Storie di ebrei torinesi

Ha Keillah

 

 

Emilio Jona, decano dei redattori

 

 

 

Ci racconti qualcosa di te?

Appartengo a un’antica famiglia ebraica della media borghesia di una città del Piemonte, Biella, una comunità che aveva 80-100 iscritti all’inizio del '900. La comunità era rappresenta soprattutto dalle famiglie Vitale e Jona. il ghetto era, di fatto, nel borgo del Piazzo ed era formato da cinque o sei case degli Jona e da quella degli Olivetti. In questa piccola comunità il rabbino veniva solo per le feste, si facevano con lui, a casa nostra, Pesach e Kippur. Era molto divertente per noi bambini perché dal tempio, che era incorporato tra le nostre case, si passava direttamente nel nostro giardino, e l'uva, le mele, erano la prima cosa che mangiavamo con la fine del digiuno.

Mio padre era un ebreo laico, ma il suo, come al solito in quegli anni, fu un matrimonio combinato. Con mia madre cominciarono a scriversi e a conoscersi, poi ne sortì anche un grande amore. La bella solidità del matrimonio ebraico nasceva da un intreccio ragionato di elementi sociali, economici e psicologici. Ho ancora - e sono molto belle - le lettere che i miei genitori si scrivevano da fidanzati e da sposati . La mia era una famiglia antifascista, mio nonno materno e mio padre non sono mai stati iscritti al fascio.

 

Ho un ricordo preciso degli anni '35 e oltre: arrivavano i profughi dalla Germania con racconti tristissimi e si cercava di aiutarli; poi anche in Italia ci colpirono le leggi razziali e l’antisemitismo. A mio padre che era l'avvocato di buona parte della società industriale biellese, fu concesso di continuare a lavorare come ebreo, si diceva, “discriminato”, perché aveva fatto, con valore, la guerra '15-'18. Per questa ragione la mia famiglia non soffrì la fame in quegli anni.

Nel 1940 ci trasferimmo a Torino perché io e i miei fratelli potessimo frequentare le scuole ebraiche. Con i grandi bombardamenti del novembre '42 fuggimmo da Torino e tornammo a Biella. Ma tutti i giorni, pur con il rischio dei mitragliamenti, viaggiavo da Torino a Biella per frequentare la scuola; nel settembre '43, dopo i fatti di Meina, scappammo tutti quanti, separandoci gli uni dagli altri e disperdendoci per il biellese. Io avevo 15 anni. Seguirono venti mesi drammatici: morì mia madre di tumore a 42 anni, sola in un ospedale di Biella, alcuni stretti parenti sparirono nei campi di sterminio; dopo la morte di mia madre nel '44 e un eccidio fascista decisi di andare coi partigiani, avevo preparato tutto per partire ma mio padre me lì impedì, spiegandomi che ero troppo giovane, e opponendomi ragioni famigliari, e io da buon figlio obbedii.

Dove eravate?

Io e mio padre eravamo nell'alta valle di Andorno. Sono stato in molti posti diversi, con fughe e avventure. Ma non ho mai avuto paura, ero un poco incosciente. Abbiamo rischiato più volte di essere arrestati; una volta i tedeschi ci sono passati a pochi metri di distanza con i cani, ma non ci hanno scoperti, perché mio padre, che era mezzo cieco, aveva pestato poco prima una merda di cane. Abbiamo sempre pensato che questo odore canino ci abbia salvato la vita. Talvolta stavamo nascosti al freddo con temperature di 10 gradi sotto zero. Comunque io ho anche ricordi buoni di quel periodo. C’erano persone generose che ci proteggevano, studiavo e leggevo i classici tutto il giorno, parlavo con mio padre che possedeva una cultura umanistica raffinata, e mi fatto da solo il liceo classico.

