Storia

 

Il mio canto ebraico

 

Ho incontrato Miriam Meghnagi, cantante, autrice, psicanalista, al termine del suo spettacolo "E sceglierai la vita. Voci dal silenzio", organizzato il 4 febbraio dalla Comunità Ebraica di Torino al Teatro Vittoria. Erano molti anni che non ci vedevamo e le cose da dire e da raccontare erano davvero molte. Ne è nata questa intervista, che ha spaziato dal suo canto, alla sua storia personale, al mondo ed alla storia degli ebrei libici, così ingiustamente trattati dal mondo arabo. Una storia spesso dimenticata, che Miriam tiene sempre a ricordare, anche nei suoi spettacoli, come un monito.

 

Miriam, il tuo spettacolo a Torino al Teatro Vittoria ha avuto un grandissimo successo: la tua capacità di passare da situazioni così diverse culturalmente e da lingue diverse per raccontare la condizione ebraica nel tempo ha qualcosa di magico. Quale pensi sia la ricetta del tuo successo?

Il canto per me è storia e racconto collettivo, chiama la memoria emotiva in causa. È un’esperienza fisica e spirituale, un’esperienza mistica, desiderio e creazione. Credo molto nel valore del canto nella tradizione ebraica dove il canto è inteso come anelito al divino, come preghiera, riparazione, Tikkun Olam, tentativo di raccogliere le scintille divine sparse nell'universo, perché l'universo e la terra si commuovano insieme. Nella mistica ebraica l'universo intero canta, Dio stesso, eco di sottile silenzio. Ho una sorta di riverenza per coloro che sono lì con me e per me, e per il nostro tempo prezioso. Sul palco è il canto in scena, dialogo con chi mi ascolta; il canto mi definisce, stabilisce l’empatia, l’incontro e lo scambio con l’inconscio di chi ascolta. Il canto ci permette di vivere insieme qualcosa d’Altro della e nella nostra vita. E il canto racconta e ci racconta, è la nostra casa in viaggio colma di profumi, colori e spezie, di lacrime e risa. E talvolta accade quel miracolo di empatia, e di condivisione dell’esperienza qui e ora. E quando succede, siamo tutti più ricchi e vinciamo la forza di gravità e la drammaticità del nostro stare sulla terra.

 

Tu hai iniziato da molto lontano il tuo percorso di ricerca musicologica e di canto. Vuoi raccontarci le origini?

Frequentavo il canto politico, la canzone d’autore, il canto di protesta, il gospel. A Roma ho sviluppato il mio interesse per il canto dei popoli e l’etnomusicologia. Approdai al canto ebraico attraverso la ricerca dei punti di incontro tra il Gospel e il canto chassidico e i piyutim, e sentivo l’urgenza di dare voce al mondo che sentivo in me, scomparso nel fumo dei forni crematori, di conservare il canto delle comunità ebraiche dei paesi arabi, che costituiscono “l’esodo silenzioso” di cui faccio parte, e del mondo più strettamente sefardita. Sentivo l’urgenza di presentare al pubblico le differenze esistenti tra le tradizioni musicali ebraiche ma anche l’incontro con le culture dei paesi di adozione, patrie temporanee o definitive.

