Israele

 

The Wall

di rav Haim F. Cipriani

 

Come molti ebrei progressisti ho accolto con gioia la notizia della vittoria legale che darà la possibilità di installare al Kotel uno spazio supplementare per le donne che desiderano pregare indossando indumenti rituali come Tallet e Tefillin. Un’ulteriore divisione sarà riservata ai gruppi misti, che desiderano pregare con uomini e donne insieme.

Poi però mi sono reso conto che il dover ricorrere a celle separate per poter esprimere la propria spiritualità è un po’ triste. Mi vengono in mente i film americani con le celle in fila e il guardiano che passeggia nel corridoio con un mazzo di chiavi in mano. Doversi ghettizzare per recitare, ogni gruppo da parte sua, le stesse preghiere in cui si esprime, fra l’altro, la speranza dell’unità del popolo, mi pare caricaturale. Vero è che l’oggetto delle preghiere è spesso qualcosa che si sa di non poter avere facilmente. Vero è anche che generalmente si prega per poter ottenere aiuto per cose che l’uomo non riesce a realizzare coi propri mezzi. Ma quando poi l’uomo mette in gioco i propri mezzi in modo tale da ostacolare ciò per cui prega, la cosa diventa alquanto problematica. E tutto questo avviene perché si vuole pregare a tutti i costi in quel luogo. Senza contare che, a questo punto, come si dice, לדבר סוף אין, non c’è fine alla cosa. Ci vorrà un’altra sezione per i mancini (alcuni potrebbero considerare antiestetico chi porta i tefillin sul braccio destro), una per chi desidera portare il proprio cagnolino, ecc. … E non c’è spazio per tutti… Nella nostra tradizione, gli oggetti suscettibili di portare a derive idolatre erano distrutti. Mosè per questa ragione distrugge le Tavole della Legge [Es. 32:19], e così fece il re Ezechia con il mitico serpente di bronzo di Mosè [II Re 18:4]. E se da un lato il luogo di cui si parla merita grande rispetto, e così anche l’anelito di alcuni a potervi esprimere la loro spiritualità in modo appropriato, è importante ricordare che un luogo, come un oggetto, ha solo un ruolo di mediatore. Quando il mediatore si sostituisce al messaggio, e un mezzo si trasforma in un fine, questo dovrebbe mettere in allarme. In ebraico classico questo fenomeno è chiamato Avodah Zarah, “lavoro disperso”,  perché esprime la perdita della nozione di priorità e di centro delle cose. Molti commentatori sottolineano che quando Mosè distrusse le Tavole, questo fu considerato un grande merito [cf. Rashi su Deut. 34:12]. Certamente non è rompendo il termometro che si cura la febbre, ma in assenza di rimedi più radicali questa può essere una terapia possibile...

Rabbino Haim F. Cipriani

 

Donne in preghiera al kotel