Storie di ebrei torinesi

 

I due ebrei torinesi che abbiamo intervistato questa volta si sono trovati a recitare in costume davanti ad un pubblico assiepato ed entusiasta, anch’esso quasi tutto mascherato. Era la sera di Purim e i nostri personaggi, insieme ad altri sette “attori volontari” della Comunità, hanno inscenato una buffa pantomima in otto dialetti ebraico-regionali diversi. Non accade tutti i giorni di vedere seri e compassati professionisti e addirittura un Rabbino Capo misurarsi in baruffe e sketch a volte anche un po’ spinti. Forse è anche quello che ha divertito. Le prove erano state comiche ma animatissime: un litigio continuo sulle dizioni, le mosse degli attori, i costumi. Eppure, al termine di otto repliche settimanali di prova, tra i personaggi si è instaurata un’amicizia solidale speciale…

 

AYELET LAGORIO

 

Ayelet Lagorio in veste di locandiera

 

Ayelet è recentemente diventata un volto noto in comunità. È stata la regista e sceneggiatrice dello spettacolo “Pantomima semiseria di Purim” rappresentato dalla compagnia “I Fini Dicitori”. I testi dello spettacolo sono stati ricercati ed elaborati dagli stessi attori, Ayelet ha contribuito ad incollare le varie parti e a farne uno spettacolo coerente. Gli attori (tra i quali chi scrive) ogni tanto sono stati redarguiti un po’ severamente ma questo fa parte del gioco del teatro. Alla fine spettatori e attori erano contenti del risultato e questo lo dobbiamo all’impegno di Ayelet. L’intervista si svolge in un caffè a Torino.

Ayelet, cosa fai a Torino?

Invento e creo gioielli poi li vendo in vari mercati; posseggo una licenza di venditrice ambulante.

Come hai iniziato a occuparti di gioielli?

Stavo ancora a Milano quando la mia carriera teatrale è terminata bruscamente a causa di una malattia.

Sono andata ad aiutare in negozio un orafo conosciuto a un mercato dell'antiquariato.

Mi ero innamorata dei gioielli che esponeva e dopo un breve colloquio mi ha chiesto se volevo andare ad aiutarlo in negozio. Mi ha dato la possibilità di lavorare come commessa. Un giorno l'ho visto chiudere un braccialetto con una cannottiglia e gli ho chiesto di insegnarmi a farlo.

Dal 2008 al 2009 abbiamo fatto delle fiere insieme e ho via via imparato a distinguere un'acquamarina da un opale, un’avventurina da una giada verde, ho imparato ad interpretare la luce delle pietre. Il riflesso della luce della perla contribuisce al suo valore; con questa esperienza ho imparato anche l'arte del vendere. Dopo due anni ho scelto di iniziare un’attività per conto mio e, tornata a Torino, sono andata ad acquistare della minuteria per orafi e ho iniziato a creare dei gioielli. Ho deciso che avrei intrapreso l'attività di commerciante, mi sono presa una licenza e adesso è una realtà che procede. Il rapporto col mercato è teatrale: vendere è un'esibizione e la mia esperienza di attrice vale. Il mercato non è soltanto un’attività che mi permette di vivere ma è un mezzo per creare un rete di rapporti umani. La capacità di ascolto conta più del prezzo a cui si vende un oggetto.

Ti abbiamo conosciuta come regista di una pièce teatrale. Ci racconti da dove è nata la tua professionalità nel mondo del teatro?

Ho iniziato teatro dopo aver fatto per molti anni la danzatrice. Da piccola ho studiato danza classica. A 15 anni sono passata alla danza contemporanea perché non avevo il fisico adatto alla danza classica. Mi ero appena iscritta all'università quando sono stata selezionata come danzatrice alla Compagnia di Teatro Danza diretta da Enrico Coffetti. Abbiamo fatto un po’ di spettacoli a Milano e nel 1980 cercavano danzatori alla Scala ed io con altri cinque danzatori siamo stati ingaggiati per rappresentare La Vera Storia di L. Berio con regia di Scaparro e testi di Italo Calvino. In questo spettacolo ho fatto un pezzo da solista, un ruolo che aveva aspetti molto teatrali; poco dopo l'Ufficio Regia della Scala mi ha contattata per un'altra opera, The Flood di Peter Ustov, sempre come danzatrice.

Nel frattempo ti sei anche laureata in filosofia…

Insieme agli studi di recitazione sono riuscita a portare avanti gli studi universitari e infine a laurearmi. Dopo gli anni della Scala in un'opera di Rossini, Viaggio a Reims, con la regia di Ronconi, il coreografo (Angelo Corti) mi ha chiamato in palcoscenico per sostituire un attore per una parte recitativa. Con una voce tremebonda ho letto il testo del provino di fronte a Luca Ronconi. Attendevo un commento ma nessuno commentò la mia performance. Dopo il debutto, Corti mi avvicinò e mi disse che avrei dovuto studiare recitazione e mi propose la scuola del Piccolo Teatro. Per passare l'esame d'ammissione ho studiato recitazione privatamente con Renato de Carmine e poi con Gianni Mantesi (grande doppiatore), famoso formatore di attori.

