelli che Masal ha intrapreso per presentare il suo libro A piedi scalzi nel kibbutz (2003) in tante scuole e in tante librerie d’Italia.

E, come è naturale per tutti i diari, oltre che parlare di sé, Masal parla anche delle persone che incontra durante i suoi viaggi. Le descrive in poche righe, addirittura talvolta con poche parole perché a lei basta un gesto, il tono della voce, la postura per capire se la domanda le viene posta per semplice curiosità o per un bisogno interiore; capire chi la interroga le serve per calibrare la sua risposta. Perché Masal è una psicoterapeuta, una brava psicoterapeuta, capace di dare a ciascuno ciò che si aspetta a lei. Masal non si è mai tirata indietro né nella vita né nel rapporto con i pazienti.

Dice di sé: È comune nella mia professione che il terapeuta sia neutro e distaccato dalla persona che chiede il suo aiuto, per me invece condividere da vicino con il paziente le sue difficoltà è il primo passo verso la guarigione.

E così in ogni risposta, Masal disvela una parte di se stessa e racconta un pezzo della sua vita. Viaggio dopo viaggio, pagina dopo pagina, Masal affronta, partendo dalla propria storia, i grandi temi della vita: l’identità, l’abbandono, la solitudine, l’amore, la felicità. Ogni tema parte da un ricordo; le sue parole sono sempre frutto di esperienze vissute sulla propria pelle. C’è un rimando continuo al suo libro A piedi scalzi nel kibbutz che, a sua volta, trova nel diario la sua completezza. I due libri sono interdipendenti ed è bello leggerli in sequenza e, ogni tanto, passare da uno all’altro.

Su tutta la narrazione dei suoi viaggi e dei suoi incontri aleggia Mamma Miriam. Questa madre poco goduta e molto rimpianta. Con lei infatti Masal ha vissuto solo per i primi cinque anni della sua vita, fino a quando, per salvarla dai pogrom razzisti siriani, non l’ha fatta fuggire in Israele affidandola alla sorella maggiore Noemi. Non si è più riunita a lei perché, anche quando sua madre è riuscita a raggiungere Israele, le condizioni economiche della famiglia oltremodo precarie non le hanno consentito di lasciare il Kibbutz.

Una madre amatissima che continua ad essere presente nella sua vita, che le torna in mente in ogni occasione e a cui lei si rivolge nei momenti di difficoltà.

Una madre che era capace di dare un significato profondo a tutto ciò che le accadeva intorno e che ha lasciato un segno profondo in lei, come solo i rapporti significativi, ancorché brevi, possono lasciare.

Mamma Miriam, infatti, negli anni felici vissuti nel ghetto di Damasco, quando si chiamava ancora Tune, le ha dato una vita piena di elementi identitari, attraverso il cibo, i rituali del venerdì, il riposo dello Shabbat, le feste religiose, la fede profonda praticata con naturalezza.

Elementi che, rafforzati dall’esperienza del kibbutz prima e dalla vita militare dopo, fanno dire a Masal con semplicità ed orgoglio “Io sono ebrea” e che la portano ad affermare, quando è costretta a rispondere alle domande sul conflitto arabo-israeliano, che il suo cuore è con Israele perché non può negare se stessa, la sua identità, le sue sofferenze, i suoi ricordi di bambina costretta dagli arabi a lasciare la sua casa, sua madre, i suoi fratelli.

Mamma Miriam è colei che le ha insegnato in cosa consiste l’amore per la famiglia e per i figli con la semplicità di una frase: Figlia mia, guarda i tuoi figli, guarda tuo marito. Laddove il verbo guardare assume il significato di prestare attenzione, essere vicino, comprendere, accogliere.

E Masal ha appreso questo insegnamento. Dice di sé: Ho l’abitudine di guardare le persone negli occhi per captare l’aspetto emotivo della comunicazione e contemporaneamente registro nella mente le parole che mi vengono dette. ...Con gli anni ho affinato la mia capacità di entrare in empatia con le persone. Mi lascio andare e entro nell’esperienza che ho davanti. Non separo mai il sapere dall’affettività, il cuore dalla testa e cerco di trasmetterlo ai bambini.

E i bambini, che sono speciali nel comprendere i messaggi quelli detti e soprattutto quelli non detti, colgono questa caratteristica e si affidano a lei, si confidano con lei.

Il mio recente passato di giudice minorile mi ha portato a leggere con particolare interesse le pagine in cui Masal, rispondendo ad un padre adottivo, affronta il tema dell’abbandono e del modo in cui è opportuno porsi nei confronti del passato del bambino adottato. Parlarne, non parlarne? Sollecitare ricordi o attendere che sia il bambino a ricordare spontaneamente?

Ancora una volta Masal affronta il tema con razionalità e schiettezza, partendo dai concetti di appartenenza e di radici affettive.

Hanno radici coloro che appartengono ad una famiglia, ad un paese ad una lingua. Molto spesso invece il bambino che va in adozione non è appartenuto a niente e a nessuno; ha quindi bisogno di un genitore che lo accolga nella sua interezza e che senza paura si metta in contatto con la sua vita passata, fatta di privazioni, di separazioni, talvolta anche di maltrattamenti ed abusi. Non c’è vero amore se non si prende con sé l’altro e la sua storia, se non si penetra nella sua anima, se si resta lontani fisicamente e psicologicamente.

Masal sa bene cosa significhi essere abbandonata in quanto l’ha vissuto sulla sua pelle quando è stata separata prima dalla madre e poi da sua sorella Noemi. Un passato traumatico che la costringe ad un’adultizzazione precoce e ad una precoce capacità di razionalizzare gli eventi. Masal, nel kibbutz, soffre per essere stata abbandonata da sua madre ma è capace di dare alla frase che Mamma Miriam ha detto alla figlia Noemi, mentre gliela affidava “Salvala”, la positività e l’amore insito in quell’ordine.

Avrebbe potuto crescere fisicamente, rimanendo psicologicamente immatura, insicura, fragile. Così non è stato. Masal è diventata una donna forte, orgogliosa, libera, entusiasta, con una gioia verso la vita che le viene dall’aver conservato, direi meglio preservato, la parte sana di sé: Tune, la bambina felice del ghetto di Damasco, figlia di Mamma Miriam.

Che le ha consentito, citando Phillis Greenacre, una psicologa americana, di avere con il mondo “ una avventura amorosa”.

 

Giulia De Marco

 

Masal Pas Bagdadi, Mamma Miriam, Bompiani, 2013, pp. 177, 9

 

    

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