Lettere

 

 

Eichmann non era un burocrate

 

L’articolo di Emilio Jona sul libro di Lanzmann, dedicato a Benjamin Murmelstein, pecca di una grave lacuna: Jona non prende in considerazione il fondamentale volume di Bettina Stangneth, Eichmann before Jerusalem. In questo libro la storica tedesca analizza la quantità veramente impressionante di scritti che Eichmann, di proprio pugno o dettati, ci ha lasciato durante i suoi anni di permanenza in Argentina. Questi scritti sono la testimonianza vivida di quello che lo stesso Murmelstein ci ha lasciato nel suo breve memoriale, pubblicato molti anni fa in Italia, e che Stangneth conferma attraverso l’analisi minuziosa degli scritti di Eichmann. Eichmann non era affatto un burocrate squallido, come Jona sostiene, né un essere non pensante, come Arendt afferma nel suo libro. Tutto il contrario. Eichmann era un attivo “creatore” di intelligenti sistemi di cattura delle comunità ebraiche, prima in Austria, poi soprattutto in Ungheria. Era un uomo intelligente, attivissimo, acuto, astuto, consapevole di svolgere un ruolo di primo piano nella “soluzione della questione ebraica”. Tutto questo, ripeto, emerge in modo sconvolgente dall’immensa documentazione che Eichmann ci ha lasciato e che Stangneth, da storica di primissimo livello, analizza nel suo libro.

 La differenza tra Stangneth e Arendt sta tutta nella loro formazione. Stangneth è una storica, legata al reperimento e all’interpretazione delle fonti documentarie; Arendt è stata una grande filosofa della politica, profondamente connessa al proprio sistema di interpretazione del totalitarismo, da cui ha tratto una concezione della realtà totalitaria che ella applica alquanto meccanicamente alla figura di Eichmann. Non è affatto vero che Arendt abbia assistito interamente al processo Eichmann, ne ha ascoltato solo alcune deposizioni iniziali, per poi lasciare Gerusalemme convinta che Eichmann rispondesse appieno alla sua concezione del nazista come un piatto burocrate, non pensante. Con il più grande rispetto per Arendt, il cui libro resta una pietra miliare, ella ha avuto la presunzione di aver interpretato la figura di Eichmann quasi prima ancora di averlo ascoltato.

 Per tornare al libro di Lanzmann su Murmelstein, quest’ultimo aveva pienamente ragione a proposito della capacità di Eichmann di “costruire”, per parte sua, la persecuzione e l’eliminazione degli ebrei. E Lanzmann fa bene a restituire a Murmelstein la dignità che gli è stata tolta in decenni di assurda persecuzione.

 Antonio Donno

 

La mia recensione del libro di Lanzmann riguardava in modo prevalente e specifico la figura di Benjamin Murmelstein, quale appare nella testimonianza che questi gli aveva reso nel 1975.

La lettera che precede mi contesta che nella ricostruzione che ho fatto di questo personaggio abbia ignorato il libro di Bettina Stangneth, dal quale risulta che Eichmann era ben altro che quel burocrate squallido e non pensante descritto dalla Arendt. Se non che io mi sono occupato di come Eichmann appare attraverso le parole di Murmelstein nel rapporto che egli, per un decennio, intrattenne con costui. E non posso che ribadire che Eichmann vi appare esattamente come l’ho descritto. (Debbo solo fare ammenda per l’aggettivo “inefficiente”, perché tale non è stato. Tuttavia dice Murmelstein: “Lui aveva bisogno di qualcuno che studiasse i problemi per lui, raccogliesse i documenti, leggesse i libri necessari, e preparasse una relazione. Capisce?” E più oltre: “Era un corso accelerato. Io gli insegnavo tutto”).

Ciò non significa che questo assassino non fosse un astuto, orrido e attivo antisemita, e abbia svolto un ruolo di primo piano nella persecuzione degli ebrei.

Per altro Hannah Arendt, che ha seguito almeno una trentina delle udienze del processo, ha ampliamente documentato e studiato il personaggio e il processo nelle 303 pagine di La banalità del male non lo nega affatto.

Non c’è dubbio che più di una considerazione di Hanna Arendt, su temi chiave del processo possa essere discussa e criticata, e che essa appaia talvolta supponente e perentoria (ad esempio le pagine dedicate alle leggi razziali in Italia sono superficiali e poco informate), ma l’astuzia e l’intelligenza di Eichmann non confliggono con il fatto che fosse anche uno squallido burocrate e una rotella, sia pur importante, del complesso ed immenso ingranaggio del genocidio degli ebrei e non vi è contraddizione che egli sia stato insieme l’una e l’altra cosa. È certo che egli interpretò nel processo la parte dell’esecutore di ordini di un potere che non poteva sindacare, ma questa era anche l’unica difesa possibile.

C’è un buon libro sull’argomento (questo tradotto in italiano) di Deborah Lipstadt Il processo di Eichmann, Einaudi 2014, che Donno trascura. La Lipstadt è una nota storica che ha vinto un processo famoso, contro David Irving, un miserabile negazionista, in cui sono state accertate e condannate le menzogne e la totale malafede dei suoi scritti sulla Shoah.