Il canto ebraico di fatto è un laboratorio d’eccellenza per ricercare la possibilità di un’identità europea, e le differenze e le similitudini tra le varie comunità e con i paesi di adozione. C’è, in un piccolo spazio, la ricca varietà europea e mondiale. Gli ebrei sono diversi e uniti dalla lingua sacra e dalla Bibbia per quanto riguarda il canto liturgico e sacro. Ogni comunità ha sviluppato la sua identità precisa esprimendo una tradizione musicale diversa, e in lingue diverse per quel che riguarda il canto profano. E questo non era noto ai molti. Al massimo si arrivava a pensare ai canti yiddish, intesi erroneamente come lamentosi, presupponendo poi che tutti gli ebrei cantassero le stesse cose e in una stessa lingua. C’è invece grande varietà di lingue e ricchezza di colori, basti pensare al teatro yiddish e al klezmer, al canto sinagogale, al canto mistico, alle romanze spagnole, al canto sefardita in genere, al canto orientale e alla sua musica. Questa urgenza mi portava a cercare i miei canti. Le tante anime del popolo ebraico finite in fumo. Cercavo i miei ebrei con un groppo alla gola quasi ininterrotto. Nelle strade in rovina dell’Europa, nelle cattedrali che sostituiscono le sinagoghe, nei roghi di libri e persone nelle piazze di mezzo mondo, dall’Europa al Sud America. L’”Urlo” di Munch, “L’angelo” di Klee, i dipinti di Chagall erano in me. Biblioteche e archivi nazionali, antichi ghetti, discoteche di Stato, inevitabili ricerche sul campo, erano stazioni obbligate. Così gli incontri con i sopravvissuti alla Shoah. Cercavo la loro voce e trovavo in esse quella di mio padre e dei miei avi. Cercavo il canto delle donne e ritrovavo quello di mia madre. E così inseguivo il cammino ebraico fatto di esili e incontri, di separazioni dolorose ed elaborazioni fruttuose. D’altra parte il cammino musicale ebraico non era solo nelle sue tradizioni musicali sinagogali, ma anche nel canto popolare in lingue diverse, e nella musica colta, da Mendelssohn a Schoenberg, Gershwin, Kurt Weil e …

A Roma ho incontrato gli studi di Leo Levi, che sono state per me oggetto di studio e catalogazione. Trascorrevo infinite ore ad ascoltare le mille registrazioni di Leo Levi, dove coesistevano mondi diversi.

Con la caduta del Muro di Berlino, l’avvento di internet e il fenomeno delle migrazioni, i diversi vivono tra noi, alla porta accanto. Oggi i diversi siamo tutti, perché siamo tutti insieme già qui e non dobbiamo più viaggiare per trovare l’altro. Insieme ai vari canti tradizionali, oggi canto anche le mie composizioni; a volte traggono ispirazione dal canto ebraico. Uso tutte le lingue che conosco e tutti gli stili che posso. Il desiderio di ricerca della differenza e dell’unità, di tradizione, di traduzione, di conservazione e cambiamento, è diventato in seguito anche lavoro di autrice, nel solco della tradizione, frutto delle esperienze accumulate. Una volta era difficile presentare il canto ebraico all’interno di un festival perché era sempre necessario giustificare il diritto di esistere. Oggi la differenza è già qui, tra noi; essa ha diritto di cittadinanza, almeno musicalmente. Oggi il mondo è in una stanza, come dice una nota canzone italiana.

 

La fuga dalla Libia tua e dei tuoi famigliari che cosa ti ha lasciato dentro a tanti anni di distanza?

Non tanta luce. Una grande amarezza. Il ricordo di un futuro ipotecato, della nostra dhimmitudine , statuto di “comunità protetta” quindi di incertezza e inferiorità, e l’impossibilità di cambiare, là, la nostra condizione. A scuola studiavamo su un atlante geografico dove non c’era Israele, coperta da una macchia di inchiostro nero, eppure era una scuola italiana. A Tripoli ci furono massacri (meura’ot) degli ebrei da parte della popolazione araba locale. Ci fu il fascismo e le leggi razziste e le deportazioni. I nostri genitori non ci hanno mai veramente raccontato quello che avevano già patito. Tripoli è sulla scena oggi in un modo che non avremmo mai voluto vedere. In Libia vivevano più di 40.000 ebrei (secondo alcune stime 50.000) da oltre duemila anni (70 E.V.). Oggi non vi è rimasto più nessuno, così come in tanti altri paesi arabi; non esistono più le antichissime e pacifiche comunità ebraiche.

Costretti a lasciare il paese e tutto, per poter vivere e sopravvivere, non sono mai stati risarciti. I nostri luoghi, là distrutti, li abbiamo amati e protetti dentro di noi. I profumi e le spezie, il colore blu del mare, il khamsin e le case bianche, il vecchio quartiere ebraico, la voce del canto, rischiarano il nostro cammino. Li ritroviamo altrove perché li abbiamo salvati insieme alla lingua. Sono integri dentro di noi. C’è del buono nel lasciare una terra per un’altra, quando al dolore della separazione si aggiunge l’elaborazione e la conoscenza.

