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Storie di ebrei torinesi

 

David Terracini

…e il mio ‘67

 

- È vero? - mi aveva chiesto la ragazza con le guance di pesca (che poi avrei sposato) - è vero che tu non hai fatto il ’68?

- È vero sì e no - avevo risposto, - ho fatto il ’67. Ma mentre c’ero, ho fatto anche il ’68. Alla Facoltà di Architettura di Torino tutto è iniziato un anno prima. Poi ci hanno imitato gli studenti USA e quelli di Parigi…

- Ma dai, non scherzare! Hai fatto delle occupazioni?

 - Certo, ne ho fatte quattro, tre ad Architettura e una a Palazzo Campana. All’inizio il movimento lottava per cambiare i metodi e le materie di insegnamento e per ottenere più studenti nella conduzione della Facoltà…

- Racconta, racconta. Com’era andata?

- Ad occupare Architettura nell’aula magna gremita, quella volta, c’erano con noi anche alcuni assistenti. Le autorità ci ordinano lo sgombero. Rifiutiamo. Arrivano i carabinieri. In coppia, loro iniziano a sollevarci uno ad uno, a portarci in cima all’aula, per poi trascinarci giù dalla scala e portarci al cancello. I carabinieri, veri gentiluomini, offrono una sedia ad una nubile assistente attempata, per risparmiarle il tuca-tuca. Lei rifiuta eroicamente la sedia, in nome dell’emancipazione e dell’uguaglianza di classe, tra le risate generali. Lo sgombero dura forse due ore. Un nostro compagno, dopo gli interventi dei leader, per scongiurare tensioni e violenze, improvvisa un discorso infinito, assolutamente senza senso, raccontandoci le sue faccende personali e inventando parole inesistenti. uasiQQQuasi nessuno lo ascolta, ma tutto fila liscio. Sulla scala in discesa, non visti, aiutiamo i carabinieri scendendo con le nostre gambe. Arrivati in fondo, prima della porta, coraggiosamente ci sediamo a terra, per farci trascinare al cancello, dove fuori i compagni-tifosi ci accolgono con grida ed applausi.

 - Ma non ti hanno arrestato?

 - Ricordo che avevo ricevuto una comunicazione giudiziaria, mi ero rivolto con dei compagni ad un avvocato, ma poi non ne avevo saputo più nulla: probabilmente il procedimento era stato archiviato.

- Hai detto che hai occupato anche Palazzo Campana. Racconta.

- Con me c’era anche un compagno molto democristiano (anche loro avevano fatto la Resistenza!), con un bel cappotto nero. Quando ci dicono che sta arrivando la forza pubblica, ci apprestiamo a sdraiarci tutti sul pavimento, mica tanto pulito. Il mio compagno si toglie il cappotto, lo rivolta con la fodera rossa in vista - Rosso martirio! - grida, e si inginocchia sul cappotto rovesciato.

 

Torino, occupazione di Palazzo Campana

 

- È vero che a Palazzo Campana c’era anche Stefano Levi della Torre?

- Sì, era venuto dalla Facoltà di Architettura di Milano, e ci aveva fatto, se non ricordo male, una lezione di rivolta studentesca…

- Gli studenti allora lottavano anche contro la guerra in Vietnam.

- Certo, in uno dei cortei sfilavo con centinaia di operai e compagni di tutte le facoltà. A cento metri dallo sbarramento della polizia, improvvisamente il corteo parte al galoppo. Il compagno vicino a me, uno spilungone che non conoscevo, comincia a urlare ritmicamente, segnando il passo di corsa: - San-gue, san-gue, san-gue! - Io quatto quatto esco dal corteo, non tanto per paura, quanto per dissenso ideologico…

- Da una parte del movimento del ’68 sono nate anche le Brigate Rosse.

- Non escludo che quello spilungone ci fosse poi entrato…

- Ad Architettura hai detto che si lottava per riformare la Facoltà. Hai fatto esami di gruppo?

- Il mio si chiamava Gruppo H. Come tutti gli altri, era un gruppo di studio verticale, cioè era composto da studenti di tutti gli anni. Avevamo deciso di fare un lavoro sull’architettura contemporanea. Devi sapere che allora in Facoltà il corso di storia dell’architettura terminava a fine ‘700. Ricordo che in gruppo avevamo studiato gli interventi di Adriano Olivetti (morto 7 anni prima) sia nel campo dell’architettura, con i capolavori che aveva commissionato ai migliori architetti di allora, sia nel campo della pianificazione territoriale. Olivetti era stato presidente dell’INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica. Probabilmente ho deciso allora di fare l’urbanista. Adriano Olivetti era malvisto dai marxisti duri e puri, perché, essendo un industriale illuminato, col suo “Movimento Comunità”, coi suoi asili nido, le biblioteche, gli ambulatori aveva dolosamente allontanato la classe operaia dalla lotta di classe. Nel mio Gruppo H c’erano con me Egi Volterrani, Sergio Piazza, Alex Fubini, Sandro Ortona, Franco Lattes…

- Ecco gli ebrei sovversivi che tentano di portare in Facoltà il Movimento Comunità, altro movimento sovversivo di origine ebraica!

- Per nulla: Adriano Olivetti non era ebreo. Egi Volterrani, che era il nostro padre spirituale, di ebraico aveva solo il cognome, come Sergio Piazza. Gli altri, penso, di sovversivo non avevano nulla, nel gruppo erano forse entrati per caso. Io ero, se non ricordo male, l’unico coinvolto direttamente in qualche modo nel Movimento studentesco, e per questo ero stato nominato dall’Assemblea portavoce degli studenti presso il Consiglio di Facoltà. La giornalista Maria Valabrega invece, lei sì della Comunità Israelitica di Torino, era la nostra “nemica di classe”: con i suoi articoli su La Stampa non faceva che mettere il movimento studentesco in cattiva luce davanti all’opinione pubblica. Debbo riconoscere però che allora aveva dimostrato un certo coraggio, frequentando l’assemblea studentesca (la fossa dei leoni) per documentare la cronaca in diretta.

Avevo invitato i parlamentari Giorgina Arian Levi e Alberto Todros, che erano venuti in Facoltà a portarci la solidarietà del PCI. Posso sbagliare, ma avevo avuto l’impressione che tra gli studenti, già allora più a sinistra, non avessero riscosso un grande successo. Arian Levi e Todros in Parlamento, all’inizio del ’68 presenteranno emendamenti al disegno di legge di riforma universitaria N° 2314. (Informazioni più dettagliate di trovano negli Atti Parlamentari dell’8 febbraio e, modestamente, memorie mie e di altri sul Movimento studentesco di Architettura a Torino in “Documenti della rivolta universitaria”, edizione Laterza, 1968).

Nel Gruppo H avevo imparato il lavoro collettivo, avevo conosciuto un pezzo di storia dell’architettura contemporanea e avevo imparato ad allestire mostre e ad illustrarle in pubblico. Infatti per l’esame il nostro Gruppo aveva esposto ai professori tutta la ricerca con manifesti e plastici di grande qualità. Avevamo lavorato, forse per un mese, in un mega-alloggio non mi ricordo di chi. Tutti avevano un compito. Distribuiti nelle stanze, chi faceva ricerche su libri e riviste, chi traduceva, chi disegnava o faceva modellini, chi faceva foto. In questo fervore creativo, c’era chi non faceva nulla di architettonico, ma era comunque utile a tutti: un nostro compagno magro e solitario sonava Chopin al pianoforte a coda…

 Davì

David Terracini (Davì)

 

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