Dopodiché scendo dalla montagna e vivo i primi giorni entusiasmanti della liberazione, incontro mio cugino, capo partigiano, Silvio Ortona, ho i primi incontri con il mondo ebraico torinese, soprattutto con un vecchio compagno di scuola, Geo Levi, che era stato catturato insieme a Primo Levi ed era sopravvissuto ad Auschwitz. Ma frequento poco l'ambiente ebraico; non sono mai stato sionista, anche se, ovviamente, come in ogni casa ebraica, avevamo il bossolo del Keren Kaiemet Leisrael e dicevamo "l'anno prossimo a Gerusalemme".

 Negli anni 1945/46 mi imbevo di cultura crociana (ho conosciuto Croce, che villeggiava a Pollone, che era un personaggio affascinante, molto anticlericale e molto napoletano); ma nel 1947 leggo le prime cose di Gramsci e comincio a frequentare il mondo della sinistra, cellule universitarie e sezioni di partito, non mi iscrivo però al partito comunista, mantengo un atteggiamento critico, non ho mai amato le chiese. Partecipo attivamente al referendum per la repubblica, e alla campagna elettorale del 1948 per il fronte popolare.

Quanto ad Israele e all’antisemitismo allora pensavo che la soluzione non stesse in uno stato ebraico e che dell’antisemitismo ci si potesse liberare solo liberandoci insieme di tutte le altre ingiustizie presenti nel mondo con una liberazione e un rivolgimento universale e non strettamente ebraico.

Poi a poco a poco i grandi affetti e gli astratti furori si attenuano e privilegio i miei interessi di fondo che sono la letteratura e la scrittura, il romanzo, la poesia, e in un secondo tempo anche il mondo e il canto popolare. Ma questo passa attraverso Cantacronache, una vicenda torinese e in parte ebraica, perché delle quattro figure di spicco torinesi due sono ebrei, io e Sergio Liberovici.

Come ti sei interessato al mondo della canzone popolare?

 L’idea è stata di Sergio Liberovici. Ed era quella di creare in Italia una canzone diversa da quella gastronomica, usa e getta, del festival di Sanremo, che parlasse di cose reali e concrete. Era il 1958. In Belgio e in Francia c’era Jacques Brel, e soprattutto Brassens, in Germania c’erano state le canzoni di Brecht, Weill, Eisler e anche il cabaret di Valentin (perché facevamo anche una specie di cabaret). Noi scrivevamo canzoni, così dette anticonformiste; ai circuiti ufficiali, alla Rai non si poteva neppure pensare di accedere, e allora a che pubblico ci rivolgiamo? A quello delle case del popolo, delle leghe, dei circoli della sinistra. Cantavamo, in giro per mezza Italia, queste canzoni che parlavano di amori reali, d’ingiustizie sociali, di Resistenza e di antifascismo, e gli ascoltatori che erano in prevalenza operai, i contadini, piccoli pensionati cominciarono a cantarci, come in una sorta di baratto, le loro vecchie canzoni popolari politiche socialiste, anarchiche, repubblicane, antifasciste, dimenticate o ignorate. Gli studiosi di folklore del tempo, come quelli del passato, le disdegnavano e non le raccoglievano in quanto non le consideravano come facenti parte della cultura popolare, ma solo propaganda politica. Ed avevano, come ci insegnavano Gramsci e De Martino, profondamente torto. Così diventammo anche studiosi, e tra i primi in Italia, di quel mondo popolare che raccontava la vita ed il riscatto degli operai e dei contadini italiani.

Secondo te c’è qualcosa di specificamente ebraico nei Cantacronache?

Certamente nella musica di Sergio Liberovici. Sergio veniva dallo shtetl, suo padre era di Cernoviz, città della Bessarabia al 50-60% ebraica, e si portava dentro quella cultura. Cernoviz era una piccola Vienna e la cultura ebraica era vivace e rigogliosa. Per altro il primo approccio di Sergio musicista avviene con il mondo popolare ebraico dello shtetl polacco, ucraino, attraverso i profughi che arrivano a Torino nel 1945. Sergio giovanissimo raccoglie e trascrive i canti e le memorie di quegli scampati dai campi di sterminio. La cosa interessante è che nell’ebraismo non c’è una frattura netta tra musica colta e popolare, il canto popolare è del ricco come del povero. In Sergio questa tradizione ha giocato un ruolo importante, tant’è che ha scritto bellissimi lieder, intersecando musica popolare e colta (un po’ come ha fatto Bartók con il canto popolare magiaro).

