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Riflessioni post-elettorali

di Yossi Amitay

 

Le elezioni della Knesset israeliana, svoltesi il 17 marzo, sono state in assoluto tra le più verbalmente violente. Quest’articolo è stato scritto un mese dopo ma il polverone ed il tumulto dei tempestosi dibattiti pre-elettorali non sono ancora svaniti, anzi, da quando le elezioni sono terminate si sono ulteriormente intensificati. Evidentemente, ciò significa che il discorso elettorale ha toccato alcuni nervi a fior di pelle nel corpo della società israeliana. È presumibile che un tale doloroso discorso post-elettorale si protrarrà persino oltre al momento in cui quest’articolo sarà dato alle stampe.

La portata delle questioni che hanno fatto esplodere il pubblico dibattito prima, durante e dopo il giorno delle elezioni, è molto ampia. Quindi, ho scelto di concentrarmi su un numero limitato di temi, lasciando gli altri (altrettanto importanti) per un'altra occasione.

I risultati elettorali sono stati una sorpresa scioccante per tutti gli osservatori politici e gli esperti del sondaggio. Prima delle elezioni, e durante il giorno delle elezioni, tutti avrebbero predetto che il partito Likud, sotto la guida di Benjamin Netanyahu, sarebbe stato sconfitto dall'alleanza guidata dai laburisti ("Il campo sionista"), sotto la guida del deputato Yitzhak Herzog ed dell’ex-ministro degli Esteri Tzipi Livni. In realtà, tale previsione era costruita su ipotesi più che ragionevoli. "Re Bibi" era apparentemente detestato da ampi strati della popolazione, tra cui il suo elettorato tradizionale: lo stile di vita stravagante della "coppia reale", insieme con il deterioramento della situazione socio-economica dei lavoratori più umili, il sempre più esteso divario tra ricchi e poveri, i tentativi ricorrenti da parte degli estremisti di destra del Likud di reprimere il sistema giudiziario, accademico e dei media, sono stati, insieme ad altro ancora, alla base dell’umore anti-Bibi, riportato nelle previsioni di numerosi sondaggisti professionisti. In tutte queste previsioni, Herzog avrebbe avuto 2-6 seggi di vantaggio rispetto a Netanyahu. Le analisi dei risultati elettorali presi a campione a seguito del voto "reale" hanno invece inizialmente indicato un "pareggio" tra i due rivali (27 posti ciascuno). Tuttavia, la mattina dopo, la gente si è svegliata scoprendo, sorprendentemente e contro ogni aspettativa, che, ancora una volta, Netanyahu aveva sbaragliato gli avversari, guadagnando 30 seggi alla Knesset (su 120), rispetto ai 24 seggi conquistati dal suo rivale principale.

La scoperta più dolorosa dei risultati delle elezioni è stata la schiacciante vittoria di Netanyahu nei quartieri poveri e nelle periferie, soprattutto popolate da sefarditi provenienti dal mondo arabo (Mizrahi), i cui antenati erano immigrati decenni fa dai paesi islamici, nonché da poveri immigrati dall'Etiopia e dalle province asiatiche dell'ex Unione Sovietica. In altre parole: ha votato Netanyahu un popolo di miserandi provenienti dai più bassi strati sociali ed economici. Molti di loro sono lavoratori a basso reddito in fabbriche che sono state chiuse o sono sul punto di esserlo. Numerosi analisti politici si chiedono ora con inquietudine come mai questa povera gente, chiaramente le vere vittime del sistema economico neo-liberista del governo Likud (risorse sono state molto maggiormente direzionate sugli insediamenti nei territori occupati, piuttosto che sui veri ceti disagiati), ha votato per coloro che sono maggiormente responsabili della loro situazione.

