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Inammissibile indifferenza

di Bruno Contini

 

Da qualche anno fanno notizia quasi quotidiana atroci brutalità contro le comunità cristiane non solo del Medio Oriente da parte di gruppi islamisti fondamentalisti di varia origine, nonché pratiche discriminatorie che trovano fondamenta nella legge che viene imposta. Nel 2014 le vittime cristiane sono state 4344 con 1602 chiese bruciate, nel 2013 le vittime sono state 2123; in questi primi mesi del 2015 la situazione pare ulteriormente peggiorata. Alle vittime si aggiungono i feriti, gli stupri e le brutalità di cui le popolazioni cristiane vengono fatte oggetto. Le comunità sono costrette a lasciare le loro case nei paesi dove hanno radici antiche. I cristiani fuggono in massa, rifugiandosi in paesi relativamente più ospitali: in Giordania, nelle zone controllate dai curdi dell’’Irak, in Libano. Moltissimi vivono in campi profughi. L’ambasciatore di Israele all’ONU Prosor ha parlato senza mezzi termini dei cristiani del Medio Oriente come “gli ebrei del nuovo millennio”.

Nella stampa ebraica, quanto meno in quella italiana, sembra prevalere una inammissibile dose di indifferenza nei confronti dei cristiani perseguitati e dell’esodo forzato di intere popolazioni dal Medio Oriente. È un brutto segno. Noi ebrei chiediamo solidarietà quando le cose volgono contro di noi, e giustamente recriminiamo se non ci viene concessa. Ma purtroppo, le nostre comunità sono restie a offrirne, e la reciprocità, per quanto mi risulta, è inesistente. Spero di sbagliarmi.

Il numero di cristiani presenti oggi in Medio Oriente rappresenta forse il 5% della popolazione che vi risiede, dopo essere stato molto maggiore nel corso del XX secolo. Il Center for American Progress stima che le comunità cristiane contino da 7,5 a 15 milioni di persone, concentrate specialmente in Egitto (dove i copti costituiscono il 10% della popolazione, oggi sotto la protezione del generale presidente Al Sisi, dopo essere stati loro stessi vittime di discriminazioni e sovente persecuzioni), in Siria, Libano e Iraq. Solo in Iraq ne vivevano 1,5 milioni fino all’inizio del millennio, oggi ridotti a meno di un milione, di cui il 40% in campi profughi. Le stime sono incerte a fronte dell’esodo forzato dai paesi di origine e la crescita delle comunità costrette a vivere in esilio. Questo spopolamento non può non ricordarci quello degli ebrei dall’Europa Orientale nell’ultimo dopoguerra e dal Nord Africa negli anni Cinquanta.

In Turchia il declino di presenza cristiana ha storia più lunga e fu particolarmente devastante durante la prima guerra mondiale (non solo nei confronti degli armeni, ma anche dei greci): quegli eventi furono la causa di milioni di esuli di tutte le chiese cristiane. Oggi la nuova ondata di estremismo, guerre civili tra fazioni interne allo stesso Islam, il collasso di entità statuali combinato con l’emergenza di nuovi governi autoritari sono la causa di altre calamità.

Né si possono dimenticare le stragi nelle chiese ad opera di Boko Haram in Nigeria, Mali e Niger e le vessazioni cui le donne cristiane sono costrette. Fatti analoghi si sono verificati in Pakistan ad opera di gruppi talebani qaedisti, ma anche in India, nei confronti di comunità cristiane poverissime ad opera di induisti fanatici. Episodi cruenti si sono verificati anche in luoghi ancora più lontani dal Medio Oriente, in Messico e Colombia nei confronti di piccole comunità isolate al seguito dei loro sacerdoti che predicano contro il traffico di droga e la corruzione di chi dovrebbe combatterlo, in Corea del Nord dove si stima che 50 mila cristiani vivano rinchiusi in lager.

Le rivolte in alcuni paesi del Medio Oriente iniziate nel 2011 (che in molti avevamo salutato come l’inizio delle primavere arabe) hanno create nuove pressioni su cristiani, e su altri gruppi religiosi e laici. Le guerre tra sciiti e sunniti, ma anche all’interno di questi stessi gruppi, appaiono agli occhi di molti come scontri religiosi, ma dietro vi si nascondono quasi sempre formidabili interessi economici legati alle fonti energetiche, logiche di potenza geo-politica e di primato nel mondo islamico. A tutto questo hanno contribuito errori strategici e sottovalutazioni da parte di tutto il mondo occidentale di cui non è questa la sede per discutere.

Lo stato dei cristiani in Medio Oriente è un indicatore importante del tipo di regione che sta emergendo. I cristiani hanno storicamente agito da ponte tra l’Oriente e l’Occidente, e oggi ne pagano care le conseguenze. Ma è probabile che le conseguenze le pagheremo anche noi europei, ammesso che non le si stiano già pagando.

È dovere delle comunità ebraiche di tutta Europa fare sentire la propria voce. In primo luogo perché è giusto che sia così. Secondariamente, la lotta all’antisemitismo non si combatte solo combattendo l’ignoranza e l’oscurantismo di antica matrice cattolica (e oggi anche di matrice anti-israeliana), ma anche guadagnando il riconoscimento dei nostri vicini di casa che ebrei non sono.

 Bruno Contini

2 aprile 2015

 


Era trascorso un giorno dall’arrivo in redazione dell’articolo, e in Kenya si consumava la strage di 147 studenti cristiani nel college di Garissa, ad opera di estremisti islamici. E dopo pochi giorni nel Canale di Sicilia si compiva il nuovo orribile massacro dei migranti cristiani, gettati in mare da migranti islamici. Non ci sono parole adeguate ad esprimere l’orrore e a condannare la disumanità di questi crimini; il secondo - oltre il resto - perpetrato tra gente legata dalla comune disperata ricerca di una vita più vivibile.