Dopo la scuola, ho cominciato a fare qualche provino e come tutti i giovani attori volevo fare l'attrice drammatica mentre mi chiamavano solo per ruoli caratteristici e brillanti. Per me lavorare era importante e ho accettato anche dei ruoli alla Rai per partecipare in diversi sceneggiati in tv. Ho iniziato la mia carriera di attrice.

 Parli tanti dialetti; come li hai appresi?

Mio padre faceva il ristoratore e ha aperto locali in tutto il Nord Italia e in Francia (da qui la mia conoscenza del francese). A parte questo, i dialetti li studio e mi sono trovata in condizione di recitare in diversi dialetti: piemontese, veneto, romanesco lombardo e perfino Le allegre comari di Windsor in napoletano!

Ci puoi parlare delle tue origini ebraiche?

Mio papà non ero ebreo e mia mamma ha scoperto di esserlo a quarant’anni quando è morta sua madre.

Come ha passato la tua famiglia materna il periodo della Shoah?

Mia mamma e mia nonna sono sfollate nel '43 in campagna nella Val di Susa. I nazifascisti sono venuti a casa della mia famiglia per fare una retata. Mio nonno, che era profondamente antifascista, ebbe un guizzo teatrale e fece il saluto nazista davanti alla pattuglia. Si mise ad urlare che lui era fascista e che nessun ebreo né partigiano era presente. Il capo nazista si convinse e se ne andò. Mamma e Nonna sono tornate a Torino dopo la guerra e hanno continuato la loro vita senza avere nessun riferimento all'ebraismo.

Quando hai saputo che hai origine ebraiche?

Mia mamma mi ha rivelato di essere ebrea quando avevo 26-27 anni; me lo disse durante un nostro litigio, in cui le contestavo comportamenti incongruenti. La rivelazione mi trovò disorientata: essere ebrei, o nel mio caso diventarlo, non è per niente facile. Non ho avevo però alcuna educazione cristiana, i miei erano laici, e questo ha reso le cose più facili.

Come hai elaborato questa rivelazione?

In modo sofferto e ambivalente. Nonostante ciò, sin dall’adolescenza  avevo maturato un grande amore per la storia ed il destino del popolo ebraico, come se mi appartenessero nel profondo. Il mio cammino è iniziato prima con la filosofia, il Maimonide, Spinoza, Martin Buber e la Scuola di Francoforte, ed è diventato via via più intimo e spirituale.

 Raccontaci come ti sei avvicinata alla comunità ebraica.

Ho conosciuto un rabbino della comunità di Milano durante uno Shabbat a casa di amiche ebree libiche molto religiose. Seguirono anni inerti esteriormente ma di trasformazione interiore. Mi recai alla comunità Lev Chadash perché avevo letto alcune derashot di Rav Cipriani, che mi sembravano profonde e straordinarie. La mia presenza fu discontinua per il mio lavoro di attrice, ma la sensazione fu di grande calore e accoglienza. Con Rav Cipriani ho lentamente maturato la mia identità ebraica; da qui è scaturita la mia interiorità spirituale ebraica.

 E come ti sono sembrati gli ebrei milanesi di Lev Chadash?

Mi hanno accolta bene. L'incontro con la figura e gli scritti di Rav Cipriani ha risvegliato la mia identità ebraica. Egli commenta la Torà come un libro contemporaneo, e fonde la tradizione con la complessità dell'oggi. Per me l’ebraismo è vita etica, è considerare gli altri individui come tuoi pari, è  l'espressione della libertà individuale che non deve essere in contrasto con la vita altrui.

 Come sei stata accolta in Comunità a Torino?

Sono tornata a Torino con una situazione molto difficile sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista affettivo; ho trovato amici profondi, veri; mi sento a casa.

 Torniamo a Purim di quest'anno: raccontaci la tua recente esperienza di teatro.

L'esperienza teatrale con “I Fini Dicitori” mi ha dato l'opportunità di rimisurarmi con la drammaturgia e di creare una struttura entro la quale persone non professioniste potessero agire in modo creativo, il tutto seguendo basilari principi di recitazione.

 È stato quindi difficile confrontarsi con persone che non avevano esperienze professionali per mettere su un simile spettacolo?

Non è stato facile costruire uno spettacolo senza premesse drammaturgiche; erano testi eterogenei, più adatti a una conferenza che a uno spettacolo teatrale, ma il buon risultato ed il commovente apprezzamento della Comunità torinese hanno rappresentato per me un vero e proprio risveglio che mi permetterà di creare di nuovo spettacoli anche in ambito non ebraico.

Cosa ti piace e cosa non ti piace della comunità:

Della comunità di Torino mi piace l'attaccamento alle tradizioni, perché la tradizione è sempre fonte di rinnovamento interiore dell'individuo.

Qual è la festa ebraica che ti piace di più?

Pesach simbolo della liberazione, la promessa di libertà, vivo Pesach come un processo di liberazione e rinnovamento spirituale. Ogni Pesach mi chiedo da quale Egitto sono fuggita.

Ormai si è fatto quasi buio; è Pesach, intervistata e “giornalista” devono andare a casa a mangiare; l’intervista termina ma certamente Ayelet offrirà presto altri spunti per i redattori di Ha Keillah.

 

Intervista di Alberto Sadun

 

Torino, la pantomima di Purim (foto di Renzo Levi)

 

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