Israele

 

Tre visite post-elettorali

di Alessandro Treves

 

Tesi

Entrare nel Circolo ARCI, con le sue luci fioche, i muri scuri e l’arredamento abbozzato senza troppa convinzione è un po’ rituffarsi negli anni Settanta. Inciampando nei blocchi bassi che vorrebbero servire da divani, vado a presentarmi ad una delle due giovani donne che hanno allestito la mostra delle loro fotografie Questa è la Palestina. Nel mio cuore. “Immaginavo che fosse lei” mi dice sorridendo stanca, e io mi chiedo come abbia fatto a identificarmi, ma mi rispondo subito da solo, guardandomi attorno: tutti gli altri presenti sono giovani, avranno trent’anni meno di me. Giovani e silenziosi.

Se andare alla mostra doveva servire a condividere col presunto “nemico” la mia delusione per il risultato delle elezioni in Israele, qualche giorno prima, c’è poco nemico e poco di concreto da condividere, perché Israele non è quasi menzionato, né alcun israeliano, civile o soldato, compare nelle fotografie. Fotografie di momenti banali, di vita quotidiana, come ne ho visti tanti nei Territori; ma appese spartanamente una ad una certa distanza dall’altra, in bianco e nero, sui muri scuri del circolo ARCI, sembrano quasi riprendere i detenuti di un carcere, nella loro ora d’aria. Sotto ogni foto, un pensiero o un verso di Mahmoud Darwish. E dopo un piccolo spuntino vagamente mediorientale, humus e melanzane e quiche di cipolle, ed un bicchiere di improbabile refosco, la serata procede alternando brani alla chitarra, perlopiù afroamericani, con la recitazione delle poesie di Darwish, il poeta nazionale palestinese, morto nel 2008. Nell’approssimazione volenterosa dell’ambientazione, quello che alle organizzatrici è riuscito benissimo è trasmettere l’assenza di speranza, che le struggenti parole di Darwish inseguono senza trovare. I dettagli forse vanno persi, per i ragazzi riuniti garbatamente attorno alla chitarra, ma il senso di impotenza viene condiviso appieno. Un’impotenza contagiosa, che taglia le ali sia alle analisi politiche che agli slogan aggressivi, che nessuno si sente di pronunciare. Si ascolta Darwish, e alla fine il soldato israeliano, che nelle fotografie non c’era, si rivela, per noi inaspettatamente, nella Rita di diverse poesie, la Rita che a lungo era stata creduta da molti un’allegoria della Palestina. Invece è il nome dato dal poeta ad una ragazza ebrea, in realtà chiamata Tamar, amata in gioventù, cinquant’anni fa, finché non è partita, come le ragazze in Israele, per il servizio militare:

Fra Rita e i miei occhi c’è un fucile.

 

Antitesi

“Oggi una giornatona” mi racconta tutta contenta Giordana al telefono da Tel Aviv, qualche giorno dopo. L’agenzia che trova le comparse l’aveva portata dalla mattina presto a Gerusalemme, per le riprese del nuovo film di Joseph Cedar, il regista di Beaufort e di Footnote. “Dovevamo girare una scena dentro la Knesset, ma dato che non si può usare la Knesset come sala d’aspetto, neanche in questi giorni dopo le elezioni che non c’è nessuno, ci hanno fatto aspettare ore e ore sotto una tenda allestita fuori”. E racconta di come, in piedi e abbastanza al freddo, il gruppo delle comparse, una sessantina, abbia ingannato la lunga attesa commentando liberamente i risultati delle elezioni. “Una prevalenza di pensionati, ma anche altri che evidentemente possono passare così una giornata, guadagnando pochi shekel; gente di tutti i tipi, ma molti che hanno votato Likud, “contro Tibi, c’è solo Bibi”, come ha sintetizzato uno di loro, riferendosi al candidato della Lista Unita arabo-israeliana Ahmad Tibi.

“Poi ci hanno fatto entrare, la maggior parte dovevano fare i deputati, ma a me, mi hanno scelta fra quelli che dovevano fare il governo! Mi sono seduta come Ministro-di-non-so-cosa, a due posti di distanza dal Primo Ministro, che lo faceva Lior Ashkenazi”. Mi è difficile crederci, sulle prime, Giordana che cik-ciak trova il modo di diventare ministro, mentre là fuori ci sono i politici veri, del Likud e degli alleati di destra, che si stanno scannando per entrare nella lista che forse con infinita fatica metterà insieme Netanyahu. Per una mezz’ora il brivido del potere, senza neanche la seccatura di dover reggere davvero il ministero dei trasporti, o delle infrastrutture, o uno di quegli altri noiosissimi catafalchi che non si capisce come possano i politici occuparsene per tanto tempo. “Dovevamo ascoltare una lunga tirata del Capo delle Opposizioni, poveretto, senza speranza” sentenzia Giordana, lambita dall’arroganza di un potere che il giuoco delle finzione rende ancora più gustoso.

 

Sintesi

Una settimana dopo, il 29 marzo, sono all’aeroporto di Istanbul, agli arrivi internazionali. Nel fiume di persone che esce cerco di indovinare le provenienze: quel gentiluomo nel suo candido thawb sarà saudita o degli emirati? e il giovane uomo d’affari che lo supera urtandolo sembra indonesiano? e il gruppo di donne anziane e rumorose parla sì spagnolo, ma di quale paese dell’America Latina? I voli, che atterrano di continuo, all’80% delle Turkish Airlines, danno la sensazione di essere non solo a cavallo di Europa e Asia, ma davvero al centro del mondo. Sto aspettando Giordana, con cui abbiamo deciso di venire, da direzioni opposte, a trovare nostra figlia Ariela che fa l’Erasmus qui a Istanbul. Finalmente esce, inconfondibile, il primo gruppo di israeliani, e poco dopo vedo Giordana.

