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Donne, giovani, ottimismo
Settant’anni di Israele, dieci anni di JStreet

di Annalisa Di Nola

 

A dieci anni dalla sua fondazione, l’organizzazione JStreet, nata per favorire una politica di sostegno a Israele, alle sue forze progressiste e alla pace fra i due popoli israeliano e palestinese, ha visto moltiplicarsi le fila degli iscritti, saliti a circa 200.000, e accrescersi il numero dei candidati eletti al Congresso e al Senato americano grazie al proprio sostegno.

Il ruolo di JStreet si è rivelato cruciale nell’offrire un’alternativa alla voce tradizionalmente influente degli ebrei americani più irremovibili nel loro incondizionato appoggio al governo israeliano, generalmente affiliati all’AIPAC. Ma JStreet offre anche una seria e combattiva alternativa al movimento palestinese BDS inneggiante al boicottaggio e alle sanzioni anti-israeliane, che ha acquisito ultimamente molto peso e visibilità anche nelle università americane. La partecipazione alla conferenza del decimo anniversario, tenutasi nella capitale statunitense fra il 14 e il 17 aprile, è stata quanto mai nutrita, con quasi 4000 partecipanti fra cui 1200 giovani, provenienti dai campus di college universitari di tutto il paese, e un considerevole contingente rabbinico.

Come può dedursi dalle date, il convegno ha avuto luogo alla vigilia di eventi significativi: la celebrazione in Israele dello Yom ha-Zikkaron, e di Yom ha-Atzmaut; le potenziali nuove delibere dell’amministrazione Trump riguardo all’accordo con l’Iran sugli armamenti nucleari; la paventata nomina di Pompeo a segretario di Stato, poi verificatasi; e il preannunciato quanto contestato trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme.

Discorsi e dibattiti si sono svolti all’insegna di grande entusiasmo e sereno ottimismo, ed i tratti salienti dell’evento potrebbero in parte riassumersi nella cospicua e vivace rappresentanza giovanile e femminile.

La conferenza aveva un programma fittissimo di incontri, sessioni plenarie e tavole rotonde concomitanti, per cui l’elenco degli oratori invitati superava il centinaio. Organizzata impeccabilmente, se da un lato impediva ovviamente ai partecipanti di assistere a tutte le sessioni, dall’altro la conferenza rivelava l’aspirazione ad affrontare in maniera esaustiva ogni possibile aspetto della condizione israelo-palestinese, del rapporto diaspora-Israele, del quadro diplomatico, dell’attivismo militante e del rapporto con la classe politica americana.

Temi ricorrenti nelle diverse interviste, nei dibattiti e nei discorsi sono stati l’involuzione antidemocratica; il raffreddamento ideologico e sentimentale della diaspora rispetto a Israele, particolarmente fra i giovani; la necessità di mantenere l’accordo con l’Iran, per scongiurare la minaccia di una sua altrimenti inevitabile nuclearizzazione; la situazione disperata e urgente degli abitanti di Gaza e quella frustrante e desolata degli abitanti della Cisgiordania; la creazione di due stati per i due popoli come unica soluzione possibile; la necessità di eliminare l’occupazione, gli insediamenti, le demolizioni di case, forme striscianti di annessione e sfrontati tentativi di regolarizzarle, spendendosi invece per il risanamento delle situazioni più urgenti; il contributo coraggioso e spassionato delle giovani organizzazioni pacifiste e la loro reciproca collaborazione; il crescente coinvolgimento femminile in campo progressista; la cauta previsione di una prossima sconfitta dell’attuale governo diretto dal Likud.

