Ricordi

 

Cesare Segre
La letteratura tra etica e filologia

 di Emilio Jona

 

Cesare Segre nasce a Verzuolo (Cuneo) nel 1928 in una famiglia della borghesia ebraica.

Vive a Torino frequentando la scuola elementare ebraica Colonna Finzi e poi il Liceo Alfieri da cui è espulso con le leggi razziali nel 1938.

Ancora adolescente stringe i rapporti con il prozio, Santorre Debenedetti, che è un noto filologo romanzo.

Vive alla macchia gli anni dell’occupazione nazista, da cui la sua famiglia esce decimata (ben cinque suoi congiunti muoiono ad Auschwitz).

Ritorna al liceo Alfieri nel 1945 a frequentarne l’ultimo anno e riprende i contatti con lo zio Santorre che gli trasmette molte delle sue conoscenze e delle sue passioni letterarie e, quando muore, gli lascia in eredità la sua biblioteca. S’iscrive alla facoltà di lettere all’università di Torino e sotto la guida di Benvenuto Terracini si orienta verso gli studi di filologia. Dopo la nascita dello Stato di Israele ha un breve interesse per il sionismo.

Nel 1950 discute una tesi di laurea su “La sintassi del periodo nei primi prosatori italiani” con il massimo dei voti e la dignità di stampa. Dopo di che inizia una prodigiosa attività, che diverrà sterminata, di studioso di filologia e di critica letteraria in varie università, spaziando in tutte le letterature di lingua romanza, sino ad approdare definitivamente a Pavia dove conclude la sua attività di professore. Muore a Milano nel marzo 2014.

La sua morte coincide con la pubblicazione, fortemente voluta da Renata Colorni di una amplissima scelta dei suoi scritti (“Opera critica” I Meridiani-Mondadori 2014, p. 1565), curata da Alberto Conte e Andrea Mirabile, con un ampio saggio introduttivo di Gian Luigi Beccaria.

Si tratta di un testo essenziale per chiunque, anche non specialista, voglia avvicinarsi alla filologia e alla critica letteraria, che Segre tratta con gli strumenti più raffinati e completi per una comprensione in profondità del testo letterario, ma anche del modo e del tempo in cui quei testi sono nati.

Segre è un illuminista e un razionalista e non è quindi attratto, egli dice, “da ciò che è indicibile o insolubile”, perché sono i sistemi modellizzati a dare un senso al mondo, “dato che il mondo prima di essere normato, descritto e interpretato non è che caos”.

Diceva ancora Segre a proposito della sua attività che si poteva legittimamente parlare di bigamia tra moglie legittima, la filologia, e una moglie di complemento, la critica letteraria.

Il percorso di Segre nasce all’insegna di Benvenuto Terracini e di Leo Spitzer e poi di Gianfranco Contini per spostarsi poi su posizioni strutturalistiche e semiologiche e quindi alla narratologia.

Le origini del suo lavoro affondano nel Medioevo. La Chanson de Roland è il suo studio più noto, letta come ebbe a scrivere “tenendo conto della storia della lingua, dei problemi di cronologia e di storia dei generi”. Lo stile e gli interessi dei nostri prosatori, la rilevazione delle fonti, l’intertestualità e l’interdiscorsività fondano il suo metodo di lavoro, vale a dire lo studio delle derivazioni di un testo da un altro, le modalità con cui è stato accolto o assimilato e le conseguenze che ne conseguono sul piano culturale.

La dinamica delle varianti d’autore, disprezzata dal Croce, e apprezzata da Contini, sono un altro dei campi in cui Segre si cimenta, come quello di individuare nella narrativa italiana ed europea quelle linee espressioniste che, per quanto riguarda il nostro paese, partendo dal Folengo giungono sino a Gadda.

Altri suoi studi spaziano dal Don Chiscotte a Cent’anni di solitudine, da Fenoglio a Pizzuto e a Gadda e mirano alla definizione linguistico/storica del loro oggetto, tentando nuove ipotesi definitorie.

Il rapporto tra etica e letteratura costituisce uno dei maggiori suoi interessi degli anni più vicini a noi. Segre, che si definisce come un “non politico con la passione della politica”, inquadra i testi con sguardo sociologico, fondato su due condizioni, quella della natura comunicativa dell’opera d’arte e quella della responsabilità dello scrittore “di quanto afferma, propone o promuove”.

È particolarmente interessante questo suo rifiuto dell’ideale romantico dell’arte per l’arte e dell’imprescindibilità dalla realtà nella quale l’opera d’arte viene elaborata, che viene qui calata nell’analisi testuale e in una certa misura autoreferenziale dei testi analizzati.

