UCEI

 

Danzando sul Titanic?

di Anna Segre

 

Lo scorso 3 aprile il gruppo Anavim ha organizzato un interessante dibattito su “Rabbini e Comunità”, per discutere delle proposte di modifica dello Statuto dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane preparate dalla commissione istituita allo scopo. Da quanto è emerso, noi ebrei torinesi sappiamo poco o nulla di quanto bolle in pentola, e neppure siamo in grado di capire esattamente quali siano i temi del dibattito. Lo stesso moderatore della serata, Paolo Fubini (che infatti ha lamentato pubblicamente questa mancanza di informazioni), e uno dei relatori, Giulio Tedeschi, hanno proposto considerazioni e riflessioni fondate su versioni non aggiornate della bozza di proposta di modifiche statutarie. Infatti mi pare che la relazione di Rav Gianfranco Di Segni, che aveva potuto prendere visione di una versione più recente della bozza (seppure anche questa non definitiva), abbia ridimensionato molte delle preoccupazioni che erano emerse dai due interventi che l’avevano preceduta: a quanto pare nelle proposte di modifica non si parla più di rabbini a tempo determinato o di rabbini assunti dall’Unione anziché dalle singole Comunità, e mi è parso fortemente ridimensionato anche il timore di un controllo eccessivo esercitato dai Consigli comunitari sull’operato del Rabbino Capo. Insomma, se l’intento della serata era quello di mettere in guardia gli ebrei torinesi contro il rischio di uno stravolgimento della tradizionale funzione del Rabbino fatto passare a forza e di nascosto sopra le nostre teste, direi che siamo usciti tutti più tranquilli, compresi (suppongo) gli stessi organizzatori. Ma se l’intento della serata era invece quello di far notare quanto la nostra Comunità sia isolata e scollegata da quanto avviene nell’ebraismo italiano, direi che lo scopo è stato pienamente raggiunto, e che la serata ha dimostrato che noi ebrei torinesi sappiamo così poco di quello che si dibatte fuori Torino che non siamo nemmeno in grado di capire di cosa esattamente dobbiamo preoccuparci.

Sia chiaro: la mia non intende essere una critica al gruppo Anavim, che ha avuto il merito di far suonare un campanello d’allarme su un problema che a molti (compresi noi del Gruppo di Studi Ebraici e della redazione di Ha Keillah) stava sfuggendo del tutto. Dove sta andando l’UCEI? Quali sono i temi caldi nell’ebraismo italiano di oggi? Intorno a quali problemi verterà il dibattito nelle imminenti elezioni per il rinnovo del Consigli Ucei?

Questo è in realtà il nocciolo della questione: il 19 giugno gli ebrei romani e milanesi si recheranno alle urne per decidere il futuro dell’ebraismo italiano mentre tutti noi delle altre Comunità staremo alla finestra e sceglieremo (chi con voto diretto, chi, come noi, per mezzo dei Consigli) un nostro rappresentante singolo. È triste dover constatare una volta di più quanto sia diminuito il nostro ruolo nell’ebraismo italiano, se ricordiamo i tempi in cui tre torinesi sedevano in un Consiglio di 18 persone (mentre oggi abbiamo un Consigliere su 52), o se ricordiamo il ruolo di assoluto rilievo assunto da torinesi (primo tra tutti Guido Fubini) nel lungo dibattito sulle Intese e sullo Statuto. E credo sia inutile dover ricordare come questo sia avvenuto: nel 2010 al momento dell’approvazione del nuovo Statuto il lungo confronto tra grandi e piccole Comunità ha trovato una mediazione a spese delle Comunità medie (in particolare Torino e Firenze, che sono gravemente sottorappresentate): oggi le cose stanno così, e non paiono profilarsi all’orizzonte spiragli di miglioramento.

Da altri punti di vista l’UCEI ci appare indubbiamente molto più vicina oggi di quanto lo fosse venti o trent’anni fa: siamo al corrente delle iniziative e delle attività di tutte le Comunità, dei convegni, delle novità, di mostre e musei, delle presentazioni di libri, del Sud Italia, degli italiani in Israele, ecc. Ci sono incontri più frequenti, mezzi di comunicazione più rapidi e facili da utilizzare, e soprattutto l’Unione ha un proprio sistema informativo (forse la novità degli ultimi anni che più ha influito sulla vita dell’ebraismo italiano).

Dunque in apparenza non abbiamo nulla di cui preoccuparci: l’UCEI è molto più presente oggi nelle nostre vite di quanto lo fosse un tempo; per di più va anche detto che il nostro Consigliere è anche uno dei due vicepresidenti dell’Unione.