 

Arabi israeliani

Gli incontri di JStreet offrono anche un’occasione per ascoltare direttamente la voce di palestinesi che intrattengono forti legami con la realtà e i cittadini di Israele e sono sinceramente aperti al dialogo e alla cooperazione. I rappresentanti della popolazione israelopalestinese hanno descritto la problematicità della loro condizione di appartenenti a un popolo mentre sono cittadini del paese di un altro. La loro presenza numerica fra i pacifisti israeliani viene spesso tenuta a bada per non alienare gli israeliani più moderati; d’altronde la natura sionista di queste organizzazioni è avvertita spesso come un ostacolo dagli arabi israeliani. E tuttavia molti di loro militano in quelle organizzazioni e sono convinti che una partecipazione sempre maggiore non solo alla Knesset ma in tutte le sfere di attività professionale e culturale di Israele sia all’orizzonte. “In quanto minoranza noi siamo l’anima democratica stessa di Israele” - ha affermato Samah Salaime, femminista, attivista di Neveh Shalom, e ultimamente definita una delle dieci persone più influenti in Israele. In ogni caso, ben consapevoli di costituire il 20% della popolazione israeliana e della loro potenziale rilevanza elettorale, i portavoce dei cittadini arabi di Israele si dicono convinti che la loro presenza non sia certo destinata a scomparire e sia anzi una forza molto vitale nel paese, specie fra le nuove generazioni, assai meglio informate e collegate di un tempo.

 

Palestinesi della Cisgiordania

È interessante notare come invece, secondo alcuni rappresentanti dei palestinesi dei territori occupati, l’uso di internet può rivelarsi come ulteriore causa di frustrazione per le giovani generazioni, che percepiscono una distanza profonda tra le proprie condizioni di vita e quelle di giovani che vivono nei paesi occidentali, soprattutto negli Stati Uniti. D’altra parte la conoscenza di Israele, dei suoi abitanti e della sua qualità di vita è minima fra i giovani palestinesi. Di Israele conoscono al più gli abitanti degli insediamenti. Ed è un quadro a tinte alquanto fosche quello descritto dai palestinesi dell’attuale condizione all’interno della Cisgiordania oltre che di Gaza. Innanzitutto le statistiche: solo il 5% degli abitanti di Gaza si dichiara soddisfatto del proprio tenore di vita e il 20% dei Cisgiordani. Il 45% degli abitanti di Gaza vorrebbe emigrare. Intanto la disoccupazione a Gaza è salita al 47% con l’apice del 60% per quella giovanile, attestandosi al 12% in Cisgiordania. Solo il 48% della popolazione palestinese crede nella possibilità dei due stati, mentre il 50% vi si oppone, cifra quest’ultima cresciuta negli ultimi due anni. Ancor meno i palestinesi confidano nel potenziale ruolo degli Stati Uniti quale mediatore equilibrato ed equidistante nel processo di pace. Non sono mancate le critiche all’Autorità Palestinese, alla corruzione, alla violenza, alle disparità economiche e sociali all’interno della società palestinese, alla mancanza di una solida e responsabile leadership, nonché di valide personalità sul cui esempio i giovani possano modellare il proprio comportamento. Ma, pur nella riconoscenza dichiaratamente espressa nei confronti del Meretz o delle organizzazioni pacifiste israeliane - fra cui Breaking the Silence o Rabbis for Human Rights, diretta da Arik Ascherman - che si oppongono con veemenza alle ingiustizie sociali o alle reazioni ingiustificatamente aggressive verso i palestinesi, un certo numero di delegati palestinesi è apparso incline - mi si perdoni la franchezza - ad accentuare un atteggiamento vittimistico di fondo, certamente giustificato nei casi specifici purtroppo documentati di confische, demolizioni, incorporamenti surrettizi e altre vessazioni. Si è insistito inoltre nel ritenere Israele il principale responsabile della situazione in Gaza o delle manchevolezze in Cisgiordania. Più d’uno degli intervenuti ha ritenuto risibili e infondate le preoccupazioni israeliane per la sicurezza, attribuendole esclusivamente a paure ingiustificate, interamente alimentate ad arte dalla retorica governativa.

È emerso altresì piuttosto chiaramente come fra i palestinesi l’insoddisfazione per la propria leadership tanto a Gaza che in Cisgiordania sia molto diffusa e che, secondo i rappresentanti intervenuti, Hamas avrebbe molto minor seguito se l’oppressione e il blocco imposto a Gaza venissero eliminati. Va riconosciuto agli attivisti intervenuti il loro serio, impervio lavoro nell’adoperarsi a prospettare un futuro per la società civile palestinese, tramite sbocchi pacifici e costruttivi, nel segno di istruzione, dialogo, concreto impegno non-violento, in collaborazione con i loro colleghi israeliani al di qua della linea verde.

