Libri

 

Altrove, forse

di Emanuele Levi

 

“Le sue belle mani corrono sul tessuto. Sotto i nostri occhi si disegna una delicata immagine. Tratteniamola nel cuore. Se le cose volgeranno al bene, sarà segno che l’amore è più forte dell’odio. Se andranno diversamente, potremo rievocare questa dolce immagine e attingerne consolazione, un antidoto al veleno.”

Questa impressione è di Noga Harish mentre ricama, in uno dei rari momenti di tranquillità del kibbutz di Mezudat Ram. La giovane donna, figlia del poeta Ruben Harish, rappresenta il collegamento fra la realtà precocemente invecchiata del sionismo socialista e la gioventù israeliana, in equilibrio tra la violenza di nuove guerre e una pace sempre più difficile da raggiungere. Allora sorge il desiderio della fuga, anche se breve, da una realtà troppo complessa e sfaccettata.

Altrove, forse è il primo libro pubblicato da Amos Oz, nel 1966. Scrittore che è stato considerato negli ultimi anni come uno dei più probabili candidati al Nobel per la Letteratura, già vincitore del Premio Israele nel 1988. Nato Amos Klausner a Gerusalemme nel 1939, figlio di immigrati sionisti dell’Europa Orientale, cambiò il cognome in “Oz” (עוז, in ebraico “forza”) in seguito al suicidio della madre, mentre era dodicenne. Aderente al partito laburista, andò a vivere nel kibbutz di Hulda a soli quindici anni.

“Tel Aviv non era abbastanza radicale […] solo il kibbutz era abbastanza radicale”.

La sua vita proseguì nel kibbutz fino al trasferimento ad Arad, nel 1986. Amos, come la gran parte degli israeliani, prestò servizio nell’IDF e fu schierato durante la Guerra dei Sei giorni e il conflitto di Kippur; terminato il servizio militare si laureò in filosofia e letteratura all’Università Ebraica di Gerusalemme e le sue prime opere vennero pubblicate all’età di ventidue anni, quando risiedeva ancora a Hulda.

Finora inedito in Italia, il suo romanzo d’esordio Altrove, forse è stato pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli nel novembre 2015, con la traduzione di Elena Loewenthal.

Le vicende del libro sono quelle di Mezudat Ram e la collettività è il soggetto del romanzo. L’autore intervalla descrizioni geografiche dense di analogie (come quella più volte riproposta delle montagne, ostili e simboliche della barriera fisica e culturale coi paesi arabi confinanti) con una narrazione della quotidianità vista attraverso le lenti, spesso deformanti, dei giovani e vecchi abitanti del kibbutz. Il flusso di coscienza è ben regolato, definito: ha una geometria simile alle strade fiancheggiate da case bianche e agli ordinati campi di Mezudat Ram. Non sono rari gli interventi dell’autore che spesso si fonde coi personaggi, immedesimandosi in ciascuno e mostrando al lettore ciò che a loro, individui, è oscuro. Il kibbutz del romanzo, però, non è soltanto l’incarnazione di un’ideologia: è un paese vivo, tenuto assieme da pettegolezzi e rituali, dove la tragedia della guerra è perennemente in agguato e s’insinua nelle vite apparentemente pacifiche dei suoi abitanti. La trama è densa di sviluppi, tradimenti e epifanie senza che nulla risalti singolarmente; ciò che affiora, invece, è la quieta sofferenza degli uomini, immigrati da Germania, Russia e altri luoghi d’Europa, che si sforzano di vincere gli istinti e coltivare la terra. E mostrare al mondo il sogno del sionismo socialista a livello pratico, concreto. Sono presenti alcune figure principali che dettano la propria prospettiva (non sempre obiettiva): Ruben Hamish, il poeta di Mezudat Ram. I suoi versi saranno un fil rouge capace di legare la trama ai capitoli. Ezra Berger, camionista filosofo e Noga Harish, figlia del poeta e personaggio profondamente tragico. Poi Fruma, vedova con una predilezione per i pettegolezzi che lo scrittore in persona valorizza come strumento capace di creare compattezza e controllo sociale sui membri della comune.

Solo grazie ad essi il lettore potrà accorgersi di come i singoli flussi di coscienza vadano a confluire in un unico affresco umano, quello del kibbutz. In tutto il suo eroismo e la sua inadeguatezza.

Emanuele Levi

Amos Oz, Altrove, forse, Feltrinelli, 2015, traduzione di Elena Loewenthal

 

Amos Oz