Il problema è cosa ci riserva il futuro. Tra due mesi ci saranno le elezioni e tutto quello che abbiamo - e che forse tendiamo a dare per scontato - potrebbe essere rimesso in discussione. Di tanto in tanto, infatti, si leggono interventi fortemente critici nei confronti di ogni centesimo che viene speso in favore delle piccole Comunità, oppure per la memoria, per la conservazione dei beni culturali ebraici, per iniziative rivolte verso l’esterno, ecc.

Forse vale la pena leggere, a titolo di esempio, una notizia uscita il primo aprile sul sito http://kolot.it dal titolo Gli ebrei italiani svoltano pagina. La rivoluzione Ucei:

Le storiche decisioni del Consiglio Ucei riunito ieri sera in assemblea straordinaria: vendita di parte del patrimonio immobiliare Ucei (Cimiteri storici, Sinagoghe vuote e Musei) al Ministero Istruzione, Università e Ricerca. In cambio: scuole ebraiche gratuite, raddoppio degli stipendi agli insegnanti e pubblicazione di nuovi libri di testo, trasferimento in Israele per restauro e nuovo utilizzo delle centinaia di rotoli della Torà giacenti nei depositi.

Tra gli altri provvedimenti: abolizione della “Giornata della Memoria” che sarà sostituita dalla “Giornata della Continuità Ebraica” con istituzione del Premio annuale per il miglior progetto educativo del periodo. Bonus matrimonio e bonus per i primi 3 figli per 5 anni. Triplicato il budget per le attività del Dipartimento Educazione e Cultura: assunzioni per giovani educatori in tutta Italia.

Seguiranno nei prossimi giorni tutti i dettagli… se solo lo vorremo.

L’ultima frase sottolinea, se ce ne fosse bisogno, come questo “pesce d’aprile” non debba essere letto come un semplice scherzo goliardico, ma come una sorta di manifesto elettorale; del resto, come si è detto, ripete una serie di affermazioni che si leggono frequentemente. Al di là delle considerazioni che potremmo fare su temi specifici, colpiscono in particolare due cose: prima di tutto il disinteresse - quasi una sorta di disprezzo - per la storia dell’ebraismo italiano, vista come un insieme di vecchi ricordi e musei ammuffiti che meritano di essere tralasciati e dimenticati in nome presente e del futuro. È un’esigenza che a prima vista può anche apparire legittima, ma che in pratica cela il desiderio di dirottare fondi e risorse dalle piccole e medie Comunità verso le grandi.

Ancora di più colpisce il rifiuto di tutto ciò che rappresenta una forma di apertura dell’ebraismo italiano verso l’esterno, vista come una pericolosa deviazione da valori autenticamente ebraici. Anche questa potrebbe sembrare a prima vista un’esigenza legittima (per quanto non necessariamente condivisibile), ma pare non tener conto di un fatto determinante: da dove arrivano i soldi che l’ebraismo italiano usa per la propria sopravvivenza? In gran parte dall’8 per mille, cioè dal mondo esterno. Chi garantisce che un’eventuale chiusura dell’ebraismo italiano in se stesso non provocherebbe una diminuzione significativa del numero degli italiani che firmano in favore dell’UCEI? Nessuno, anzi, questa riduzione sarebbe a mio parere più che probabile. Quindi un’ipotetica scelta di trascurare qualunque contatto con il mondo esterno per concentrarsi esclusivamente sulle scuole ebraiche potrebbe portare paradossalmente nel giro di pochi anni alla chiusura delle stesse scuole ebraiche.

Insomma, talvolta ho la sensazione di trovarmi a bordo del Titanic: sembra che tutto proceda per il meglio ma forse c’è un iceberg che ci attende a poca distanza. Altre volte mi dico che sto dando troppo peso a opinioni minoritarie o forse sto prendendo troppo sul serio quelle che in realtà sono semplici provocazioni.

Forse anche io, come i promotori della serata sui rabbini, mi sto preoccupando per qualcosa che non esiste. Forse (anzi, quasi sicuramente) i veri temi di cui preoccuparsi non sono né i rabbini né l’ostilità verso le medie e piccole Comunità né la chiusura verso l’esterno ma altre cose ancora che da Torino non siamo neppure in grado di intuire. Non possiamo fare altro che confidare nel buon senso degli ebrei italiani, e in particolare di quelli romani e milanesi dato che il nostro destino è in gran parte nelle loro mani.

Anna Segre

 

Vignetta di David Terracini (Davì)