 

Delegato ufficiale dell’ANP

Nell’intervento ufficiale di Husam Zomlot, rappresentante principale della Delegazione palestinese presso gli Stati Uniti, è stata reiterata l’assoluta e continuativa disponibilità alle trattative di pace da 26 anni (accordi di Oslo) a questa parte dell’ANP, a fronte - a suo dire - dei ripetuti rifiuti da parte israeliana. E a tal proposito si sono richiamate la proposta araba e la più recente proposta palestinese a riprova delle buone intenzioni della popolazione palestinese verso i negoziati. Le dichiarazioni di Zomlot hanno inteso impegnare ufficialmente i palestinesi per il conseguimento di una pace giusta e dignitosa, la istituzionalizzazione di due stati, egalitari e democratici, con pieni diritti per tutti i cittadini, la non violenza, il rispetto della legalità, ed un significativo, genuino e credibile processo di pace. In modo altrettanto solenne Zomlot ha sostenuto che i palestinesi si oppongono a una ridefinizione del significato dei due stati e a confini provvisori, e pretendono la fine dell’occupazione, l’espulsione di soldati israeliani dalla Cisgiordania, Gerusalemme Est come capitale, Gerusalemme come città aperta a tutti e una soluzione per il problema dei profughi. Non ritengono tuttavia che gli Stati Uniti possano essere un mediatore credibile, per cui sostengono invece il multilateralismo (punto quest’ultimo ribadito fra l’altro da Abu Mazen un paio di settimane dopo). Egli ha anche affermato che non ci sono più state elezioni tra i palestinesi perché le elezioni possono avvenire soltanto in uno stato nazionale palestinese unificato, non diviso fra Gaza e Cisgiordania. E Gaza non può essere considerato uno stato a sé.

 

Israeliane

Quasi unanime è stato da parte delle personalità politiche israeliane il richiamo alle analogie tra i campi progressisti israeliano e statunitense, sospinti ai margini dai rispettivi governi, i quali agiscono in modo sempre più pericolosamente anti-democratico, tendendo spesso la mano a ripugnanti alleanze politiche con la destra populista e reazionaria o addirittura antisemita di vari paesi.

 

Unione sionista

Tzipi Livni, leader di Ha-Tnuah, e ora dell’Unione sionista, si è appellata alla dichiarazione di indipendenza di Israele del ’48, pronunciata peraltro il giorno stesso delle nozze dei suoi genitori, prima coppia del nuovo stato. I valori di democrazia e uguaglianza sono centrali per il documento fondante di Israele, così come per l’ebraismo stesso, e costituiscono il GPS del paese. Non così l’occupazione, gli insediamenti, l’idea di una Grande Israele, che appartengono invece ad un’altra visione, a un altro navigatore satellitare, del tutto estranei all’identità propria di Israele. La soluzione dei due stati per i due popoli non è affatto una “concessione al nemico” o a BDS come il governo israeliano vorrebbe indurci a credere, ma - ha affermato Livni - va perseguita invece nell’interesse stesso di una Israele a maggioranza ebraica e della sua sopravvivenza e sicurezza. Pur ritenendo cruciale quest’ultima, Livni ha dichiarato di non essere per alcun motivo disposta a sacrificarvi i principi di democrazia e uguaglianza di tutti i cittadini indipendentemente dal loro credo, orientamento sessuale o appartenenza etnica. Altrettanto irrinunciabili sono per lei la libertà di parola (anche dei suoi avversari), la libertà di stampa, il perseguimento della pace e tutti gli altri essenziali valori che consentono a Israele di rimanere fedele a se stessa, mentre sembrano considerati ormai alla stregua di turpiloquio, oggetti di sprezzo e derisione dall’attuale governo del paese e dai suoi sostenitori. Notoriamente, non può imputarsi a Livni di essere una facinorosa estremista e dunque ancor maggiore gravità acquistano le sue denunce di tentativi di delegittimazione di oppositori politici, attivisti per i diritti civili e umanitari, giornalisti e perfino giudici nell’esercizio delle loro funzioni. Del resto, anche un altro esponente moderato dell’opposizione, Yoel Hasson, ha pronunciato commenti dello stesso tenore in un altro dibattito. Le contingenze politiche sfavorevoli inducono l’opposizione a dure battaglie quotidiane fatte di continue interrogazioni parlamentari e insistenti tentativi di ostruzionismo volti a impedire leggi ingiuste.

