Storie di ebrei torinesi

 

I due ebrei torinesi che abbiamo intervistato questa volta si sono trovati a recitare in costume davanti ad un pubblico assiepato ed entusiasta, anch’esso quasi tutto mascherato. Era la sera di Purim e i nostri personaggi, insieme ad altri sette “attori volontari” della Comunità, hanno inscenato una buffa pantomima in otto dialetti ebraico-regionali diversi. Non accade tutti i giorni di vedere seri e compassati professionisti e addirittura un Rabbino Capo misurarsi in baruffe e sketch a volte anche un po’ spinti. Forse è anche quello che ha divertito. Le prove erano state comiche ma animatissime: un litigio continuo sulle dizioni, le mosse degli attori, i costumi. Eppure, al termine di otto repliche settimanali di prova, tra i personaggi si è instaurata un’amicizia solidale speciale…

 

ALBERTO SADUN

 

 

A che serve fare domande? mi chiedo. Alberto è come questa casa: una grande piazza rumorosa, cucina-soggiorno-sala giochi per le sue bambine, dove lui al fornello butta i tagliolini. È Naamà, mia moglie, mi dice, che ha voluto la casa così. Lei chiede in ebraico alle sue tre bambine di mettere un po’ d’ordine prima di cena, insieme alle loro amichette invitate a dormire qui questa notte. A tavola,”In piedi”, ordina il papà. “Ora diciamo il Kiddush del venerdì sera”. Atalia (4 anni) frigna, non vuole alzarsi. “Yom ha shishì…” inizia Alberto con il calice di vino in mano. È la consacrazione del Sabato. È qui che c’è il Tempio, penso. Non altrove. In questa casa pulita e complessa, piena di grida di bimbi, con le porte aperte sul giardino, dove io e mia moglie, quasi sconosciuti, siamo stati accolti come i viandanti da Abramo.

Naamà Calderon, israeliana dagli occhi ridenti e indagatori, figlia di un sefardita e di una Katchalsky, ashkenazita, è arrivata a Torino per fare l’arevà anni fa. Alberto è stato suo allievo alle lezioni di ebraico. Finita la lezion, si sono sposati...

Sono arrivato a Torino ventuno anni fa, mi dice Alberto col suo tipiho accento tos-hano. Mio padre, fiorentino, era il secondo figlio di sei fratelli, cinque maschi e una femmina. La famiglia, tramite dei prestanome, era riuscita a mantenere in vita, durante la guerra, la ditta all’ingrosso di mercerie e abbigliamento. Nel dicembre del ’43 il famigerato fascista Mastelloni ha arrestato Gastone Diodato Sadun, fratello del nonno Angelo. Voleva prendere anche Sergio, fratello maggiore di Franco, mio padre, ma i dipendenti sono riusciti miracolosamente a convincere il Mastelloni a non prendere il ragazzo.

Subito il nonno con moglie e sei figli sono scappati coi bagagli pronti da tempo e dopo varie peripezie sono riusciti ad entrare in Svizzera, benché abbandonati dal contrabbandiere che avevano pagato. Passarono tempi difficilissimi, di cui i miei hanno parlato poco, perché hanno preferito passarci i valori positivi, piuttosto che memorie atroci. Subito dopo la guerra mio padre ha partecipato ai primi campeggi della FGEI. “Chimico pentito” perché ha iniziato a lavorare nella ditta commerciale paterna, veniva da una famiglia proveniente da Pitigliano, e prima dalla Tunisia e prima ancora dalla Spagna.

Mia mamma Carla Neppi è figlia di un ferrarese e di una fiorentina. Durante la guerra la famiglia (erano in cinque) si è rifugiata prima nella casa di campagna del ferrarese, poi, dopo l’8 settembre del ’43, in giro per l’Italia, quindi si è nascosta a Capugnano, nell’appennino tosco-emiliano, facendo i salti mortali per sopravvivere. Sia la famiglia di papà che quella della mamma hanno avuto parenti deportati. Gino Neppi, zio di mia mamma, medico, aveva aperto un ambulatorio per curare i profughi senza assistenza: è stato deportato ad Auschwitz e di lui non si è saputo più nulla. Mia mamma nel dopoguerra si è laureata in chimica e poi ha scelto di fare l’insegnante. È stata molto attiva nell’ADEI-WIZO ed in Comunità ebraica a Firenze, dove ha contribuito a riaprire il Talmud Torà è l’ha coordinato per diversi anni. Dotata di grande comunicativa, è stata poi chiamata a raccontare nelle scuole e nei teatri la sua esperienza di sopravvissuta alle persecuzioni.

