Israele

 

Carpe diem

 di James Ehrman

 

È un'ironia della storia che, nel determinare l’avanzamento della causa della pace israelo-palestinese, la vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu risulti più importante di qualsiasi altro evento degli ultimi vent’anni.

Se l'Unione sionista (Labor-HaTnuah) fosse emersa tra i vincitori, molti dei suoi sostenitori nel mondo avrebbero plaudito all’annunciata intenzione di ritornare al tavolo dei negoziati. Inevitabilmente, i fautori dell’Unione sionista sono stati delusi davanti agli infruttuosi risultati raggiunti - opportunamente trascurando, o peggio dimenticando, che, da anni, i governi a guida o a partecipazione laburista sono stati responsabili del proseguimento del programma di occupazione di Israele, “mai perdendo l'occasione di perdere un'occasione" [cfr. Abba Eban; NdT] di muoversi verso la pace.

Tuttavia l'elettorato israeliano ha emesso un verdetto sorprendente ed incurante di tali propositi. Ha conferito a Netanyahu ed al Likud un imprevisto, esemplare trionfo: Netanyahu non ha alcuna "soluzione di due stati" in vista. La verità di fondo dunque è questa: per l'elettorato israeliano, realizzare la pace con la Palestina non solo non è "prioritario" ma non è neanche degno di considerazione.

A volte ci vuole una terapia d'urto per liberare le persone o i governi dalle loro illusioni. Prima che l'ambasciatore di Netanyahu a Washington, l’ex-attivista repubblicano Ron Dermer, orchestrasse tramite John Boehner [Presidente della Camera dei Rappresentanti; NdT] il discorso di Netanyahu davanti al Congresso degli Stati Uniti (poco prima delle elezioni israeliane), gli sforzi degli Stati Uniti per porre fine al conflitto Israele/Palestina erano arenati sulla chimera di costruire "negoziati" utili alla sua risoluzione. Einstein potrebbe definire tutto ciò una "follia", come se si trattasse di eseguire la stessa operazione aritmetica più e più volte sempre in attesa di risultati diversi; ciononostante, dal punto di vista di Washington, questa strategia è pur sempre la giusta alternativa diplomatica a nuove violenze. Chiaramente, ora questo non è più vero. La splendida conseguenza delle manovre di Netanyahu è stata (e chi l'avrebbe mai detto!) una decisione dell'amministrazione Obama di "ripensare" la politica americana.

Questo è significativo perché, in un contesto in cui i partecipanti diretti di una controversia non sono in grado di risolverla (o anche di "gestirla"), il peso di portare il conflitto ad una soluzione cade su soggetti terzi ed estranei. Naturalmente esiste la possibilità che questi soggetti terzi non facciano nulla. In teoria, tale decisione potrebbe essere presa ma allora significativi segmenti di opinione pubblica americana si troverebbero come davanti al biblico Armageddon. Per coloro che sono altrimenti orientati, invece, l’Armageddon non deve essere un'opzione, a significare che le potenze esterne - e in particolare gli Stati Uniti d'America - devono in ogni caso fare "qualcosa".

La domanda spinosa a questo punto è: che cosa possono fare gli Stati Uniti? Per alcuni la risposta è abbastanza chiara: pressione su Israele (per terminare la sua occupazione e, presumibilmente, raggiungere la pace). Questa è la base per i sostenitori del Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (BDS) globale, per i quali le parole e le azioni provocatorie di Netanyahu echeggiano come un Halleluiah di incoraggiamento. Si dice che la storia spesso dimostri quanto efficaci siano le tattiche BDS: per esempio, non hanno forse portato alla fine dell'apartheid in Sud Africa?

Può darsi che ci siano davvero riuscite ma quello era il Sud Africa, una terra abitata (tra gli altri) dai bianchi sudafricani e non dagli ebrei israeliani. Trai i due c'è certamente una chiara differenza: il primo è un popolo con una memoria storica di tre secoli vissuti come comunità di minoranza, al comando (nonostante i venti di cambiamento) dell’apice economico, politico e sociale di un paese in gran parte abitato da altri; il secondo invece ha una memoria storica che si estende oltre due millenni come comunità di minoranza, i cui successi, quando e dove raggiunti, potevano essere (e sono stati) annientati a capriccio. La prospettiva di "cambiamento" perde il suo fascino quando equivale, come spesso la lezione ripetitiva della storia ha insegnato, a toccare il fondo di un sistema politico nazionale.

Ma se “far pressione” non è la risposta, allora quale potrebbe essere l’alternativa? È qui che si trova il problema più sconcertante. Qui la storia presenta ancora un’altra ironia, almeno se vista attraverso il contesto americano, in quanto non solo è l'amministrazione del presidente Barack Obama che è in alto mare, ma anche la tradizionale "invincibile" forza di lobbying per Israele, il Comitato Israelo-americano per gli affari pubblici (AIPAC). Seppur abbandonati nell’oscurità dagli intrighi di parte dell'ambasciatore Dermer, i dirigenti dell'AIPAC devono perseguire l'obiettivo fondamentale di difendere/sostenere gli interessi di Israele e allo stesso tempo di ricostruire quella coalizione congressuale bipartisan, frantumata da Netanyahu, su cui si basa il sostegno americano.

Dove ci porta tutto ciò? La risposta più chiara è: "ad uno stato di fluidità senza precedenti". Da un lato si trova il caos di una strategia politica verso un "processo di pace" percepito alla fine come una bancarotta, mentre dall'altro vi è totale incertezza su ciò che possa o debba accadere.

Ciononostante, una risposta alternativa altrettanto chiara afferma che mai prima d’ora si sia intravista un’opportunità così straordinaria per persone/organizzazioni con idee innovative. Per chiunque nel mondo si preoccupi di questo conflitto e voglia vederlo terminare, ora è il momento non solo di pensare, ma di agire! La Storia a volte concede opportunità in cui la gente comune può contribuire a plasmare il destino. Tali momenti sono brevi. Se riconosciuti, devono essere subito afferrati, altrimenti saranno per sempre perduti nel regno di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato.

 James Ehrman

traduzione di Emilio Hirsch

 

James Ehrman risiede a Washington dove anima un circolo di dialogo ebraico-musulmano. Ha lavorato come diplomatico in ambasciate americane in più paesi del mondo, inclusa l'Italia.

 

 

Lolotte, 1917, olio su tela (A. Modigliani)

 

Ritratto di Dèdie, 1918 (A. Modigliani)