In questo contesto si è posto per Segre, duramente ferito nei suoi affetti famigliari, anche il problema del suo rapporto con la Shoah, vissuto come “fondamentale in qualunque tentativo di riflessione sull’etica novecentesca, dato che quell’evento, che è certo il più tragico di tutta la storia umana (non si pensò mai, nella storia, di annientare un intero popolo, come cercò di fare il nazismo) può fungere da termometro dell’etica collettiva europea, macchiata di indifferenza o persino di complicità con i regimi dittatoriali che lo produssero”.

Vorrei concludere questo suo ricordo considerando il suo testo più autobiografico, Per curiosità (Einaudi, 1999).

In quell’anno prendendo spunto dalla sua pubblicazione, l’università di Torino organizzò un incontro dei suoi studenti con Cesare Segre; Gian Luigi Beccaria lo interrogò sulla critica letteraria, Bice Mortara Garavelli sulla filologia e io sulla sua ebraicità.

Ne avevo dato conto diffusamente nel n.124 di Ha Keillah (febbraio 2000); ma vorrei qui ricordare una piccola parte del nostro dialogo, riascoltando la sua voce che non ha perso quindici anni dopo nulla della sua attualità e del suo calore.

E.J. Della tua appartenenza all’ebraismo diasporico e di una tua moralità laica e antifascista che coniuga la libertà con la giustizia, del tuo volere una storia che parli anche della sofferenza dei molti che la subiscono, c’è traccia profonda e costante nel tuo libro e vorrei che tu ce ne parlassi.

Penso in particolare ad alcune pagine, anche letterariamente altissime: la tua identificazione, tanto forte da essere scritta in prima persona, con la sorte degli ebrei deportati e spariti in un luogo dove, come tu scrivi, “Dio era il gas”, in cui tu, sopravvissuto, hai dovuto assumerti il rimorso che sarebbe stato di spettanza dei tuoi persecutori.

C.S. Paradossalmente è già stato detto, il fascismo e il nazismo hanno favorito la sopravvivenza degli ebrei, perché se è vero, da una parte, che ne hanno distrutto una quantità percentualmente orribile, però dall’altra parte hanno vivificato il loro sentimento di appartenenza. Io sono stato poco osservante delle obbligazioni che gli ebrei dovrebbero mantenere, e potrei aderire ad un club, quello che i tedeschi chiamavano dei KippurJuden, cioè gli ebrei che rispettavano il Kippur e basta. Io ero più o meno a quel livello; oggi sono a un livello ancora minore eppure, come risulta dal libro, mi sento moltissimo ebreo. Allora cos’è? È un senso di solidarietà verso gli altri ebrei, soprattutto verso quelli che non ci sono più, e questo è un sentimento così forte che può segnare tutta una vita”.

E.J. Debbo dire che provo una partecipazione profonda con ciò che scrivi sulla tua infanzia e la tua giovinezza, perché mi riconosco in questa tua storia, in questi antenati di un Piemonte periferico, nel tuo nonno orafo saluzzese, nella tua origine spagnola, immaginaria ma tanto gratificante, nei cibi e nei rituali dei Seder, nell’aura di ebraica laicità dei tuoi genitori, che tuttavia non escludeva la frequentazione del tempio, nei tuoi piccoli piaceri di ragazzo, nelle canzoni che ti sono rimaste nella memoria, da “Vieni c’è una strada nel bosco” a quella di un nostro giovanile antifascismo “Vento, vento portalo via con te”, alla scuola ebraica torinese di Via S. Anselmo, microcosmo solidale e antifascista degli anni ’38-’43, nelle letture familiari di quegli anni, da un lato Pitigrilli dall’altro le edizioni di Slavia, e, aggiungerei, la mondadoriana Medusa, nell’eccitante novità, per un ragazzino, dei bombardamenti della Torino ’42, e poi l’amore per le montagne, la bicicletta, il canottaggio sul Po. Voglio dire che tu hai rappresentato insieme te stesso e una categoria sociologica allora esistente, e assolutamente minoritaria nell’Italia fascista di quegli anni, che era quella media borghesia colta ebraico-piemontese, laica, postrisorgimentale e antifascista, finita con la guerra e le persecuzioni. Non trovi che tu racconti di una persona che era irripetibilmente una con i propri dati personali, storia e vissuto e insieme il fenotipo di una collettività, come se ciascuno di noi fosse anche parlato da altri a lui del tutto similari?