Quasi tutti i partiti a sinistra del Likud hanno concentrato la loro propaganda elettorale su questioni socio-economiche, quasi interamente evitando di trattare di temi di sicurezza nazionale e di affrontare questioni sia di guerra che di pace. Gli strateghi politici di quei partiti avevano calcolato che la sfera socio-economica, in cui i fallimenti delle politiche socio-economiche del Likud avrebbero potuto essere contestati, appariva il "ventre molle" del partito di Netanyahu, mentre le questioni di sicurezza nazionale erano da sempre state la carta vincente del Likud, preferibilmente da non sollevare dall’opposizione. Il "Campo sionista" (CS) ha, dunque, sistematicamente evitato di prendere una posizione chiara sulle questioni relative all'occupazione. La parola "pace" è stata appena menzionata da un portavoce di CS, che piuttosto ha preferito sostituirla col termine ben più mite e non vincolante di "orizzonte politico". Il concetto di una soluzione di pace sulla base dei confini precedenti al 1967 non è stato menzionato nemmeno una volta. Ciononostante, questa cautela non ha pagato: la macchina della propaganda Likud, e Netanyahu in prima persona, si sono fortemente concentrati sulle questioni di sicurezza nazionale, e lo hanno fatto nella maniera più brutale. La questione iraniana è stata presentata con isteria, come il pericolo imminente di un nuovo genocidio, secondo solo alla Shoah, che minaccia non solo Israele, ma l'intero popolo ebraico in tutto il mondo. Inoltre, Netanyahu ha esplicitamente dichiarato che non ci sarà uno Stato palestinese in qualsiasi futuro prevedibile, annullando in tal modo la sua dichiarazione resa sei anni fa presso l’Università Bar Ilan, nella quale aveva dato il suo appoggio implicito alla soluzione dei due Stati. Ancor peggio, ha spudoratamente giocato la carta di un incitamento sciovinista contro i cittadini arabi di Israele, incitando gli elettori ebrei ad accorrere in massa ai seggi, perché "gli arabi stanno affollando i seggi in grandi quantità, arrivando persino con autobus forniti da associazioni di sinistra". Questa propaganda razzista ha dato i suoi frutti, perché masse di sostenitori del Likud (che, fino a quel momento erano indifferenti o risoluti a non votare affatto) si sono precipitate alle urne per bloccare il "pericolo" di un massiccio voto arabo (la verità in tutto ciò è che al momento della levata di scudi di Bibi la partecipazione araba al voto era piuttosto modesta, e alla fine non ha superato il 40% di tutti gli aventi diritto). La "carta della sicurezza nazionale" del Likud è stata quindi vincente perché ha potuto diffondere paure e odio etnico.

La popolazione ebraica più povera, per lo più i Mizrahi e gli abitanti delle periferie, è facilmente caduta preda di questa propaganda. La dichiarazione di Netanyahu che "la vita è in assoluto più importante della sua qualità" ha seminato un terreno fertile. La "sinistra", vale a dire il CS e tutte gli altri schieramenti a sinistra del Likud, sono stati percepiti dai poveri elettori come "rammolliti" e "vigliacchi", disposti a cedere "territori della patria" ai nemici, mettendo così la loro stessa vita a repentaglio. È così tornata alla ribalta la spaccatura Mizrahi-Ashkenazi e sono riemerse le discriminazioni e sopraffazioni subite dai Mizrahi da parte delle élites sociali e culturali Ashkenazi. Le ragioni per il voto di massa della popolazione ebraica più povera per Netanyahu devono essere tracciate sul piano culturale non meno che su quello politico.

Ora che le elezioni sono concluse, lasciando tuttavia aperte le questioni fondamentali esposte dal dibattito elettorale, credo sia un dovere per la sinistra israeliana impegnarsi in un approfondito esame di coscienza. Intellettuali di sinistra e leader politici dovrebbero chiedersi seriamente se non hanno trattato con condiscendenza le masse oppresse e alienate, non riuscendo così ad avvicinarle e ad offrire loro, nei loro termini, una valida alternativa all’ideologia e alle politiche del Likud. Tale profonda autocritica, seguita da un dialogo rispettoso e continuo con queste masse, è un imperativo per la sinistra israeliana, soprattutto se aspira a consolidare una speranza di successo nelle future battaglie sulla vera anima di Israele.

Yossi Amitay

Traduzione di Emilio Hirsch

 

 

 A.Ritratto di Jeanne Habuterne, olio su tela (A.Modigliani)

 

Lolotte, 1917, olio su tela (A.Modigliani)