In quegli anni ti sei anche interessato di ebraismo? Come?

Credo che da un lato mi abbia affascinato l'elemento messianico ed escatologico di Benjamin, dall'altro il mondo ebraico francese: Jankelevich, Levinas, Yerushalmi, dove si poneva il problema, forse indefinibile, dell'identità ebraica, questo fatto che vogliamo essere come gli altri, ma nello stesso tempo diversi dagli altri, questa sorta di maledizione ontologica che ci accompagna, questo dato di essere un popolo misterioso, un popolo disseminato, che miracolosamente sopravvive per migliaia e migliaia di anni, questo senso da un lato della precarietà della esistenza ebraica e dall’altro lato della sua saldezza, questa duplicità, questa presenza di uno stato, finalmente punto di riferimento, ma nel medesimo tempo questo cosmopolitismo e questa inquietudine, Il senso della nostra marginalità e insieme, paradossalmente, della nostra centralità.

Tuttavia non mi sono mai occupato specificamente di problemi religiosi, non sono stato un grande lettore della Torah, la mia cultura ebraica è relativamente superficiale. Però ho sempre avuto questa percezione di fondo: che l’ebraismo sia sopravvissuto così a lungo nella sua specificità e originalità perché si regge per un verso attraverso la forza delle regole e della tradizione, magari con norme vicine all’insensatezza (ma che ne garantiscono la diversità), e per l’altro verso invece per un’estrema libertà e curiosità intellettuale che spesso quelle stesse regole avevano favorito e affinato.

Anche se nella mia famiglia l’ebraismo ha perduta la sua identità originaria e le sue caratteristiche forti di genere, fondate sulla matrilinearità, mio figlio Alberto e le mie nipoti hanno un interesse vivo per l’ebraismo, cantano canzoni ebraiche, fanno il seder con grande partecipazione, stanno sotto il mio talled alla fine del Kippur e una delle mie nipoti mi ha chiesto di fare il bat mitzvà. Posso quindi dire che nella mia famiglia se c’è un’aura religiosa è quella ebraica.

Da quanto tempo sei nella redazione di Ha Keilah?

Sono entrato all'inizio del 1989, quindi sono in redazione da più di 26 anni.

Come sei entrato in redazione?

 Credo sia stato Tullio Levi a propormi.

Conoscevi Ha Keillah già da prima?

Certo, la ricevevo regolarmente e conoscevo Giorgina Arian Levi. Il mio rapporto con lei era nato dal comune interesse per la cultura popolare: Giorgina si è occupata a lungo dell’associazionismo di base in Piemonte, quindi aveva un grande interesse per tutto quello che veniva dal basso. Io avevo lo stesso interesse. Ma credo che la sua direzione di Ha Keillah abbia avuto qualche peso per quest’altra mia curiosità.

Tu sei attualmente la persona presente da più tempo in redazione. Come valuti questa esperienza?

Nella redazione ci siamo trovati bene pur tra discussioni alle volte accanite. La cosa curiosa è che per me è una keillah particolare: su sette redattori cinque siamo parenti; questo intrico parentale non è irrilevante: parliamo di cose che conosciamo, ci è molto facile il dialogo, anche se abbiamo personalità molto diverse e se, come al solito, in sette abbiamo otto punti di vista.

Bisogna anche dire che tutti noi abbiamo sempre coniugato il nostro essere ebrei italiani e la nostra posizione su Israele con la cultura dell’antifascismo e della democrazia, sostanzialmente bobbiana nel considerare il rapporto tra eguaglianza e libertà. Per questo ci siamo sempre battuti per i due stati, e siamo stati e siamo contro le posizioni di Netanyahu e della destra religiosa intollerante. Credo anche che abbiamo condotto, negli anni passati, una battaglia abbastanza solitaria nell’ebraismo italiano contro la deriva berlusconiana e che sia stata una cosa utile aver mantenuto viva e coerente una nostra concezione della politica e dell’ebraicità.