 Sì. La mia Tripoli… che ne sarà ora? È forse solo un topos della mente, un luogo dell’infanzia. È come se ci fosse una frattura tra quel tempo e questo, come se vivessi due vite. Il 1967 ha segnato la fine della presenza ebraica in Libia, che là, accanto a quella berbera, pre-esisteva all’invasione araba del VII secolo. Delle circa 50.000 persone che costituivano allora la comunità ebraica e che in particolare tra il 1945 e il 1951, dopo vari, sanguinosi pogrom lasciarono il paese senza portare via nulla di quello che avevano, ne erano ormai rimaste solo circa 5.000 nel 1967. Di quella comunità io facevo parte. Oggi in Libia non ci sono più ebrei, non ci sono più le 100 antiche sinagoghe, oggi per la maggior parte moschee, e nemmeno i nostri morti perché il cimitero ebraico è ora un’autostrada e le pietre tombali lastricano le strade… L’abbiamo portata con noi Tripoli, dentro il cuore e la mente, dentro due valigie di cartone e 20 sterline a testa e un titolo di viaggio con un visto turistico valido tre mesi, che abbiamo dovuto rinnovare alla sua scadenza, per molti anni. Era un sogno che si avverava, ma nessuno di noi lo aveva sognato così.

 

Tu hai anche un passato da psicoanalista… È una strada che hai abbandonato per occuparti solo di musica?

Non direi di aver abbandonato quella strada… perché è una strada che non ti abbandona mai quando la intraprendi. Tutto il mio lavoro è informato da questa mia formazione. In fondo, se ci pensi bene, per entrambe le vocazioni quello che conta oltre alla preparazione è “l’interpretazione”. E la psicoanalisi, come il canto, non è desiderio di libertà? Non ha a che fare con la memoria, l’elaborazione di conflitti, la rappresentazione dell’assenza, il linguaggio, il riconoscimento e la relazione con l’Altro, il sogno? È vero però che al momento ho interrotto il lavoro psicoanalitico secondo la prassi ortodossa -ritengo che si tratti appunto di un’interruzione temporanea. Continuo tuttavia a essere disponibile per consultazioni e terapie psicoanalitiche brevi, e conduco periodicamente gruppi esperienziali.

 

Cosa pensi della situazione e della cultura ebraica nella diaspora e quale può essere il ruolo tuo come di altri trasmettitori di saperi e di cultura?

La cultura ebraica nel suo insieme, l’arte nelle sue varie declinazioni, la letteratura, il cinema, il teatro è molto presente nel mondo contemporaneo. La Storia e le storie ebraiche, la musica e l’arte, sono oggetto di film, studi e convegni come non mai. Intorno alla data del 27 Gennaio dedicato alla Memoria e al Ricordo dell’apertura dei cancelli di Auschwitz si costruiscono eventi che durano un mese o un anno… il timore è che serva da giustificazione e alibi, che si annacqui tutto… che si produca l’effetto contrario, la saturazione, l’impermeabilità. Quasi che in realtà si sia “cambiato tutto per non cambiare niente”, perché lo stereotipo antisemita è duro a morire e nel mondo, insieme a questa rinascita di interesse per la cultura ebraica, si assiste anche al rigurgito antisemita. La passione per la vita e il canto, l’arte, la musica e i valori principali della convivenza, un passato doloroso di dhimmitudine nel mio paese di origine, l’emigrazione forzata, la necessità di ricordare i nostri mondi scomparsi, è forse la chiave che ci aiuterà ad aprire le porte chiuse e le strade strette. Forse il nostro ruolo è proprio quello di lavorare per ricondurre sempre l’attenzione sull’originale, l’autentico e la verità storica.

 

Hai ancora molta voglia di cantare e di continuare nella tua ricerca. Che cosa vorresti sperimentare di diverso in futuro?

Approfondire di più il mio rapporto con il cinema (sono autrice e interprete di alcune musiche per film, come La Passione di Giosuè l’Ebreo, Rosso Malpelo, Malavoglia, di Pasquale Scimeca, e ha collaborato anche con Agosti, Bisatti, Maselli, Pressburger, Wenders….) e continuare ad approfondire l’incontro con la musica africana e il Jazz.

Amo la letteratura e il lavoro di traduzione, e cerco di approfondire lo studio della lingua ebraica.

 

Intervista di Giulio Disegni

 

Miriam Meghnagi

 

    

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