Nodo del sillogismo solo apparentemente semplificatorio di Livni è la imprescindibilità della natura al tempo stesso ebraica e democratica di Israele. Stato ebraico non significa stato confessionale, ma stato in grado di onorare quei valori. Nella tensione fra i termini ebraico e democratico si gioca il principio di laicità dello stato, ma anche il crescente distacco che la popolazione diasporica percepisce nei confronti di Israele, sia per il rigido autoritarismo della leadership religiosa che per l’abbandono degli ideali progressisti da parte della dirigenza politica. È in virtù dei proclamati valori libertari e progressisti, intrinseci all’esistenza d’Israele, ed altrettanto essenziali per l’attuale opposizione oltre che per la Costituzione americana, che Livni, si sente solidale con quanti sono impegnati come lei in tali battaglie civili, sociali e politiche, in favore di pace e giustizia, negli Stati Uniti e nel mondo intero. È probabilmente la comunanza di visioni e di impegno fra le battaglie sociali e politiche dell’opposizione israeliana e di quella americana, sullo sfondo di uno scenario internazionale piagato da simpatie e rigurgiti illiberali, che ha caricato di tanta energia positiva il convegno. Livni ha anche sottolineato, al pari di altri think tank di politica internazionale, che Israele ha ora l’opportunità di stringere alleanze con alcuni paesi arabi, i quali tuttavia non accetteranno di farlo in mancanza di una seria trattativa di pace con i palestinesi.

 

Meretz

Con accenti simili si è rivolta al pubblico anche Tamar Zandberg, la neoleader del Meretz, che ha parimenti denunciato gli attacchi ai diritti civili, la xenofobia, lo sciovinismo e le accuse di tradimento mosse contro gli avversari politici. Zandberg ha sottolineato - come del resto successivamente molti altri oratori - che il tentativo di abolire il patto vigente con l’Iran non farebbe altro che avvicinare ancor più la minaccia nucleare iraniana anziché esorcizzarla. Se il discorso di Livni si rivolgeva principalmente ad un pubblico diasporico ebraico, quello di Zandberg allargava l’area di ricezione, proclamando con fermezza il dovere politico e morale di battersi contro le discriminazioni sia nei confronti dei palestinesi che, ad esempio, dei mizrachim in Israele, di liberare Gaza dall’insostenibile blocco impostole e di porre fine all’occupazione, non solo in omaggio alla legalità, ma anche nell’interesse stesso di Israele e per evitarne il processo di deterioramento, corruzione morale e sociale che inevitabilmente ne deriva. Ma la Zandberg ha anche concluso con una nota ottimistica, nella certezza che una coalizione di centro-sinistra potrà sostituirsi all’attuale governo, indirizzando la politica israeliana su un nuovo corso.

 

Recenti novità.

Mikhael Manekin, direttore dell’Alliance for Israel’s Future, ha indicato alcuni segnali a suo avviso assai positivi: la recente politicizzazione giovanile (10.000 nuovi iscritti al Meretz negli ultimi due mesi), l’ingresso di un drappello di religiosi ortodossi fra cui donne haredi nel partito laburista, suscettibile di rompere il monopolio del Likud nei rapporti con gli ultra-ortodossi, la richiesta di giovani israelopalestinesi di partecipare alle formazioni sioniste progressiste e l’attività dell’organizzazione “Standing Together” formata da ebrei e arabi israeliani. L’ottimismo è apparso condiviso anche da esponenti del partito laburista quali Mirav Michaeli o dalla deputata del Meretz Michal Rozin, impegnatasi di recente in prima persona per risolvere la crisi dei richiedenti asilo. Anche da parte palestinese si è espressa fiducia nella eventualità che una prossima coalizione delle forze attuali di opposizione possa essere sostenuta o addirittura condivisa dalle formazioni politiche arabo-israeliane, comprensive anche - secondo recenti promesse - di una componente femminile.