C.S. Penso che la storia ha una sua importanza, siamo figli di una stessa storia per moltissime cose, perché intanto in Piemonte c’erano ebrei, mentre in altre regioni d’Italia non ce n’erano, dato che erano stati cacciati. Questi ebrei costituivano una borghesia piccola o media e perciò non c’erano, o erano pochissimi, i proletari, come ce ne sono invece e ce n’erano a Roma nel ghetto. Non c’erano neppure grandi ricchi ebrei, per cui tutto l’antisemitismo legato al potere economico che si è sviluppato in altri paesi da noi in Piemonte si è sviluppato di meno. Poi ci sono degli elementi che sono esclusivamente piemontesi, la passione per la montagna è piemontese oltre che ebraica, se mai mi pare che nella convergenza delle nostre vite viene anche evidenziata la forte convergenza tra la borghesia dei gentili e la borghesia ebraica, gli stessi ideali, tant’è vero che nell’antifascismo gli ebrei hanno avuto una parte grandissima. Molti dei nomi più belli dell’antifascismo sono di ebrei e di ebrei piemontesi. Adesso non culliamoci troppo nella superbia, ma mi pare che per molti aspetti il Piemonte è stato veramente un centro propulsore non solo di cultura ma di un particolare tipo di civiltà.

E.J. Per concludere resta un terzo tempo, quello del presente.

Nel tuo De senectute lo sguardo si fa desolato e raggelante e di un pessimismo non lontano da quello del libro di Amery sulla vecchiaia. Tu dici che la terza età è una bella e confortante invenzione, perché il corpo e la mente declinano irrimediabilmente; non restano e non importano più né gli onori, né la fama; la parte più viva, più ricca e concreta di te, la tua esperienza e la tua umanità, spariscono con te, non esiste nessun aldilà individuale e per altro, se ti guardi intorno, vedi un mondo intossicato dalla polluzione e dalla spazzatura, vedi i nefasti effetti della televisione, i teppisti che distruggono le cose belle, mentre le guerre, in questa metà del secolo, sono cresciute a dismisura, non si discutono più le idee, si susseguono invece le risse, gli scambi di ingiurie e il dolore domina sovrano.

Anche la tua insaziabilità metodologica avrà fine, tu dici, mentre ti resta il rammarico di non aver visto, letto e ascoltato infinite opere d’arte e di lasciare insoddisfatte molte curiosità.

Certo il mondo d’oggi non suscita né allegria né speranze; mi chiedo però se non ci sia anche in questa tua meditazione l’eco di un certo filone dell’ebraismo: il razionalismo pessimista di Il disagio della civiltà di Freud, la colpa senza colpa di Il processo di Kafka, lo sguardo disperato de I sommersi e salvati di Primo Levi?

C.S. Intanto debbo dire che ho già risposto nel capitolo stesso, dato che termino citando Geremia e Isaia, indico già un’area particolare di cultura. Poi, per dire una frivolezza, io mi ero posto questo problema, la biografia è la vita di una persona, però questa persona non può scrivere la sua morte, perciò tutte le autobiografie sono prive dell’ultimo capitolo. Io nel mio De senectute ho cercato di descrivere anche gli ultimi momenti prima della mia morte. Io sono contrario a qualunque definizione etnica o di gruppo dello spirito ebraico come se venisse ereditato geneticamente. Io penso soltanto che poiché ogni ebreo ha sofferto o sa che suo padre ha sofferto, si può dire che l’ebreo fortunato (che è il titolo di un libro di un mio omonimo, Vittorio Segre) è un modo di dire metaforico, perché l’ebreo fortunato non esiste. Gli ebrei vivono sempre sullo sfondo di una tragedia imminente o passata, ma questa tragedia c’è sempre.

Vorrei anche aggiungere questo: di nuovo siamo nell’ambito di un ebraismo eteroprodotto, perché non è che gli ebrei siano fatti così, potrebbero essere allegroni e ottimisti, giustamente Sartre diceva che gli ebrei esistono perché gli altri ritengono che un certo gruppo di persone siano ebrei.

Allora mi viene in mente quella barzelletta di quel pazzo che era convinto di essere un chicco di grano e va dallo psicanalista, subisce lunghe cure, finché lo psicanalista lo guarisce e gli dice: “Vada pure in mezzo al mondo, e anche tra le galline, perché può essere sicuro che le galline non lo beccheranno”. E lui risponde: “E no, lì io ho paura come prima, perché io lo so che non sono un chicco di grano, ma le galline lo sapranno?

Emilio Jona

 

Cesare Segre

 

   

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