Europa

 

De Bello Gallico

Sicurezza, halakhà e il quotidiano tragicomico degli ebrei transalpini

di rav Haim F. Cipriani

 

La vignetta era intitolata « il timore dei militari di sorveglianza ai luoghi ebraici ». Raffigurava una coppia di ebrei osservanti che, sorridenti, porgevano un vassoio a due soldati dicendo loro: “Prendete un po’ di torta, fra poco vi riportiamo delle polpette”. E uno dei due militari che sussurra all’altro: “Speriamo che non duri, ho preso otto chili in una settimana.”

Infatti nei mesi immediatamente successivi agli attentati di gennaio 2015, i luoghi ebraici francesi erano stati protetti in modo esemplare. Ma, come sperava il soldato della vignetta, non è durata, senza dubbio a causa del grave errore della comunità ebraica: troppo cibo pesante offerto ai militari per ringraziarli del loro operato. Mais ça, c’était avant … Si sa com’è, l’estate è stagione d’oblio, “agosto, ebreo mio non ti conosco”, e durante la bella stagione i militari sono scomparsi dalla maggioranza dei luoghi ebraici, salvo alcuni (circa un quarto, pare), scelti secondo criteri non esattamente trasparenti. I responsabili comunitari hanno tentato di rassicurarci spiegando che secondo le informazioni in possesso del governo francese, i terroristi avevano fatto sapere di avere altre priorità rispetto ai luoghi ebraici. Difficile immaginare da dove venissero realmente tali informazioni, speriamo non direttamente dai terroristi stessi, la cui affidabilità appare come minimo discutibile.

Il senso di isolamento durante l’autunno seguente è stato forte, specie dopo aver constato che molte sinagoghe non erano state protette neppure il giorno di Yom Kippur. A quel punto tanti ebrei si sono interrogati, con reazioni diverse. Alcuni hanno ridotto di molto le loro frequentazioni comunitarie, altri hanno smesso di portare con loro bambini. In questo clima di grande inquietudine, un giorno un membro della comunità mi chiese se a mio avviso fosse stato permissibile portare, durante lo Shabbat, un’arma da fuoco di cui era legalmente in possesso (e di cui fa uso professionalmente), da tenere con sé durante le ufficiature sinagogali per poter eventualmente reagire in caso di bisogno. La sua richiesta veniva dal fatto che, essendo osservante, egli considerava (correttamente) proibito il trasportare oggetti durante lo Shabbat, e a maggior ragione oggetti il cui uso (far fuoco) è in linea di massima proibito, il che li rende impropri ad essere anche solo maneggiati (muktseh). Di conseguenza egli voleva capire se vi fosse una base halachica corretta per autorizzare tale trasgressione, specie considerando che esisteva un’alternativa reale, ossia quella di lasciare un’arma sul posto, protetta e chiusa in luogo sicuro, il che avrebbe evitato il trasporto a Shabbat. Il pensiero di avere una persona armata presente mi pareva rassicurante, per me come per gli altri, aspetto di cui ho avuto conferma discutendone con pochi intimi. Invece il pensiero di un’arma sempre presente sul posto, messa sì in sicurezza, ma teoricamente accessibile, mi sembrava allarmante. Mi parve che questo creasse un pericolo latente, e che il principio di “Non metterai un ostacolo davanti a un cieco” [Lev. 19:14] fosse operante in questo caso. Il fatto che la persona invece portasse l’arma con sé, mi pareva preferibile, perché vi sono basi normative per permetterlo in considerazione delle vite che potrebbe salvare, anche solo se usato come deterrente,  di conseguenza mi pronunciai a favore di questo atto. Più tardi però, quando questa scelta, dapprima tenuta riservata, fu conosciuta, avvenne un fatto che mi fece riflettere. Un sabato mattina vidi arrivare al tempio un signore anziano, e un po’ malfermo sulle gambe. Dopo aver preso posto, estrasse dallo zainetto un grosso coltello, che posò tranquillamente sulla sedia accanto alla sua. Interrogato, rispose che era il suo unico mezzo di difesa possibile in caso di aggressioni, aggiungendo che aveva sentito parlare del permesso che era stato dato all’altra persona di portare un’arma da fuoco in sinagoga, e che la cosa lo aveva ispirato. Presi un po’ di tempo per riflettere, e pensai quanto fosse semplice per un malintenzionato disarmare quel signore e magari usare contro di lui la sua arma. A quel punto realizzai che, dal momento in cui le autorità competenti non possono, non riescono o non vogliono fare adeguatamente il loro lavoro, è improprio che altri pensino di farlo, perché questo genera distorsioni di vario tipo. Chiesi quindi con vigore che nessun altro episodio di questo genere si verificasse più, e chiarii che più nessuno avrebbe portato armi di nessun genere. L’anziano signore disse che non sarebbe più venuto, e d’altronde non è stato più visto da allora. Ma nessuno oggi, a mia conoscenza, porta armi di nessun tipo. Dal punto di vista psicologico, preferisco optare per la serenità derivante dall’accettazione sincera di una fragilità che non può essere modificata, e che mi pare fondamentalmente più adatta allo spirito dello Shabbat. D’altronde la legge della Mishnah specifica che un’arma non è da considerare come un ornamento (che sarebbe permissibile portare), è anzi qualcosa di spiacevole, che è quindi proibito portare su di sé a Shabbat [Shabbat 6:10; Shulchan Aruch O.H. 301:7]. Eppure, come si diceva, esistono diverse basi per permetterlo a dispetto di questo, cosa che diversi decisori hanno fatto in tempi più recenti [SH. Goren, Meshiv Milchamah 2, p.54; Shemirat Shabbat Ke-Hilkhatah 20:28 et alia].

In questo quotidiano surreale in cui a volte, ufficiando, durante le benedizioni dello Shemà vedo un’ombra avvicinarsi e penso “ecco il decimo di Minian … oppure quello che ci farà saltare tutti in aria”, mi è parso interessante narrare questo aneddoto per riflettere al fatto che la Halakhà non è solo una disciplina teorica o speculativa, ma è anche, e soprattutto, una risposta al vissuto concreto di esseri umani che cercano il loro cammino. E, come tutte le risposte, cambia necessariamente secondo la situazione e la psicologia degli individui che ne sono protagonisti. In alcuni casi, uno stretching mentale si rende necessario per accettare il paradosso in cui l’applicazione pratica di determinate regole porti a scelte diverse da quelle che la normativa teorica avrebbe preconizzato. Tali paradossi sono propri alla condizione umana. In ogni caso, mi sembra importante tenere presente, come Morenu Rabbi Louis Jacobs zl ci ha insegnato, che la Halakhà non si sviluppa in una dimensione esclusivamente astratta, ma come mediazione all’interno di una continua e necessaria tensione fra principi ideali la cui mutabilità è lenta e quasi impercettibile, e realtà quotidiane che invece hanno un altro tipo di urgenza. La ricerca di un equilibrio fra queste dimensioni è arte assai delicata, messa talvolta a dura prova da situazioni estreme.

“IHVH dà audacia al suo popolo, IHVH benedice il suo popolo con lo Shalom” [Sal. 29:11]

 Rabbino Haim F. Cipriani

Moïse Kisling, Piccola Testa di Un Brune

 

 

Moïse Kisling, Ritratto di Katznelson

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