Libri

 

Migrazioni ebraiche dai paesi musulmani in Israele

 di P.D.

 

È questo il sottotitolo dello studio di Sara Valentina Di Palma pubblicato dalla Giuntina, frutto di una ricerca ampia e puntigliosa (si veda l’elenco delle fonti in apertura, e la bibliografia che prende dieci pagine); nell’introduzione l’autrice precisa lo scopo del suo lavoro di ricerca: “dare consistenza e voce a questa parte di ebrei israeliani, definiti talora sprezzantemente ‘ebrei arabi’, nel tentativo di comprendere come la loro difficile integrazione nello Stato si sia ripercossa sulla politica e sulla società di Israele e tanto abbia contribuito e tuttora contribuisca a pesare sulla questione palestinese e sul futuro di Israele”.

L’autrice esamina innanzitutto criticamente la storiografia dei primi anni dello Stato, ideologica e costruita su miti, che fino alla demistificazione operata dai nuovi storici non ha saputo - o non ha voluto; - cogliere i gravi problemi dei nuovi immigrati, definiti genericamente “sefarditi”o “Edot ha Mizrah” (“popolazione dell’Est”, espressione con cui, singolarmente, sono definiti ebrei sia provenienti da paesi musulmani, sia bulgari, greci, jugoslavi, turchi, indiani; e per quel che riguarda il Rabbinato, anche italiani) in contrapposizione agli “askenaziti”, i fondatori sionisti provenienti dall’Europa; si sofferma quindi sui problemi demografici, determinati dall’immigrazione magrebina preponderante, dalla metà degli anni ’50 dello scorso secolo, rispetto a quella occidentale (incideva negativamente su questa immigrazione sia lo sterminio di due terzi degli ebrei europei sia il blocco degli ebrei dell’URSS); una immigrazione, quella orientale, prevalentemente povera, meno acculturata, non sionista, che non condivideva la memoria della Shoah, che era portatrice di abitudini di vita differenti da quelle del paese. L’autrice mette sin dall’inizio in rilievo le conseguenze politiche di questo nuovo elettorato, a partire dalla sconfitta del laburismo nel 1977.

Dopo aver accennato ai problemi di fronte ai quali si è trovato un paese che non era pronto ad accogliere la massa di immigrati “orientali”, il libro ci offre un quadro di grande interesse della condizione degli ebrei in ciascuno dei paesi musulmani e in India, delle persecuzioni e delle angherie cui erano sottoposti, soprattutto dopo la proclamazione dello Stato di Israele, delle difficoltà incontrate nell’organizzare l’emigrazione in Israele, determinate sia dalla maggiore o minore sensibilità verso gli ideali sionisti (per esempio la maggior parte degli ebrei algerini preferì lasciare l’Algeria per la Francia), sia dalla politica dei paesi di provenienza; emigrazione che ha dovuto passare anche attraverso campi di raccolta transitori (gli ebrei tunisini poterono partire per Israele dopo essere stati raccolti in Algeria) o trasferimenti a tappe via Europa, da Gibilterra o da Marsiglia.

Altrettanto difficile, sia per Israele sia per le Edot ha Misrah, è stata la prima accoglienza dei nuovi immigrati orientali: problemi di alloggiamento, sanitari, di scolarizzazione, culturali, di struttura della famiglia. L’integrazione non si è ancora compiuta per tutti, e la contrapposizione fra “askenaziti” e “sefarditi” ha spinto questi ultimi, che si sentono ancora come cittadini di seconda serie con minori prospettive di successo sociale e economico, verso posizioni di destra, incidendo così sulla struttura e sulle scelte politiche dello Stato.

A conclusione di un’analisi dettagliata di tutte le implicazioni dell’immigrazione “orientale” l’autrice osserva: “sembra … di poter affermare che la discriminazione ci fu, ma non fu né così intenzionale come rivendicarono inizialmente le Edot ha Misrah, né dovuta solo alle difficili circostanze materiali del neonato Stato di Israele come si giustificò la dirigenza laburista askenazita”.

p.d.

 

Sara Valentina Di Palma, Una preghiera, una speranza, una certezza, Giuntina, 2013, pp. 204, 20

 

    

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