Spesso ti sei assunto il compito di scrivere recensioni…

È stata un’esperienza utile, perché mi ha imposto un costante ripensamento critico delle mie letture.

Ti sei sempre definito periferico rispetto alle vicende della comunità di Torino, sei iscritto alla Comunità di Vercelli e sei attivo in quella Comunità (non so in quale misura) …

C’è la nostra ottima e attiva Presidente, fa quasi tutto lei. La nostra è una Comunità piccola e dispersa: siamo una quarantina di iscritti tra Vercelli, Biella, Novara e Verbania.

Dicevo appunto: pur essendo, come dici tu, marginale rispetto alle vicende torinesi sei uno dei redattori più longevi della storia di Ha Keillah. Forse potrebbe non essere un caso: questa tua continuità potrebbe essere dovuta alla tua parziale estraneità rispetto alle nostre liti comunitarie. Oppure ti senti parte…

No, mi sento abbastanza fuori, ma certo ero lontano dalla concezione comunitaria che ha dato esca alle vostre liti.

Quali sono a tuo parere i difetti di Ha Keillah?

Mi pare sia carente il confronto e una buona polemica con le altre riviste ebraiche italiane: siamo in tanti piccoli compartimenti stagni e coltiviamo coscienziosamente il nostro orticello. Non lo coltiviamo male, ma talvolta ci vorrebbe un respiro più alto o più lungo. Ma dobbiamo ricordare che tranne la nostra direttora siamo tutti giornalisti dilettanti.

Pagine ebraiche sta ovviando a questa situazione?

Do un giudizio sostanzialmente positivo su Pagine ebraiche; che è, in prevalenza, una rivista di utile e onesta informazione sulle comunità ebraiche italiane.

È particolarmente delicato per i giornali ebraici italiani prendere posizione su Israele.

Se una deriva fascista, razzista, e una religiosità becera e ottusa proseguirà a segnare la politica in Israele, ci troveremo in una situazione drammatica e contraddittoria. Noi vogliamo che Israele viva, prosperi e rappresenti un punto di riferimento per l’ebraismo, ma la strada che oggi si è scelta conduce altrove, verso luoghi e tempi rovinosi. Io mi auguro (dato che in fin dei conti la pace l’hanno sempre fatte le destre) che Netanyahu, ora che ha conquistato saldamente il potere, rinsavisca e capisca che è demenziale progettare uno stato ebraico ed unico, anziché due stati laici e democratici. Non ci nascondiamo i pericoli che Israele corre e i problemi tremendi che deve affrontare in un mondo islamico nemico e aggressivo, però sappiamo che non ci sono strade diverse da quelle che una parte cospicua di Israele da anni inutilmente propone e persegue. E noi, con Ha Keillah, modestamente, stiamo con quella parte d’Israele.

Che cosa auguri ad Ha Keillah per il futuro?

Mi auguro che non perda il senso critico, la capacità di analisi serena e obiettiva dei fatti, che non cada nella banalità, che sia rigorosa (non sempre lo siamo) nella scelta dei saggi e nelle recensioni, che continui ad avere punti di vista e analisi diverse, ma dentro una certa ottica comune, che su Israele mantenga un pensiero critico ma costruttivo (da italiani ed ebrei legati da vincoli profondi con quella realtà), rivendicando il diritto dell’ebraismo diasporico di dire quello che pensa anche su vicende che non patisce in prima persona, combattendo, perché fa parte del suo dna, quelle componenti razziste e antidemocratiche oggi presenti in modo preoccupante nella società israeliana.

Penso che nel nostro piccolo siamo un elemento di positività e sono contento di continuare a fare questo lavoro.

 

Intervista di Anna Segre