Israele

 

Risvegli di una mattina di primavera

di Alessandro Treves

 

Un grande Partito Democratico Israeliano. Dai confini ampi ma chiari ovvero, come proclama speranzoso, “da Moshe Ya’alon a Zehava Galon; da Shaul Mofaz a Zouheir Bahloul; da Dan Meridor a Ayman Odeh”, cioè dai più moderati fra i membri del Likud fino a chi guida la Lista Araba Unita. Dopo un’accorata disamina di quella che lui chiama la ‘guerra civile fredda’, che vede lo stato d’Israele cedere allo stato di Giudea, vale a dire ai coloni, Uri Misgav, giovane giornalista solitamente pragmatico e incisivo, si lascia andare trasognato alla fantasia di un nuovo grande movimento politico, che metta insieme tutti coloro che alla Knesset siedono a sinistra dell’estrema destra. Confini effettivamente piuttosto ampi. Con candidato primo ministro Benny Gantz (l’atletico ex capo di stato maggiore) o addirittura Reuven Rivlin, l’attuale presidente, di cui sembra auspicare le dimissioni ed il ritorno nell’agone politico.

Uscita prima in ebraico, la proposta di Misgav appare in inglese, su Ha’aretz online, il 13 aprile. Il giorno prima, dopo un’altrettanto accorata disamina della stessa situazione, da una prospettiva molto simile, un suo collega di pari talento aveva rilanciato un’idea del tutto diversa. Bradley Burston, scrivendo anch’egli su Ha’aretz, aveva implorato: si dia il voto ai palestinesi. Si offra la cittadinanza israeliana con tutti i diritti ai palestinesi della Riva Occidentale. L’hanno già proposto in tanti, fa notare, anche politici di destra, anche l’attuale presidente Reuven Rivlin. Se il nuovo partito di Misgav può sembrare un sogno, c’è forse un sogno più grande di una democrazia in cui il diritto al voto viene esteso a tutti i suoi abitanti? Incluso perfino chi è autoctono, e non un immigrato dagli Stati Uniti come lo stesso Burston? Di nuovo la bonaria figura di Rivlin appare nel sogno ad incarnare il leader che non c’è.

Il risveglio da entrambi i sogni è nei dati del sondaggio di cui riferisce, lo stesso 13 aprile, Dov Lieber su Times of Israel. Il 48% dei liceali israeliani (ebrei) vorrebbe togliere il diritto di essere rappresentati alla Knesset agli arabi israeliani, figuriamoci se concederlo ai palestinesi dei Territori Occupati. Il sondaggio, commissionato dal giornale di destra Israel HaYom, stima che fra i giovani degli ultimi due anni della scuola superiore, futuri elettori, il 59% si autodefiniscano di destra, il 23% di centro ed il 13% di sinistra. Se i dati sono corretti, il grande Partito Democratico vagheggiato da Misgav, quandanche riuscisse miracolosamente ad aggregarsi, sarebbe condannato all’opposizione. Appare evidente come né Misgav né Burston, che in fondo sono persone di mezza età, possano rappresentare, con le loro uscite alla disperata, l’immaginario della maggioranza dei giovani ebrei israeliani. Immaginario che forse è sopito. Forse è un grande buco nero in fondo al tram.

Se cerchiamo giovani ebrei che sognano, sembra paradossalmente più facile trovarne ora negli Stati Uniti. Ci eravamo abituati all’idea di un ebraismo americano rappresentato politicamente da lobbies spesso in lite fra loro ma tutte più o meno al servizio del governo Netanyahu ed ecco che, mentre i partecipanti alla conferenza dell’AIPAC si rendono ridicoli applaudendo estasiati Donald Trump, si levano voci di speranza fra le nuove generazioni. Simone Zimmermann si era fatta conoscere ai tempi dell’ultima guerra con Gaza, quando aveva manifestato con altri giovani ebrei davanti agli uffici della Conferenza dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane (denominazione assai suggestiva) leggendo i nomi degli israeliani e dei palestinesi morti nel conflitto. Opponendosi all’occupazione (come, piuttosto naturalmente per una pronipote di sopravvissuti alla Shoah, all’antisemitismo), ha chiesto che Hillel, l’organizzazione ebraica nei campus americani, accetti la partecipazione dei gruppi pro-BDS, pur dicendosi lei stessa contraria al BDS. “Seguiamo con attenzione quello che sta accadendo in Israele”, aveva scritto in febbraio riferendosi ai suoi coetanei ventenni, “con attenzione e con rabbia”. Il 13 Aprile, Bernie Sanders l’ha nominata coordinatrice delle attività in ambito ebraico della propria campagna elettorale.

Il giorno dopo un altro rappresentante della stessa generazione (un po’ più maturo, trentacinquenne) ha spiegato perché fra loro l’appoggio per Sanders è schiacciante, al contrario di quello che i sondaggi dicono degli ebrei americani più anziani, che se votano democratico appoggiano prevalentemente Hillary Clinton. “Sanders”, scrive Jacob Bacharach, “viene visto come rappresentante di un’idea etica del fare politica, che si appella al bene comune. Evoca un’era passata di valori ebraici, di prima che gli ebrei si integrassero fra gli americani bianchi ricchi, e prima che la cosa più importante per loro diventasse l’appoggio ad un altro stato a migliaia di chilometri di distanza”; “se ne accorgeranno i nostri genitori? Sono preparati ad una nuova generazione che vede il centro dell’ebraismo nella diaspora, e gli imperativi etici dell’ebraismo americano potenzialmente contrapposti allo stato ebraico?”

Piccolo ulteriore risveglio il 15 aprile: Sanders ha sospeso Simone dall’incarico cui l’aveva appena chiamata, dopo essersi accorto delle parolacce che lei aveva rivolto, su Facebook, all’indirizzo del primo ministro Netanyahu.

 

Alessandro Treves