La Lipstadt (pag. 126/161) analizza diffusamente e criticamente il pensiero della Arendt, ma concorda sostanzialmente sulla sua visione della banalità del male nazista. Vale la pena trascrivere il suo commento a chiusura di questa piccola polemica (pag. 145).

“Grande fu il disprezzo che le venne riversato addosso per aver suggerito, a quanto pareva, che il male dei nazisti fosse “banale”. Ma la Arendt non pensava niente del genere. Usò il termine “banale” per sostenere la tesi che Eichmann non aveva agito per profonda convinzione ideologica, o perché fosse intrinsecamente malvagio. Se avesse agito in base a queste motivazioni, le sue azioni avrebbero avuto un “senso”. La Arendt cercò di capire come Eichmann, e così tanti altri tedeschi, fossero diventati assassini tanto facilmente. Erano persone apparentemente normali che compirono azioni di una malvagità senza precedenti. La Arendt era convinta che molti avessero agito in tal modo pur non essendo inizialmente motivati da un profondo odio irrazionale. Era la trasformazione di persone apparentemente normali in assassini che giustamente la interessava. Sebbene molto di quanto disse sulle vittime ebree e il modo in cui lo disse siano fastidiosi, la sua affermazione che molti persecutori non erano stati mostri per loro natura o creature diaboliche, bensì gente “ordinaria” che aveva fatto cose mostruose, non soltanto appare corretta, ma è la visione ormai accolta della maggior parte degli studiosi. È precisamente la loro ordinarietà - la loro banalità - a rendere così inquietanti le loro azioni spaventose. Per molti aspetti è il comportamento di quelle persone - e furono centinaia di migliaia, se non milioni - a costituire l’impenetrabile interrogativo che sta al cuore della “soluzione finale”.

EJ


La laicità fuorviata (suite)

 

Mi permetto di riprendere il mio articolo pubblicato sull’ultimo numero di Ha Keillah per apportare alcune brevi precisazioni che penso siano necessarie.

Se i commenti che sono stati fatti mi sembrano positivi, ho l’impressione che i lettori (almeno quelli con i quali ho avuto un contatto) interpretino questo articolo come una descrizione limitata alla situazione francese.

Se la mia sensazione è giusta, devo dire che ho raggiunto soltanto parzialmente lo scopo che mi ero fissato.

Infatti, rispondendo alla domanda di Ha Keillah, è evidente che il primo punto era quello di descrivere la situazione nel Paese in cui vivo, ma il mio articolo voleva andare oltre per fare riflettere sulla questione in generale.

Se io ho descritto in particolare la situazione francese, gli esempi che ho dato (*) sono di Stati differenti (Francia, Gran Bretagna, Spagna, Germania, e la lista non è certo completa) e non parlo degli attentati che non si sono limitati al solo suolo francese. D’altronde, altri avvenimenti che sono avvenuti - e non in Francia - dopo la redazione del mio articolo, confermano che il problema che ho sollevato è, come minimo, europeo.

In altri termini, sarebbe estremamante riduttivo - e direi anche pericoloso -, che alcuni lettori potessero dire “ma qui da me non è cosi” e, ripeto, considerare le mie descrizioni come una definizione della sola situazione francese: per dirla alla moda “locale” - pratiquer la politique de l’autruche - cioè il non voler vedere o, se il lettore preferisce, cullarsi in dolci illusioni.

Gianni Diena

05.04.2015

(*) Qualche esempio di questi ultimi tempi: non evocare la Shoah in alcuni corsi di storia per non offendere quelle popolazioni che contestano la sua esistenza, non stampare dei fumetti che comportano dei maialini per non offendere certe popolazioni, modificare lo stemma di un club sportivo per far sparire il disegno della croce, opporsi a delle visite ginecologiche effettuate da dottori uomini anche a rischio della vita della paziente, contestare il minuto di silenzio osservato in memoria degli attentati di gennaio, accessibilità alle piscine (uomini/donne), ................


25 Aprile 2015

 

Ricorre quest’anno il 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Noi celebriamo con gioia la fine nel 1945 della mortale oppressione in Italia ed in Europa, e con commosso ricordo celebriamo coloro che hanno combattuto e sofferto e dato il meglio di se stessi, anche la vita, per ripristinare in Italia e nel mondo le condizioni per una vita fraterna e civile. Tra tutti costoro non distinguiamo per nazionalità: ci è grato ricordarli tutti, italiani, sovietici, jugoslavi, europei occidentali di tutte le nazioni, americani del Nord e del Sud, donne e uomini di tutto il mondo.

Vogliamo qui ricordare anche i Resistenti tedeschi: alcuni come gli studenti della Rosa Bianca che hanno pagato con la vita la loro ribellione alla crudele violenza nazista; ricordiamo con commozione i Bonhoeffer, i Willy Brandt ed altri nomi noti: ma anche coloro che, non inquadrati in nessuna organizzazione conosciuta e rimasti anonimi, hanno nei fatti del loro comportamento personale preparato il risorgere della Germania che oggi fa parte dei Paesi liberi, dopo aver seppellito l’infamia del nazismo. I più anziani tra noi ne ricordano alcuni: la loro umanità è riuscita a resistere all’infamia dell’ubbidienza agli ordini della nazione governata dal nazismo, che in quegli anni tragici aveva fatto adepti in molti Paesi europei, tra cui l’Italia fascista era stata, tragicamente, un precursore.

