Storie di ebrei torinesi

Ha Keillah

 

David Sorani, direttore per 23 anni

 

 

Ci racconti qualcosa di te?

Sono nato il 1° maggio 1955 a Firenze. Dopo aver frequentato parallelamente il Liceo classico “Galileo” e il Conservatorio “Luigi Cherubini”, nel 1979 mi sono laureato in Lettere con tesi in Storia della musica sul compositore ebreo svizzero Ernest Bloch. A 17-18 anni ho iniziato a collaborare col Centro Giovanile Ebraico fiorentino, occupandomi in particolare della redazione del giornale ciclostilato “Dialoghi” a cura di Sandro Servi. Era un foglio mensile che rifletteva le riunioni periodiche e i dibattiti di un gruppo di giovani ebrei fiorentini (diverse coppie con bambini piccoli, incontri conviviali, discussioni vivaci su temi ebraici politici e non). A vent'anni ho cominciato a partecipare ai campeggi e alle altre attività della FGEI. In questo ambito ho conosciuto la torinese Giulia Levi, che sarebbe divenuta mia moglie nel 1980. Dopo la laurea e il servizio militare, eccomi a Torino, dove - superato un concorso interno alla Comunità - ho insegnato per quattro anni alla Scuola Media Ebraica “Emanuele Artom”, prima di passare alle superiori e ottenere una cattedra in storia e filosofia al Liceo Classico “Cavour”, dove sono in servizio da ben ventisei anni.

 A Torino sono nati i miei figli (Michael nel 1983 ed Emanuele nel 1986). Mi considero ormai da tempo torinese d'adozione, anche se non ho rinunciato alla mia fiorentinità. Soprattutto nei primi anni dopo il mio trasferimento a Torino, ho sviluppato collaborazioni piuttosto assidue con giornali e riviste (i torinesi “L'Incontro” e “Torino 23+” - un periodico sulla vita delle circoscrizioni - il milanese “Calendario del Popolo”) che mi hanno valso l'acquisizione del titolo di pubblicista. Saltuariamente ho ripreso l'attività musicologica, pubblicando un libro sulle istituzioni concertistiche torinesi del primo Novecento e collaborando a un volume sui 250 anni del Teatro Regio.

In che modo sei entrato in Contatto con il Gruppo di Studi Ebraici? Conoscevi già Ha Keillah prima di venire a Torino? Quando e come sei entrato a far parte della redazione?

Il contatto col GSE è nato pochi anni dopo il mio arrivo a Torino. Conoscevo HK anche grazie alla mia attività per il CGE di Firenze. Il gruppo torinese mi ispirava ammirazione per l'orientamento intellettuale, ma all'inizio anche una certo distacco, devo confessarlo. Ricordo per esempio, ancora negli anni fiorentini, una conferenza di Guido Fubini zl: ero rimasto ammirato dalla sua lucidità e dal suo illuminismo ebraico, ma anche un po' sconcertato per la sua forte laicità. Devo anche dire però che è stato soprattutto l'esempio di Guido a mostrarsi utile e decisivo per la mia formazione all'interno del Gruppo di Studi Ebraici negli anni successivi: rigore, coerenza, penetrazione analitica hanno caratterizzato la sua direzione del GSE e il suo impareggiabile contributo ad Ha Keillah; ho sempre cercato di seguire la sua lezione. Comunque, chiamato in redazione dalla Direttrice/fondatrice Giorgina Arian Levi e da Tullio Levi, è stato per me un onore e anche un po' uno smarrimento entrare - nel 1982 - nel comitato del giornale: non era facile inserirsi in un meccanismo già rodato e raffinato, anche se certo la mia pratica precedente di gruppi e di “giornalini” comunitari un po' mi aiutava. Poi sono subentrati l'affiatamento, l'abitudine al lavoro redazionale fatto di dibatti sugli argomenti da trattare, di letture e di discussioni sugli articoli proposti, la vera e propria amicizia con alcuni redattori. E fondamentale per me allora è stato il contatto con altri “punti fermi” del Gruppo: Giorgina (della sua centralità ho già scritto su Ha Keillah), Franco Segre, Giuseppe Tedesco anche senza porsi in un atteggiamento apertamente didattico, col loro solo lavorare per il giornale, indicavano la strada e tracciavano percorsi per il futuro. Il confronto continuo con Giulio Tedeschi, elemento costante e costruttivo della redazione, era di grande utilità e concretezza.

Quando e come sei diventato direttore?

Giorgina, saggiamente convinta che dopo un certo numero di anni bisognasse cambiare per rinnovare l'immagine della rivista, decise nel 1987 di “andare in pensione”. Facendolo, mi chiese di affiancarla come condirettore per un anno per poi lasciarmi del tutto l'incarico a partire dall'anno seguente: potevo dirigere il giornale perché dal 1982 ero divenuto pubblicista. Fu un impatto non da poco trovarsi a guidare un periodico a piccola tiratura ma affermato e apprezzato, un periodico che l'esperienza parlamentare di Giorgina aveva voluto e saputo diffondere anche tra deputati e senatori italiani. Un periodico, per di più, che sviluppava le idee di un ebraismo “di sinistra” verso cui l'establishment ebraico italiano non era troppo bendisposto. Ancora una volta fu il lavoro collettivo ad essere decisivo per la vita e per l'indirizzo di HK. Centrale era in quegli anni l'apporto organizzativo di Lea Fubini quale segretaria di redazione: senza il suo spirito pratico molte scelte non sarebbero state realizzabili.

