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Moshe Wilhelm Shapira: falsario o incompreso?

di Davide Silvera

 

Nella seconda metà dell’Ottocento, Gerusalemme diventa la meta di un grande numero di turisti occidentali, dalla Gran Bretagna, Europa e America. A favorire il flusso furono la nuova strada per carrozze da Giaffa a Gerusalemme, il miglioramento delle comunicazioni navali e l’inserimento della Terra Santa nel programma turistico della celebre compagnia di viaggi Thomas Cook. Le maggiori possibilità economiche dei turisti occidentali, rispetto a quelle dei tradizionali pellegrini, e il sempre più crescente interesse per le antichità archeologiche bibliche, cominciarono a favorire il commercio di monete, vasellame e statuine antiche. Alcuni negozi nel quartiere cristiano della città vecchia, nei pressi dell’enorme Cisterna di Ezechia, iniziarono a specializzarsi in antichità, vendute assieme alle fotografie dei luoghi santi e a pregiati oggetti fatti di legno di olivo. Stando alla prima edizione della prestigiosa guida Baedeker, pubblicata nel 1876, il miglior negozio era quello di Moses Wilhelm Shapira. Partito ebreo dalla nativa Kiev, era arrivato a Gerusalemme, all’età di 26 anni, convertito alla Chiesa Anglicana. Grazie ad una rete di “fornitori” locali, per lo più beduini e contadini arabi che gli vendevano a poco prezzo gli oggetti che trovavano, Shapira offriva ai propri clienti un grande assortimento di oggetti antichi. Nel 1873, Selim Al-Gari, un beduino che lo riforniva di tanto in tanto, entrò nel negozio di Shapira con alcuni reperti di gran lunga più “importanti” di quelli che il mercante aveva visto fino a quel momento. Si trattava di alcune dozzine di piatti in ceramica, figurine di animali e busti in pietra. Ma a differenza dei reperti che Shapira di solito trattava, molti di questi riportavano iscrizioni con un alfabeto antico, molto simile a quello che figurava sulla famosa Stele di Moab, ritrovata alcuni anni prima nella biblica Dibon, attualmente in Giordania. L’iscrizione in lingua moabita sulla stele, oggi conservata al Louvre, è la più lunga mai trovata dell’epoca biblica. Al-Gari racconta a Shapira che è possibile ottenere dalla stessa fonte, nella zona del Moab, molti altri reperti simili, e questo convince il mercante a rivolgersi al Console Tedesco a Gerusalemme con l’idea di vendere il tutto al Museo Imperiale di Berlino. Il Console si entusiasma alla proposta e nel giro di poco tempo casse dopo casse di reperti vengono spedite a Berlino dove studiosi tedeschi cominciarono a studiare le iscrizioni e a pubblicare decine di articoli. Le ceramiche “moabite” suscitano scalpore tra tutti gli studiosi e arricchiscono da un giorno all’altro Shapira. Gli archeologi inglesi della P.E.F. (Palestine Exploration Fund), tra i primi a condurre scavi archeologici seri in Palestina, sono divisi circa l’autenticità dei reperti. A uno di loro, Tyrwhitt-Drake, arrivano voci di un presunto falso scavo nella regione del Moab, da dove proverebbero i reperti di Shapira. Quest’ultimo, per smentire le accuse rivoltegli, decise di condurre di persona nella zona dello scavo, oramai finanziato da lui stesso, il Console Tedesco e il Pastore della Missione Luterana a Gerusalemme. I due, dopo essere stati testimoni dello scavo di ulteriori reperti, confermarono la loro fiducia nella genuinità delle ceramiche moabite, che continuavano ad arrivare a frotte nel negozio di Shapira. Nel Dicembre del 1873 arrivò a Gerusalemme l’archeologo francese Charles Clermont Ganneau, autore della prima pubblicazione accademica sulla Stele di Moab, che era allora considerato il massimo esperto di iscrizioni moabite. Riuscito ad ottenere, grazie all’intercessione di Tyrwhitt-Drake, il permesso di esaminare le ceramiche, lo fece sotto gli sguardi sospettosi di Shapira e dei tedeschi. Clermont Ganneau confermò la sua convinzione iniziale, secondo la quale le ceramiche erano false, e dedicò le settimane seguenti a trovare le prove. Infine un apprendista ceramista di Gerusalemme confessò di avere preso parte alla fabbricazione dei reperti, avvenuta in città sotto l’attenta supervisione dello stesso Selim al-Gari. Le accuse di Clermont-Ganneau furono uno shock per il Console Tedesco. Furono ordinate perquisizioni in casa di al-Gari, ma non fu trovata alcuna traccia di ceramiche. L’apprendista ceramista ritrattò la sua confessione, sostenendo che gli era stata estorta a forza. Konstantine Schlottman, un rinomato studioso biblico tedesco, continuò a difendere Shapira, che riaffermava l’antichità delle ceramiche. La questione rimase irrisolta, ma era chiaro che il cielo sopra le ceramiche “moabite” si era decisamente annuvolato. Shapira stesso non fu implicato nelle accuse di frode, ma uscì molto umiliato da tutta la faccenda.