Se le controversie ideologiche non appassionano l’elettorato israeliano, una coalizione pragmatica e una chiarificazione dei costi dell’occupazione potrebbero rivelarsi strategie efficaci per una vittoria elettorale, secondo alcuni analisti.

 

Le donne fanno la pace (Nashim Osot Shalom) e altri grassroot movements

E ad alimentare l’ottimismo del pubblico hanno notevolmente contribuito altre donne, quali Etti Livni e Avital Brown, fra le principali fondatrici del movimento Women Wage Peace, che, nato tre anni e mezzo fa, ha coinvolto trasversalmente migliaia di donne provenienti da tutti gli strati sociali e da posizioni politiche diversissime, nonché da fronti opposti del conflitto, nella loro richiesta di negoziati di pace.

L’impressione generale è stata quella di un’estrema vivacità dei numerosi movimenti che si battono per i diritti civili e contro ogni forma di discriminazione e sopruso, tanto in campo israeliano che palestinese. Diretti spesso da soggetti giovani e combattivi, si sono mostrati anche reciprocamente rispettosi e disposti a collaborare. La divisione giovanile di JStreet è anche impegnata a sostenere materialmente un villaggio cisgiordano in difficoltà, aiutando fra l’altro a costruire una clinica permanente e contribuendo al suo sviluppo agricolo.

 

Bernie Sanders

Sicuramente, uno dei discorsi più attesi è stato quello del senatore Bernie Sanders, che, riaffermando l’orgoglio della propria appartenenza ebraica ed il suo profondo legame con Israele, ha tuttavia denunciato con veemenza la situazione esplosiva a Gaza, richiamando al tempo stesso israeliani, autorità palestinese, Hamas ed Egitto alle loro responsabilità per porre fine a tale situazione. Condannando apertamente la violenza e l’oppressione esercitata da Hamas, Sanders ha però anche ribadito il diritto alle manifestazioni pacifiche e il dovere di Israele di evitare reazioni sproporzionate e controproducenti. Riconoscendo anche le responsabilità incombenti sugli Stati Uniti in questo ambito, Sanders ha contemporaneamente richiamato l’attenzione sugli stati o regni incredibilmente ricchi e potenti dello scacchiere mediorientale, che avrebbero il sacrosanto dovere di aiutare a risollevare economicamente Gaza e contribuire in modo sostanzioso a dare stabilità alla regione mediorientale e che invece si limitano a lamentare retoricamente lo stato di povertà e miseria in Gaza, senza contribuire a risanarlo. Primo fra tutti il Principe ereditario saudita, che ha appena acquistato uno yacht da 500 milioni di dollari, e risiede in una villa da 300, laddove il Re suo padre ha offerto all’UNRWA (che si occupa fra l’altro dei profughi palestinesi) solo un decimo di quell’importo.

 

Traffico e tavole apparecchiate

Sulla via per la pace si presentano grossi ingorghi di traffico, diceva Tzipi Livni. Merav Michaeli paragonava il drammatico rapporto fra israeliani e palestinesi a quello di un matrimonio agonizzante nonostante l’enorme potenziale dei coniugi. Servirebbe urgentemente un buon terapeuta, ma non ve n’è neppure uno in vista.

La stessa Michaeli, riferendosi al titolo della conversazione cui era invitata, “Setting the Table for Peace”, ricordava che in terza media, mentre i compagni maschi seguivano corsi di elettronica, a lei e alle compagne venivano impartite nozioni di economia domestica. Per secoli le donne si sono specializzate nell’apparecchiare la tavola. Sarà dunque l’ingresso massiccio di personalità femminili nelle organizzazioni di base come nel governo che potrà contribuire significativamente ad intavolare negoziati per una pace duratura. L’augurio di Merav Michaeli, il suo messaggio di speranza, è parso risuonare in tanti dei dibattiti svoltisi durante i giorni del convegno.

Annalisa Di Nola

 

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