Storia

 

100 anni dal genocidio armeno

 di Paola De Benedetti

 

Quest’anno ricorre il centenario sia dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Triplice, sia del genocidio degli Armeni, voluto e organizzato, nel corso di quel conflitto mondiale, dal governo turco con l’acquiescenza dell’alleato tedesco.

In Europa la parola “genocidio” richiama alla mente la Shoah, lo sterminio degli ebrei ad opera della Germania nazista; l’espressione è stata coniata nel 1944 da Raphael Lemkin, un giurista polacco ebreo riparato nel 1941 negli Stati Uniti che, analizzando il regime giuridico imposto dalla Germania nei territori occupati, intitolava un capitolo del suo studio “‘genocidio’: un nuovo termine e una nuova concezione per la distruzione di nazioni”. Lo stesso Raphael Lemkin anni prima si era interessato dello sterminio degli Armeni e aveva fin dal 1933 presentato ad una conferenza internazionale indetta dalla Società delle Nazioni l’ipotesi di prevedere una sanzione per gli atti che possono essere considerati come delitti contro i diritti della gente: esattamente quegli atti che avrebbe poi definito con la parola “genocidio”.

Il “Dossier sul genocidio armeno” di Lemkin, un resoconto sulle tante persecuzioni patite dal popolo armeno nel corso dei secoli, è una delle quattro “Voci ebraiche sul genocidio armeno” raccolte sotto questo titolo da Fulvio Cortese e Francesco Berti in un libro pubblicato in occasione del centenario nel marzo di quest’anno, con la prefazione di Antonia Arslan. Vi sono raccolte le testimonianze per conoscenza diretta o riferite da terze persone presenti, rese negli stessi anni e in quelli immediatamente successivi ai fatti, tra il 1916 e il 1918, da Lewis Einstein, diplomatico statunitense, André Mandelstam, Ambasciatore russo a Costantinopoli, anche essi - come Lemkin - importanti giuristi attivi a livello internazionale, e Aaron Aaronsohn agronomo, residente a Zichron Ya’akov che con la scoperta del farro selvatico ha dato “grande impulso agli studi sui legami tra alimentazione e civilizzazione” , organizzatore di un gruppo clandestino di ebrei che collaboravano con la Gran Bretagna contro l’impero ottomano durante la prima guerra mondiale.

Sono testimonianze raccapriccianti, di violenze collettive o individuali, di uccisioni, di marce della morte, di deportazioni in luoghi inospitali in cui era impossibile la sopravvivenza, di abusi, di conversioni forzate all’islamismo (ricordiamo che l’antico regno armeno fu il primo a riconoscere il cristianesimo come religione ufficiale, e gli Armeni erano e sono tuttora profondamente legati alla loro religione), di riduzioni in schiavitù (le donne vendute nei mercati per arricchire gli harem o per destinarle alla prostituzione), di crudeltà perpetrate non solo dall’esercito, ma anche da volenterosi cittadini turchi, sovente non solo acquiescenti, ma attivi e collaborativi con il governo nella realizzazione del disegno di distruggere il popolo armeno; tra questi la minoranza curda, organizzata in bande, tanto che Mandelstam, accomunando i due popoli, osserva che “non si può negare che l’onore del popolo turco e di quello curdo è stato macchiato … agli occhi della storia”.

Ricordo del genocidio armeno

 

 

Come annuncia il titolo, le voci delle testimonianza sono voci ebraiche; lo pone in rilievo Antonia Arslan nella prefazione: “attraverso le tante storie raccontate in questo libro da testimoni facenti parte di un popolo, quello ebraico, ahimè più che esperto nel riconoscere i sintomi di pogrom e persecuzioni, il lettore rivive con vivida immediatezza i fatti che condussero all’eliminazione degli armeni dalle loro sedi ancestrali”.

Il recente incidente diplomatico tra la Santa Sede e il governo turco a causa delle ferme e esplicite parole di Papa Bergoglio dimostra come il problema del genocidio armeno, che la Turchia continua a negare come tale, sia sempre aperto, anche dopo cent’anni. E i curatori ricordano nella postfazione che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel dicembre 2013 aveva deciso che non si può ravvisare “negazionismo” nel contestare la realtà del genocidio armeno, a differenza rispetto a chi nega la Shoah. Anche queste considerazioni pesano sul popolo armeno, che continua a vivere nel ricordo della deportazione e dello sterminio nel museo dedicato, con il Memoriale eretto su una collina a Yerevan, con poesie, con racconti, con il continuare a cercare una solidarietà spesso negata per ragioni di Stato, con il rendere onore ai governi, agli enti, alle persone che hanno manifestato la loro solidarietà (l’Italia ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno soltanto nel 2000: non avrebbe potuto farne a meno dopo il riconoscimento fatto dalla Comunità Europea).

La deportazione ha sottratto agli Armeni estesi territori che comprendono i luoghi consacrati della loro storia: il monte Ararat - il Masis delle loro leggende, delle loro poesie, delle loro canzoni - l’antica capitale Van, il lago Van che custodisce in un’isola una delle più antiche chiese armene, la parte orientale della Turchia chiamata Anatolia. Questa amputazione - come quella dell’Armenia Orientale, contesa all’Azeirbagian o assorbita dall’Iran - mantiene attuale il ricordo doloroso della persecuzione, rinnovato e colorato anche dalla nostalgia per la patria storica perduta.

Paola De Benedetti

 

Pro Armenia - Voci ebraiche sul genocidio armeno - A cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti - Giuntino 2015 - € 12