Memoria

 

I Giusti dell’Islam

 di Sherif El Sebaie

 

Tra i 24.850 “Giusti tra le nazioni” (dati del 2013) riconosciuti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, figurano una settantina di musulmani. Il contingente più grande è quello rappresentato dai musulmani albanesi che hanno salvato numerosi ebrei, partendo dalla convinzione che per un buon musulmano fosse un dovere assistere e salvare coloro che avevano cercato rifugio nel loro Paese. Anche in Bosnia ci furono musulmani che salvarono la vita di ebrei, come Zejneba Hardaga insieme al marito, a Sarajevo, che abitando proprio di fronte al quartier generale della Gestapo avvisavano gli ebrei ogni volta che uscivano le camionette per una retata. Vi figura anche un turco, Selahattin Ulkumen, Console a Rodi, che nel 1944 grazie a uno stratagemma riuscì a salvare 42 famiglie ebree. Ma figuravano tra di loro anche degli arabi? La domanda se la pose Robert Satloff, Direttore del Washington Institute for Middle East Policy, autore del fortunato Tra i Giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi (Ed. Marsilio) e primo a proporre ufficialmente allo Yad Vashem un arabo (il tunisino Khaled Abdel Wahab) come candidato «Giusto tra le nazioni».

Un capitolo importante dell’applicazione delle norme vessatorie antiebraiche e della Shoah si consumò infatti nell’Africa settentrionale. Durante la seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943, la campagna del Nordafrica - in cui si confrontarono italiani e tedeschi da una parte e gli Alleati dall'altra - fu combattuta in un’area situata tra Tunisia, Algeria e Marocco, tutti territori sotto dominio francese. Man mano che i tedeschi avanzavano venivano istituiti campi di concentramento e applicate le Leggi del Reich, anche in materia razziale. Parecchie migliaia di persone vennero recluse in oltre cento campi dove il lavoro forzato, la tortura, la deportazione e le esecuzioni erano all’ordine del giorno. D’altronde, il regime di Vichy non aveva atteso gli ordini dei tedeschi per attuare le leggi razziali che avevano trovato infatti espressione nello Statuto per la popolazione ebraica promulgato il 3 ottobre 1940. Benché prive di potere, le autorità indigene si opposero strenuamente alla loro piena implementazione, come nel caso del Sultano Mohamed V del Marocco che mise in atto più di un gesto simbolico, dal dichiarare che nel suo paese “non esistevano sudditi ebrei, ma solo sudditi marocchini” al rispondere agli emissari della Francia di Vichy che volevano imporre la stella gialla agli ebrei marocchini che “dovevano ordinarne 10 in più, numero esatto dei membri della famiglia reale”.

Ma anche nella Francia occupata vi furono figure che si sono distinte nel salvare vite ebraiche in pericolo. È il caso di Si Kaddur Ben Ghabrit, rettore della Grande Moschea di Parigi, che salvò diversi ebrei fornendo loro documenti falsi. Una circostanza che non suona affatto strana: già nel 1939 in Francia vivevano molti nordafricani, tra cui diverse migliaia di ebrei sefarditi e a Parigi erano quasi tutti algerini della Cabilia. Questi ultimi parlavano la lingua araba e condividevano tradizioni e usi quotidiani dei corregionali musulmani. In entrambe le comunità era praticata la circoncisione maschile e spesso anche i nomi erano molto simili. All’interno di una comunità del simile era normale che tra ebrei e musulmani immigrati dalla stessa regione i legami fossero molto stretti.

La storia su cui si hanno più notizie è quella del cantante algerino di origine ebraica Salim Halali, considerato una vera e propria star nell’ambiente musicale franco-arabo della metà del secolo scorso. Arrivato a Parigi nel 1937 dove si era fatto conoscere tra i club di Flamenco parigini, un tour europeo gli aveva donato fama anche nella natia Africa del Nord, dove i suoi pezzi in lingua araba sono diventati estremamente popolari. Solo in occasione della sua morte, avvenuta nel 2005, è emerso che si sarebbe salvato dallo sterminio grazie a Si Kaddur il quale gli aveva fornito documenti falsi che potessero farlo sembrare musulmano. Ben Ghabrit si era addirittura personalmente assicurato che il nome del nonno del cantante fosse inciso su una lapide del cimitero musulmano di Bobigny, per nascondere le sue radici ebraiche. Risulta difficile oggi stabilire quanti ebrei si salvarono grazie a Ben Ghabrit. Satloff spiega che nessuno degli scampati ha mai rilasciato una testimonianza in prima persona che attesti quanto accaduto. Non è detto però che non saltino fuori nuove prove col tempo, come nel caso dell’Imam Abdelkader Mesli (internato a Dachau) o di Mohamed Helmy, medico egiziano residente a Berlino, quest’ultimo riconosciuto ufficialmente come il primo arabo a far parte dei Giusti nel 2013.

Ma è stato Satloff stesso a fornire per primo il riscontro più importante. Si tratta di una nota del ministero degli Esteri francese datata 24 settembre 1940 in cui si legge: «Le autorità d’occupazione sospettano che il personale della moschea di Parigi fornisca in maniera fraudolenta a individui di razza ebraica certificati che attestano che le persone interessate sono di religione musulmana. All’imam è stato chiesto in maniera molto forte di porre fine a pratiche di questo genere». Su questo testo è stato interpellato il ministero degli Esteri francese che ne ha confermato l’autenticità. La vicenda è stata al centro di una mostra, curata nel 2008 dal sottoscritto e presentata in anteprima al Politecnico di Torino e più recentemente, nel 2011, al centro del film Les hommes libres presentato al Festival di Cannes e diretto dal regista franco-marocchino Ismael Ferroukhi e ambientato nella Parigi del 1942. Furono questi gli anni in cui predicatori musulmani vietarono ai loro fedeli di fungere da ricettatori di beni ebraici confiscati; nutrici arabe crebbero bambini ebrei; fornai arabi sfornarono clandestinamente pagnotte per sfamare gli ebrei cui le razioni alimentari erano ridotte a niente; pastori arabi accolsero e nutrirono ebrei nelle loro capanne isolate. La riscoperta di questa memoria storica dimostra che tra ebrei e musulmani i rapporti di fratellanza sono stati possibili e lo possono essere ancora oggi.

Sherif El Sebaie

 

Il sultano Mohammed V del Marocco
in un francobollo degli anni '50

 

 

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