Lettere

 

Israele insegna?

 

Cara Direttrice,

continuo a ricevere il suo interessante e stimolante Ha Keillah, che leggo con assiduità dalla prima parola all’ultima. Nella mia posizione di ‘gentile’ avverto un leggero senso di colpa leggendo il suo periodico, come se mi lasciassi andare ad una forma di voyeurismo nell’inoltrarmi in un mondo che non è il mio, in una cultura, una religione, convenzioni che non mi appartengono.

Una distanza che va però velocemente e pericolosamente accorciandosi. La mia curiosità è tanto più viva da quando sento che l’Europa si sta avvicinando ad una condizione direi fisica, che assomiglia sempre di più a quella di Israele. Mi riferisco naturalmente soprattutto ai rapporti con l’Islam. Eravamo abituati a leggere di giovani kamikaze che si facevano esplodere alle fermate degli autobus di Gerusalemme, come qualche cosa di esotico, totalmente estraneo a noi, da osservare attoniti e increduli. Da lontano.

Improvvisamente non è più così.

Le scrivo proprio per chiedere il vostro parere - o eventualmente anche quello dei vostri lettori - su questa “rassomiglianza”. Cioè vi chiedo come secondo voi l’esperienza di Israele può essere utile all’Europa per gestire i rapporti con i cittadini di religione islamica.

Una politica del bastone può essere pericolosa. Il fondo ‘Per Israele’ nell’ultimo numero - marzo 2016 - firmato HK appare molto preoccupato e irritato per un’immagine negativa - vi si usa spesso la parola “antisemitismo” - derivante ad Israele dalla sua presunta politica repressiva nei confronti dei Palestinesi. Si è arrivati anche a forme di boicottaggio da parte di università europee.

Critiche ad Israele che vengono riprese peraltro anche da alcuni interventi sullo stesso numero di HK. Come quello di Rimmon Lavi, ‘Di fronte all’insurrezione dei giovani palestinesi’, o l’altro di Giuseppe Gigliotti, che nell’articolo ‘Gli arabi israeliani e il problema identitario’ non esita ad attribuire ad Israele, con argomentazioni e citazioni molto puntuali, numerose pratiche antidemocratiche messe in atto nei confronti degli stessi concittadini palestinesi.

La politica anti-immigrati che l’Europa ha cominciato ad adottare sembra andare ora nella stessa direzione e l’Europa non ha diaspore o shoah dietro cui nascondersi. Molti europei cominciano a dichiarare apertamente di vergognarsene.

D’altra parte una politica della carota, dell’amicizia e della generosità, è facile da enunciare, ma obiettivamente difficile da mettere in atto, allorché le invasioni degli immigrati assumono come stanno assumendo dimensioni bibliche e mentre nello stesso tempo i vecchi immigrati, che si credevano già da tempo bene o male integrati, creano problemi gravissimi con attentati che sono in modo evidente la manifestazione più estrema di un disagio assai profondo e diffuso, ormai fuori controllo.

Secondo voi Israele, grazie alla sua difficile esperienza col mondo musulmano, vecchia ormai di settant’anni, ci può insegnare qualche cosa? In particolare secondo l’ebraismo più illuminato che abbiamo in Italia, e che è ben rappresentato dalla sua testata, quale politica dovrebbe adottare l’Europa sul problema degli immigrati e del terrorismo?

Cordialità vivissime,

Luigi Bacchiani

Milano, 4 aprile 2016


 

I problemi che questa lettera ci pone sono interessanti ma non è facile dare una risposta. È vero che l’Europa si trova oggi ad affrontare il terrorismo con cui Israele convive da decenni e ha di fronte la medesima sfida: cercare di far convivere le imprescindibili esigenze di sicurezza con la possibilità per i cittadini di vivere serenamente la propria quotidianità accettando l’eventualità di qualche controllo in più e di qualche coda un po’ più lunga del solito. Con la consapevolezza che purtroppo è impossibile (come è stato pubblicamente dichiarato dai servizi di sicurezza sia israeliani sia europei) prevenire ovunque e permanentemente tutti i possibili atti terroristici. Ma anche con la profonda convinzione che sia necessario non lasciarsi vincere dalla paura perché cambiare le proprie abitudini, rinunciare a un concerto o a una cena in un locale pubblico, significherebbe cedere ai terroristi, offrire loro una vittoria immeritata. Da questo punto di vista Israele può forse davvero essere un modello per l’’Europa.

Da un altro punto di vista, però, tra l’Europa e Israele ci sono differenze sostanziali: i cittadini israeliani di religione islamica, e anche i Palestinesi che vivono nei Territori Occupati, non sono immigrati o appartenenti a famiglie di recente immigrazione come quelli europei, ma sono gli abitanti autoctoni della terra, che risiedevano lì da molte generazioni. Più simile alla situazione europea è la condizione di altri gruppi di immigrati, provenienti in Israele dall’estremo oriente asiatico (Filippine, Thailandia, Laos, India ecc.); condizione per molti versi problematica, ma che non riguarda il tema del terrorismo islamico.

C’è anche da considerare un altro elemento, a cui forse non sempre si presta la dovuta attenzione: Israele viene comunemente considerato un Paese occidentale e per molti aspetti indubbiamente lo è, ma è anche vero che le famiglie di molti ebrei israeliani provengono da Paesi islamici, in cui avevano vissuto per secoli, se non millenni. Per quanto le persecuzioni subite nei propri Paesi di origine abbiano spesso spinto questa parte della popolazione israeliana verso posizioni e partiti di destra, è anche possibile ipotizzare che il divario culturale tra loro e i musulmani israeliani sia minore. Forse vale anche la pena rilevare che l’ebraismo e l’Islam, religioni per certi versi simili tra loro dal punto di vista teologico, condividono anche alcuni elementi che talvolta sono causa di problemi e polemiche in Europa: la circoncisione, le restrizioni alimentari, la macellazione rituale, e anche (se guardiamo all’ebraismo ortodosso) alcune regole e restrizioni circa il vestiario femminile. In effetti in Israele non risultano particolari problemi incontrati dai musulmani nell’osservanza dei loro precetti (per esempio, alle ragazze che frequentano le scuole pubbliche non è proibito l’uso del velo).

Va anche detto, però, che la società israeliana è molto frammentata: il Presidente della Repubblica Reuven Rivlin in un suo discorso (che abbiamo pubblicato sul numero di Ha Keillah del luglio 2015) ha parlato infatti di “quattro tribù” separate - gli ebrei laici, gli ebrei religiosi sionisti, gli ebrei ultraortodossi e gli arabi - ciascuna con proprie zone di residenza e un proprio sistema educativo, per cui le occasioni di incontro e conoscenza reciproca sono molto scarse. Un modello certo tutt’altro che auspicabile per l’Europa.

HK

Moïse Kisling, Ritratto

Share |