Io invece, nato nel ’66, sette anni dopo mio fratello Davide, sono stato il primo neonato ebreo dopo l’alluvione di Firenze, lavato con l’acqua minerale… Da ragazzo sono stato attivo nel CGE di Firenze, quindi nella FGEI, con Filippo e Marta Levi, che è stata anche segretaria generale. Per tre anni sono stato tesoriere, col duro compito di trovare i finanziamenti per Ha-Tikwà, il nostro periodico, allora diretto da Claudia Abbina e prima di lei da Lia Tagliacozzo. Quella FGEI gloriosa e bellissima, di cui sono ancora innamorato, per me è stata una palestra dove si imparava a discutere, a ragionare, a confrontare le idee e dove ho stretto amicizie che si sono conservate tuttora. Quella FGEI che, in seguito a movimenti tellurici (anche naturali, perché no) si è trasformata nell’attuale UGEI.

Arrivato nella Comunità di Torino, dove già conoscevo qualcuno, sono stato accolto molto calorosamente, invitato, coccolato… Dottore commercialista, sono entrato nella ditta di Tullio e Riccardo Levi, che produce macchine per il “floccaggio” (per vellutare qualsiasi supporto): avendo il pallino della meccanica, oltre a vendere le macchine, ne ho studiato anche lo sviluppo.

 

Alberto narra del suo ingresso nel Gruppo di Studi Ebraici appena arrivato, della sua uscita due o tre anni dopo, dell’esperienza in Comunità Attiva, che secondo lui ha dato alla Comunità consiglieri validi, dinamici e relativamente giovani. In Comunità Attiva si svolgevano discussioni interessanti: si analizzavano i problemi della scuola, della casa di riposo, del rabbinato… Essendo un raggruppamento politicamente trasversale, dice, si è trovato però ad essere un po’ privo di contenuti ed a perdere di vivacità, forse anche a causa dell’atmosfera ostile che in Comunità si andava creando: per il dissidio sulle questioni rabbiniche l’aria era diventata irrespirabile, la Comunità spaccata, con amici che non si salutavano più e le manifestazioni promosse da un gruppo erano disertate dall’altro gruppo.

L’arrivo di rav Birnbaum, dice Alberto, ha fatto rivivere la Comunità, con interessanti conversazioni partecipate dopo il Kiddush di Shabbat, che rendevano l’atmosfera meno arcigna e rigorista... In seguito al cambio della guardia nel direttivo della Comunità ed al mancato rinnovo dell’incarico a rav Birnbaum, Alberto rientra nel Gruppo di Studi Ebraici, dove, dice, ritrova i temi di discussione e l’atmosfera che amava…

Una delle bambine viene a chiamarlo piagnucolando: alla tv danno un film che le fa paura. Alberto si alza, prende la bimba in braccio e va di là…

Scusatemi, dicevo… prosegue Alberto dopo qualche minuto, io sono stato quasi miracolato perché ho sposato un’ebrea, che mi ha consentito di mantenere vive le tradizioni millenarie della mia e della sua famiglia. Ma mi rendo conto di far parte di un gruppo di pochi fortunati. Quelli che invece hanno fatto un matrimonio misto (e sono molti) si sono visti emarginati dalla comunità dal progressivo irrigidirsi dei nostri rabbini. L’unica via offerta loro di essere ri-accolti è la difficilissima conversione del coniuge. Questi ostacoli stanno svuotando le nostre comunità, travolte dall’integralismo di chi ci chiede solo di timbrare il cartellino al tempio. È un fenomeno tutto italiano: in altri paesi (in Germania, per esempio) per accogliere gli immigrati russi, addirittura i Chabad-Lubavich sono più aperti dei nostri rigidi ortodossi. I nostri rabbini hanno chinato il capo davanti all’imperio dei rabbini israeliani (che peraltro sono tutt’altro che santi), che hanno respinto le conversioni “di tipo 2”, quelle in cui si convertono i figli di madri non ebree che però non hanno fatto il ghiur. (Le conversioni “di tipo 1” sono invece quelle accettate, dove i figli vengono convertiti, ma previa conversione della madre).

Della vita comunitaria mi interessa tutto, prosegue: il calore del dibattito, i diritti civili, il futuro degli ebrei qui da noi e in Israele… Io non ho potuto però far parte del Consiglio della Comunità a causa dei miei impegni familiari, lavorativi e dei miei viaggi frequentissimi all’estero. Ma è giusto che le posizioni chiave in Consiglio vengano per lo più coperte da pensionati? Occorre accogliere in Consiglio anche chi lavora e non può dedicare alla Comunità le intere sue giornate. E come? Liberando i consiglieri dalle incombenze spicciole ed esecutive, che debbono essere svolte da segretari-manager e dai loro dipendenti, lasciando al Consiglio le sole mansioni strategiche di indirizzo. Finora l’Unione delle Comunità si è occupata, giustamente, dei rapporti coi rabbini e con le singole Comunità, ma ha lasciato che il funzionamento di ciascuna rimanesse inchiodato alle norme degli anni ’30…

A questo punto una delle bambine di Alberto lo interrompe chiamando mamma e papà per il “laila tov”…

 

Intervista di David Terracini

 

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