Nell’estate del 1878 gli si presentò un’ottima opportunità di rifarsi. Un misterioso Beduino della regione di Moab gli vendette quindici strisce di pergamene con sopra delle iscrizioni difficilmente decifrabili, essendo coperte da uno spesso strato nero che odorava di asfalto. Quello che era chiaro era che le lettere assomigliavano moltissimo a quelle della Stele di Moab. Shapira, che non era uno studioso di lingua ebraica, riuscì a fatica a ricopiare i testi e comparandoli con diversi testi biblici arrivò alla conclusione di essere in possesso di un’antica copia del libro del Deuteronomio. Il testo differiva leggermente da quello conosciuto, con però una differenza sostanziale: ai Dieci Comandamenti c’era l’aggiunta di un undicesimo: “ Non odierai tuo fratello in cuor tuo, io sono Dio, il tuo Dio”. Shapira non credeva ai suoi occhi. Le pergamene erano databili al 9 sec a.C., quindi a circa 1700 anni prima del più antico manoscritto biblico conosciuto fino ad allora. Dopo lunghe trattative con istituzioni e Università tedesche, che non portarono a nulla, Shapira decide di mostrare i rotoli al Palestine Exploration Fund a Londra. Assieme ad esperti del British Museum, i rotoli vengono esaminati attentamente dagli studiosi inglesi negli uffici della P.E.F. , mentre Shapira attende, trepidante, in una stanza vicina. Gli studiosi, emozionati, convocano Shapira e gli annunciano che si deve procedere il più presto possibile all’acquisto dei rotoli per conto del British Museum, e con il suo permesso, alla loro esposizione in pubblico. Shapira chiede, in cambio del suo tesoro, un milione di sterline che, stando alle cronache del tempo, vengono garantite dalla stessa Regina Vittoria. A Londra, Shapira è sulla bocca di tutti, mentre a Gerusalemme, dove era arrivata la notizia della clamorosa vendita, sua moglie si dà alla pazza gioia e alla bella vita. Ma anche questa volta Shapira non aveva fatto i conti con Clermont-Ganneau. Lo studioso francese arrivò a Londra nel mezzo dell’euforia per l’imminente acquisto dei rotoli da parte del British Museum, e fu accolto freddamente da Shapira e dal curatore del museo David Ginsburg. Dopo avere permesso allo studioso di esaminare brevemente le pergamene, gli dissero che sarebbe dovuto ritornare dopo due giorni. Ma, ritornato al Museo come d’accordo, gli fu detto che non avrebbe potuto riesaminarli di nuovo. Lo studioso dovette sgomitare tra la folla di visitatori che erano venuti nel weekend a vedere i rotoli esposti in una speciale bacheca e per due giorni li osservò attentamente, prendendo note sul suo taccuino. In una lettera inviata il sabato stesso al Times, Clermont- Ganneau scrisse che “I frammenti erano opera di un falsario moderno”. Secondo lui le strisce di pergamene erano state tagliate da Shapira da rotoli della Torah vecchi di alcune centinaia di anni, e a riprova di ciò Clermont-Ganneau descrive le righe verticali incise ai lati di ogni colonna del testo. Queste linee guida erano normali in rotoli della Torah, ma il compilatore del Deuteronomio Moabita le aveva ignorate, debordando con il testo in entrambi i lati. Un’altra prova della frode era il parere di diversi studiosi che non era possibile che la pergamena fosse sopravissuta oltre duemila anni. Il colpo di grazia fu dato dallo stesso Ginsburg, che in un annuncio ufficiale sul Times, si rimangiò quello che aveva detto precedentemente e affermò che “I manoscritti del Deuteronomio che Mr. Shapira ha sottoposto al nostro esame sono dei falsi.” L’esposizione dei Rotoli viene interrotta, la reputazione di Shapira definitivamente annientata, e la sua famiglia a Gerusalemme sommersa di debiti. Dopo vani tentativi di vendere i manoscritti ad un prezzo decente, pochi mesi dopo Shapira si tolse la vita in un hotel decrepito di Rotterdam. Nel 1885 i rotoli di pergamena furono venduti in un’asta a Londra per dieci sterline. Due anni dopo furono esposti come “curiosità” in una mostra al Royal Albert Hall. Nel 1889 furono probabilmente distrutti da un incendio scoppiato nella casa del loro ultimo proprietario, certo Sir Charles Nicholson. Nel 1947 il ritrovamento dei Rotoli del Mar Morto, in una località che era dirimpetto, al di là del Mar Morto, a quella del presunto ritrovamento del Deuteronomio di Shapira, riaprì il dibattito sull’autenticità di quest’ultimo. Molti elementi sembrano accomunare i Rotoli di Qumran con quelli di Shapira. Innanzitutto I Rotoli di Qumran sono sopravvissuti con certezza, contrariamente a quello che ritenevano gli studiosi che si opposero a Shapira, per duemila anni. I testi biblici di Qumran sono leggermente differenti da quelli conosciuti sino alla loro scoperta. Alcuni dei rotoli di Qumran usano l’antico alfabeto ebraico (usato fino all’esilio di Babilonia) a fianco di quello usato successivamente. Infine anche alcuni dei rotoli di Qumran presentano le linee verticali lungo i bordi. Quindi ognuna delle prove della presunta falsità dei rotoli di Shapira è applicabile, almeno in teoria, a quelli del Mar Morto.

Forse Shapira ci aveva visto giusto, e nessuno gli aveva creduto… La domanda, probabilmente è destinata a rimanere senza risposta.

Davide Silvera

dragoman@zahav.net.il

 

P.S. Per vedere alcune delle false ceramiche Moabite di Shapira, lo si può fare recandosi a Gerusalemme all’Hotel American Colony. Lungo la terrazza , al piano sopra il patio, ci sono alcune bacheche, a mo’ di piccolo museo, in una delle quali sono esposte alcune delle famose statuine.