La sera dopo siamo a cena, in una stradina laterale all’elegante struscio di Istiqlal Caddesi, con due miei colleghi, che conosco poco, chiamiamoli Emre e Orhan. Hanno portato anche tre loro studentesse, perché Ariela non si annoi con noi vecchi. Sono molto cordiali e si fanno in quattro per ordinare kasher, anzi vegetariano, anzi vegano, ma quando esprimo la mia ammirazione per come ho trovato Istanbul, dinamica ed elettrizzante, lasciano cadere il discorso, plof!, come un sasso nel fango. Provo allora a raccontare del nostro sconcerto per i risultati delle elezioni in Israele, ma rispondono solo con frasi di circostanza. Sono molto attenti a non dire cose che potrebbero offenderci, penso, si saranno abituati a questi ebrei che si autocriticano, ma poi ci rimangono male quando vengono criticati dagli altri. E poi in fondo cos’è per loro se non una piccola provincia dell’ex-Impero? Nelle altre succede ben di peggio. E la sola Istanbul ha più abitanti dell’intero conglomerato israelo-palestinese, tanto per rendere la giusta prospettiva alle cose.

Prendo spunto dal nuovo kolossal turco Canakkale, sulla battaglia di Gallipoli, per osservare che si celebrerà presto il centenario dell’ANZAC Day, il 25 Aprile 1915, lo sbarco degli australiani e dei neozelandesi, che cade per l’appunto il giorno successivo al centenario dell’inizio del massacro degli armeni. Lo sbarco di Gallipoli, voluto da Churchill e fallito miseramente in una colossale carneficina, è simbolo del sacrificio inutile di tante giovani vite, gli anni spezzati del film di Peter Weir; ma per i turchi, che l’hanno respinto, è anche simbolo della capacità di riscatto dalla decadenza dell’Impero Ottomano. Una sorta di anno zero della nuova Turchia. È allora che la barba bianca di Emre prende vita, non per Gallipoli ma per gli armeni, e comincia a raccontare dei lunghi anni in cui a commemorare il Genocidio degli armeni andava con un piccolo gruppo di persone, sfidando sia le autorità che il sentire comune. Orhan lo guarda, forse sorridendo di sottecchi, come si guarda un amico intellettuale veterocomunista, idealista e inguaribilmente perso, cieco alla realtà dei rapporti di forza. Orhan, per quel poco che so di lui, è molto più pragmatico, addentro ai meccanismi accademici, presidente di associazioni professionali, organizzatore di convegni, immagino che lui col massacro degli armeni non ci perda molto tempo. Mi sorprende allora quando con orgoglio ci rivela l’origine delle tre studentesse che finora parlavano con Ariela all’altro lato del tavolo: una dell’Anatolia, una greca ed una armena. Hanno portato a cena con noi una specie di manifesto di convivenza possibile. E si anima anche Orhan quando ci spiega come Gezi Park, la stagione di manifestazioni e proteste, in certo qual modo assimilabile a quella di Rothschild Boulevard a Tel Aviv, abbia rappresento il loro re-incontrarsi davvero con la generazione dei loro studenti, che erano cresciuti a sé, presi com’erano gli adulti dell’ansia di modernizzazione. E si entusiasmano entrambi, Emre e Orhan, per essere riusciti ad eleggere il loro rettore, all’Università di Istanbul, contro il candidato di Erdogan, che infatti ha impedito finora che venisse ratificata la nomina. E le speranze che nutrono alle elezioni di giugno per il nuovo partito HDP, il Partito Democratico dei Popoli, che riunisce attorno all’elemento catalizzatore curdo, laico e di sinistra degli amici del leader in prigione, Abdullah Öcalan, anche candidati musulmani conservatori, come pure socialisti e comunisti, esponenti della comunità semi-sciita degli alevi, armeni, assiri, azeri, circassi, lazi, romani, pomacchi e soprattutto attivisti delle comunità LGBT. Caleidoscopio della multiculturalità turca, con metà dei candidati donne, e due co-presidenti quarantenni, una donna ed un uomo di etnia Zaza, affine ai curdi. “Ma credevo che Öcalan l’aveste messo in prigione come terrorista”, cerco di capire io; “ce l’hanno messo loro, il governo” taglia corto Orhan, l’uomo che facevo ligio alle istituzioni.

Nei giorni successivi, nelle lunghe camminate ad esplorare la magia di Istanbul, mi chiedo se sarebbe stata concepibile un’aggregazione simile per le elezioni israeliane. Il partito, poniamo, degli amici di Marwan Barghouti, anche lui all’ergastolo. Cui si aggregano ebrei ortodossi, greci ortodossi e greco-cattolici, islamisti e comunisti, verdi e attivisti gay. No, non suona molto verosimile. Neppure i circassi lo seguirebbero, i circassi nostri israeliani.

 

Gerusalemme
(foto di Carla Rho)

Oppure. Le transizioni di fase della politica sono difficili da prevedere, e a volte si coagulano attorno a persone improbabili, come Asma Agbarieh, la giornalista arabo-israeliana, di Jaffa, leader del piccolissimo partito Da’am, l’Organizzazione per un’Azione Democratica. Si è presentata più volte alla elezioni, e nel 2008 ha ottenuto lo 0,45% come candidata a Sindaco di Tel Aviv. Potrebbe riprovarci lei? Chissà.

Ma forse la lezione che dobbiamo trarre da questa terza visita è meno specifica nei dettagli, è semplicemente che ci vogliono cent’anni per cominciare a guarire dal mito fondatore del nazionalismo. Cent’anni, più di tre generazioni. Israele deve riuscire a reggere per altri trentatre.

 

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

   

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