Israele

 

Come cambia l’esercito

 

di Reuven Ravenna


 

 

 

Il Prof. Yaghil Levi [Yagil Levy] (nella foto qui accanto) è considerato l'esperto più qualificato della sociologia del "militarismo" israeliano o meglio del rapporto tra l'establishment militare e la società civile, dell'influenza reciproca dei Poteri istituzionali e quelli militari nell'ambito delle decisioni nel contesto di un conflitto esterno ancora non risolto. Yaghil, docente all'Open University, è l'autore di testi sui molteplici aspetti della problematica sociologica, politica e culturale che fin dai tempi dell'Yishuv caratterizza la scena israeliana. Egli è figlio di Yair (Lucio), sociologo, che fu fautore dell'economia cooperativa, fratello del nostro Leo, con il quale condivise l'amore per la musica, da trombettiere dell'Orchestra del Zahal. Yair ha gentilmente risposto alle domande che gli ho sottoposto.

 

Zahal, che è nato da organizzazioni per lo più volontarie ed è stato il fattore centrale nella costruzione della società ben oltre i compiti specificamente militari, "Armata di Popolo", nel tempo è diventato sempre più esercito professionale?

 

Zahal è rimasto un esercito d'arruolamento che mantiene la coscrizione obbligatoria. Tuttavia possiamo notare un processo di regressione dai compiti sociali che aveva nel passato. Una dimostrazione: l'arruolamento dei nuovi immigranti per brevi periodi. Un’altra dimostrazione: la restrizione drastica della chiamata delle riserve, la forza che in passato era considerata il nerbo dell'"Armata di Popolo". Il motivo: i fattori economici sono diventati sempre più determinanti nel modus operandi dell'esercito in rapporto ai compiti sociali che sono divenuti sempre meno rilevanti nel confronto degli apparati civili che nei primi anni dello Stato avevano difficoltà d'assumere. L'esercito limita i suoi compiti sociali in ottemperanza delle sue necessità: per esempio, la cura specifica riservata ai soldati d'origine etiopica si spiega soprattutto per le necessarie esigenze di manodopera militare.

 

 

La prevalenza del potere civile impedisce la formazione di "caste" di ufficiali? E precisamente, in quale misura i gradi superiori delle forze armate influenzano le decisioni cruciali?

 

Non vi sono "caste" nell'accezione corrente in altri regimi. Tuttavia, l'esercito è una forza centrale che influenza la politica estera israeliana. A livello istituzionale, i militari partecipano nelle decisioni. A livello politico, più di una volta i governi hanno esitato ad operare contrariamente alla posizione dell'Esercito per tema che ne fosse intaccata la propria legittimità. Solo governi forti sono in grado di operare contro la posizione dell'esercito, come il governo di Sharon in occasione del ritiro dalla Striscia di Gaza, anche a prezzo del mancato rinnovo del mandato del Capo dello Stato Maggiore, Moshè Yalon, contrario allo sgombero. Più importante, a livello culturale, è il fatto che civili che hanno svolto funzioni militari abbiano sviluppato visioni della problematica inerente la politica da seguire, analizzandola in una specifica prospettiva. Il fenomeno si è prodotto principalmente col rafforzamento della destra. Da un lato, il timore da parte di molti esponenti del centrosinistra di esporre una linea politica che possa venire delegittimata dalla destra li ha portati ad esprimersi in termini militari.

 

 

Negli ultimi anni assistiamo ad un trend che vede fasce che fino ad ora hanno avuto un ruolo non tanto centrale nella dirigenza militare assumere sempre più rilevanza: quali sono i problemi da questo stato di cose sulla vita militare? Per esempio, il moltiplicarsi di ufficiali religiosi provoca dilemmi quali la fedeltà tra i dettati dei rabbini e le ordinanze dell'esercito o l'atteggiamento nei confronti delle soldatesse nei reparti misti?

 

Dagli anni Ottanta è diminuito il grado di motivazione nei confronti del servizio militare nella classe media laica. È un sintomo presente in molte società occidentali Si è così prodotto un vacuum che ha indotto l'entrata di altri gruppi. Il processo che più è trattato nei media è l'ascesa dei religiosi sionisti ("Kippot Serugot") Questo processo ha provocato uno stato di cose complesso, l'allontanamento dall'esercito delle vecchie élite ed un calo di interesse di quelle fasce al riguardo del mondo militare. L'entrata dei religiosi provoca una sfida complessa in quanto si tratta di gruppi ben organizzati. Molti escono dalle yeshivot, che, per un accordo speciale, abbinano lo studio tradizionale al servizio militare, o da istituti preparatori premilitari diretti da rabbini. La dirigenza religiosa cerca di correggere la sensazione che i religiosi siano stati in passato un po' discriminati nell'esercito per cui tendono a renderlo una cornice più comoda per l'osservanza dello Shabbat, la kasherut e il servizio in comunanza con le donne. Questa leadership tende a mantenere l'identificazione dell'esercito con gli insediamenti, per cui è contraria a rinunce nella West Bank. Il problema non è nell'influenza religiosa in sé, ma nell'intervento sempre più marcato delle autorità religiose nell'andamento militare, sia nella proibizione di partecipare all'evacuazione di insediamenti sia nel vietare il servizio in unità promiscue e persino l'ascoltare canzoni cantate da voci femminili.

 

 

Una domanda che proviene dalle nostre comuni radici italiane. Il fatto che dall'ebraismo italiano siano usciti ufficiali con gradi alti più che da altri centri della diaspora, fino alla Shoah, è la dimostrazione sociologica del felice inserimento dei nostri padri nella società della maggioranza?

 

Non identifico un contributo evidente degli ebrei d'Italia ai ranghi degli ufficiali delle Forze Armate.

 

 

Reuven Ravenna

 

   

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