Nei tuoi primi anni alla guida di HK hai ritenuto di dover cambiare qualcosa rispetto alla direzione di Giorgina Arian Levi? Hai introdotto novità, per esempio nella struttura del giornale o nei temi trattati?

Non direi che ci siano stati cambiamenti netti con la mia nomina a Direttore reponsabile. Non ce n'era motivo: il giornale aveva una sua chiara fisionomia cara ai lettori, affrontava tematiche ebraiche di vario genere, di carattere politico e culturale, legate all'ebraismo italiano ed europeo. Tematiche che si erano sviluppate nel tempo, dopo i primi numeri centrati in prevalenza, ma non solo, sulle questioni comunitarie da cui il giornale era nato. Dava inoltre molta rilevanza al dibattito politico su Israele, con una posizione vicina alla sinistra israeliana ma sempre originalmente critica e mai supinamente allineata con altri, sempre - soprattutto - capace di guardare con obiettività ai fatti e alle situazioni. Questa era, direi, la base comune rispetto agli anni di Giorgina. Poi, si capisce, i cambiamenti sono nati e cresciuti autonomamente, caratterizzando pian piano un giornale diverso da quello che usciva dagli anni Ottanta: con meno spazio, forse, per le grandi questioni teoriche (mi viene in mente il glorioso ciclo di Franco Segre su Torah e scienza, nei primi anni di HK) e con un'articolazione più agile, una più netta divisione per argomenti e una maggiore attenzione per l'attualità culturale.

Tu hai diretto il giornale per un tempo lunghissimo, più di metà della sua storia. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Certo molto, a livello personale e nel modo di collaborare con un team. Mi ha insegnato ad approfondire il mio giudizio attraverso la ricerca di una posizione individuale eppure capace, negli articoli di fondo, di interpretare l'indirizzo dell'intera redazione o della sua maggioranza. Mi ha insegnato la progettualità e l'importanza del dialogo per superare le divisioni oppure anche per confermarle ammettendo con onestà le lecitissime differenze interne e la necessità di articoli anche diversi sulla stessa pagina del giornale. È stata una parte assai significativa della mia vita, in termini cronologici e di contenuto; un'esperienza nella quale ho investito in creatività e analisi critica, un'attività di coordinamento che forse mi ha lasciato anche una certa propensione a impegnarmi nella guida di gruppi e attività ebraiche.

Purtroppo, per come si è conclusa, in mezzo alle polemiche che non voglio qui ricordare, mi ha lasciato anche molta amarezza, inutile negarlo...

Di che cosa sei particolarmente fiero?

C'è un editoriale che ricordo con particolare piacere tra moltissime altre cose: riguardava Berlusconi e il berlusconismo come fenomeno largamente condiviso dagli italiani.

A parte questo, non mi sento fiero di un settore o di un tema in particolare, piuttosto del grande equilibrio, della lucidità e dell'obiettività di fondo che HK è riuscito a mantenere negli anni della mia direzione, certo non solo per merito mio ma soprattutto per la comune capacità redazionale di avere posizioni precise senza cadere nel settarismo. Devo dire, a malincuore, che questa caratteristica del giornale mi pare sia venuta un po' meno negli ultimi anni: HK resta un giornale di alto livello, pieno di spunti interessanti, di approfondimenti coinvolgenti, ma le sue posizioni sulla realtà israeliana e sull'ebraismo italiano mi paiono spesso sbilanciate e talvolta ingenue.

Viceversa, c’è qualcosa che oggi faresti o scriveresti diversamente? Ci sono, per esempio, prese di posizione redazionali, scelte di articoli da mettere in evidenza, ecc. in cui oggi non ti riconosci più?

Certo si cambia, si invecchia, e anche io sono molto meno propenso di una volta ad assumere posizioni unilaterali e di fatto velleitarie. Ecco, oggi non rifarei più la battaglia (che pure allora avevamo combattuto convinti) dell'“ebraismo progressista”, con tanto di incontri e accordi con sedicenti gruppi progressisti romani (il Martin Buber, l'unico a parte il GSE, con qualche consistenza), fiorentini, genovesi, milanesi: eravamo ingenuamente convinti che stesse nascendo il nuovo polo dell'ebraismo di sinistra. Forse è un po' forzato voler coniugare l'ebraismo da sinistra e da destra: è stato fatto, certo, basta pensare al sionismo; ma l'ebraismo ha i suoi caratteri, talvolta è un po' troppo comodo scegliere solo quelli che ci piacciono di più.

Che cosa pensi di Ha Keillah di oggi? Quale augurio formuleresti per Ha Keillah di domani?

Pur col difetto che rilevavo prima, HK è un giornale stimolante, perché continua a non essere banale o semplicemente apologetico di tutto ciò che sa di ebraismo, come altri periodici anche nazionali a volte ancora rischiano di essere. È un foglio critico, che fa pensare e ti costringe a prendere posizione: questo è tuttora il suo maggiore pregio, dal mio punto di vista. Il mio augurio è che, appunto, superando la tendenza a mostrarsi preventivamente “schierato”, Ha Keillah possa vivere sempre più delle sue libere analisi, senza volersi mostrare come “rappresentante ufficiale” dell'ebraismo “di sinistra”.

 

Intervista di Anna Segre