Con orgoglio ricordiamo che da quella lotta per Libertà, Giustizia ed Uguaglianza è nata la nostra Repubblica Italiana fondata su quei valori, che sono stati sanciti nella Costituzione repubblicana (purtroppo tuttora inapplicata in buona parte), una delle più intelligenti ed umane esistenti. È tale proprio perché è stata elaborata dai membri di una Assemblea Costituente eletta dal popolo italiano, dove erano persone che rappresentavano modi di pensare e di sentire la vita della società molto diversi tra loro: tra loro vi erano rappresentanti cattolici di varie tendenze politiche, socialisti, comunisti, liberali. Diversi nel pensare la vita della società civile, ma tutti decisi ad organizzare una società unita da una comune, forte volontà: quella di organizzare un vivere civile libero e accettabile per tutti, nel comune intento di cercare insieme, nella concordia e nella pace, le soluzioni ai problemi della convivenza civile. Tutti, dunque, antifascisti: una parola che riassume una serie di valori eticamente e politicamente positivi.

 

mostrina e tomba
Brigata ebraica

Grazie a questa volontà comune dei Costituenti, la Costituzione che ne è derivata è stata accettata anche da molti italiani che alla Resistenza non avevano partecipato affatto, per diffidenza o timore, per incomprensione del nuovo che avanzava e dei suoi modi di avanzare, in tutti i campi: dalla lotta di resistenza ai suoi frutti politici. Il passaggio dalla monarchia alla repubblica, lo stabilire il primato dei diritti del lavoro e dei lavoratori, i diritti fondamentali all’istruzione, alla sanità, alla pace con gli altri popoli come imperativo categorico (art. 11 della Costituzione).

Per noi, il celebrare l’anniversario della Liberazione ha questi significati: che sono incompatibili con l’esaltazione della forza delle armi in costose parate militari. E sono incompatibili anche con la partecipazione di chi non accetti i principi sopra ricordati.

La bandiera di Israele rappresenta il Paese che di continuo ha aggredito ed oppresso il popolo palestinese, e solo pochi mesi or sono ha provocato oltre 2200 morti, per la maggior parte civili, comprese alcune centinaia di bambini: quella bandiera non può sfilare insieme alle bandiere della Liberazione. Mentre onoriamo i combattenti di allora nella Brigata Ebraica che ha combattuto come parte dell’Esercito Britannico nella seconda guerra mondiale anche in Italia - così come le migliaia di combattenti arabi palestinesi nell'ambito dell'esercito Britannico (sia all'interno del Palestine Regiment, a fianco di combattenti ebrei palestinesi, che in altre unità) - non possiamo accettare che partecipi alla festa della Liberazione la bandiera di uno stato, Israele, che sta opprimendo da 67 anni il popolo palestinese, avendogli occupato la terra e tolto i diritti umani e politici. Non ci stancheremo mai di ricordare che la bandiera di Israele non è la bandiera degli ebrei, né della religione ebraica: è solo la bandiera di uno Stato oggi oppressore e negatore dei principi della nostra Costituzione.

I partigiani appartenenti a famiglie ebraiche che hanno combattuto nella Resistenza italiana sono onorati come ed insieme a tutti gli altri combattenti italiani della Resistenza: né loro avrebbero accettato di essere considerati diversi, per l’essere ebrei, dagli altri resistenti. Avendoli conosciuti, attraverso i loro scritti ed alcuni di persona, pensiamo che si ribellerebbero all’essere separati dai loro compagni di lotta antifascista.

Rete ECO - Ebrei Contro l'Occupazione

 

 

La bandiera di Israele rappresenta l’intero stato, e non può essere identificata esclusivamente con il governo in carica o con una determinata parte politica; di conseguenza non condividiamo la proposta di escluderla per ragioni ideologiche. Casomai si potrebbe rilevare che la presenza della bandiera israeliana non è opportuna perché lo Stato di Israele (in quanto non ancora nato nel 1945) non era tra quelli che hanno liberato l’Italia; ma in tal caso a maggior ragione si dovrebbe escludere la bandiera palestinese (ricordiamo che 70 anni fa il Gran Mufti di Gerusalemme - la guida spirituale dei palestinesi arabi - appoggiava la Germania nazista).

Sappiamo bene, però (anche se gli Ebrei Contro l’Occupazione sembrano ignorarlo) che il vero nodo della questione sta nella bandiera della Brigata Ebraica, che spesso ai cortei del 25 aprile è fatta oggetto di fischi e insulti in quanto troppo simile a quella israeliana. Noi riteniamo che questi fenomeni di intolleranza contro chi ha partecipato in prima persona alla liberazione dell’Italia siano un’indecenza che nessuna somiglianza tra le bandiere può minimamente giustificare.

HK

 

 

            

La Brigata ebraica