Politica

 

L’utopia e la realtà

di Anna Segre

 

Confesso che mi ha lasciata un po’ sconcertata la conclusione del commento post elettorale di Manuel Disegni pubblicato sullo scorso numero di Ha Keillah. Mi pare molto ingeneroso affermare che La realtà dell'UE non ha niente a che vedere con il progetto di un'unione politica e democratica dei popoli europei. Stiamo pur sempre parlando dell’unica parte del mondo che ha visto settant’anni di pace dopo la guerra più sanguinosa della storia, e anche di quella in cui i diritti umani sono maggiormente rispettati. La prendo come una provocazione usata da Manuel per metterci in guardia contro le dinamiche economiche dell’UE e la perdita di potere decisionale da parte dei singoli cittadini. Ancora di più mi sconcerta il giudizio davvero impietoso sulla socialdemocrazia europea che non è né socialista né democratica, e grazie al cielo ha un piede nella fossa in Italia come altrove. A me l’idea che la socialdemocrazia abbia un piede nella fossa pare tutt’altro che tranquillizzante, anzi, estremamente preoccupante. Non che non veda i problemi evidenziati da Manuel e non condivida le sue critiche. Non c’è dubbio che la socialdemocrazia, soprattutto in questi ultimi anni, abbia evidenziato limiti enormi. Forse è la peggior proposta politica che si sia mai vista, tranne tutte le altre. O, per essere più precisi, tranne tutte le altre proposte politiche che sono state messe in pratica davvero nel corso della storia (s’intende a livello di stati e non di piccole comunità formate da volontari ideologicamente omogenei come per esempio il kibbutz).

Non è, a mio parere, questione di essere più o meno moderati, più o meno di sinistra. E una questione di metodo. Se confrontiamo, a livello di modelli teorici, la socialdemocrazia con il socialismo credo che molti di noi ritengano il socialismo preferibile. Ma il discorso di Manuel si fonda sul confronto, a mio parere paradossale, tra una cosa che esiste, con tutti gli inevitabili limiti delle cose che esistono (la socialdemocrazia) e una cosa che non esiste e fino ad oggi sostanzialmente non è ma esistita (un socialismo democratico e rispettoso dei diritti umani). Se invece vogliamo confrontare due cose effettivamente confrontabili, cioè la socialdemocrazia come si è davvero realizzata nel corso della storia e il socialismo così come è stato applicato in uno qualunque dei paesi che si definivano o definiscono socialisti, allora il discorso cambia in modo sostanziale, e brindare allegramente alla fine della socialdemocrazia mi parrebbe a dir poco avventato.

È troppo facile mettere sullo stesso piano l’utopia e la realtà, confrontare politici che hanno effettivamente governato con personaggi ammirevolissimi che però non hanno mai avuto occasione di compromettersi con la realtà, di mettere alla prova le proprie splendide idee in un contesto concreto. Chi sono i modelli politici della sinistra? Rosa Luxemburg, Martin Luther King o Bob Kennedy che sono stati assassinati prima di poter fare qualcosa per cui tutti i progressisti duri e puri avrebbero arricciato il naso? O, In Italia, Gobetti, Gramsci, Berlinguer? (O, per citare due ebrei torinesi, Umberto Terracini o Vittorio Foa?) Superfluo ricordare nessuno di loro ha mai avuto incarichi di governo.

Trovo sconcertante la severità con cui vengono giudicati i personaggi politici di sinistra, progressisti o comunque li si voglia chiamare, ogni volta che si trovano a governare. Da Clinton a Obama, da Prodi a Gentiloni, da Tsipras ai socialisti francesi o ai laburisti israeliani, non si salva nessuno. Tutti hanno commesso l’imperdonabile peccato di andare effettivamente al governo e di essere costretti a sporcarsi le mani con la realtà.

Bene, si dirà, che male c’è a preferire l’utopia alla realtà? Che male c’è a scegliere modelli perfetti come ideali a cui ispirarsi? Il problema è che da parte delle sinistre radicali all'intransigenza senza se e senza ma nei confronti delle socialdemocrazie non si accompagna affatto altrettanta intransigenza nei confronti di regimi violenti, antidemocratici, fondamentalisti islamici, ecc. Quando si parla di dittatori sanguinari, paesi che vanno avanti allegramente tra giornalisti incarcerati, donne discriminate, omosessuali perseguitati, ecc. ecco che improvvisamente saltano fuori le considerazioni pragmatiche e realiste e fioccano i distinguo e gli inviti a non criticare senza considerare il contesto; anzi, le critiche sono sistematicamente bollate come accuse strumentali di un Occidente imperialista. Come se la Turchia, la Russia o l’Iran fossero più democratici dell’Italia di Renzi, della Francia di Macron o degli Stati Uniti di Obama.

E tra i fenomeni clamorosamente sottovalutati - discriminazione e violenza contro le donne, negazione dei diritti degli omosessuali, bavagli alla stampa, ecc. - c’è indiscutibilmente l'antisemitismo. Non lo cito perché noi ebrei dobbiamo necessariamente occuparci solo di ciò che ci riguarda ma perché la storia ha più volte dimostrato che l'atteggiamento verso gli ebrei è un utile campanello d'allarme. L’incapacità da parte delle sinistre radicali di vedere il fenomeno dell’antisemitismo nella sua gravità, ottant’anni fa come ora, è il sintomo di una difficoltà di guardare alla realtà in modo obiettivo al fine di valutare correttamente le priorità. Non dobbiamo sorprenderci se chi trova logico boicottare Israele e non la Turchia o l’Iran non vede differenze tra la il PD e la Lega di Salvini, ma io personalmente ci penserei trenta volte prima di affidare il mio futuro a chi si dimostra così incapace di leggere la realtà.

Michael Walzer in Esodo e rivoluzione metteva a confronto quella che definiva la “politica dell’Esodo”, cioè una politica fatta di piccoli passi, di compromessi, il cammino lungo e faticoso attraverso il deserto verso una terra promessa che sarà un po’meglio dell’Egitto ma che certamente deluderà e che richiederà comunque lavoro duro e sacrifici, con la “politica del Messia”, quella che non conosce compromessi e vuole tutto e subito senza mediazioni con la realtà. E naturalmente metteva in guardia contro il pericolo rappresentato dalla seconda, osservando tra l’altro come le metafore proprie dell’Esodo fossero più comuni nella sinistra israeliana mentre quelle legate al Messia nella destra. Personalmente credo che il messaggio di Walzer sia ancora quanto mai attuale. Interessante comunque notare che nella cultura ebraica questi due opposti modi di guardare alla realtà sono chiamati a convivere: camminare faticosamente nel deserto, accettare una terra promessa dura e difficile da abitare e al contempo non perdere di vista il sogno dell’era messianica. Sarebbe un grave errore credere che la terra promessa sia il migliore dei mondi possibili, così come sarebbe un errore credere che la socialdemocrazia sia la miglior proposta politica che mai potrà esistere nella storia dell’umanità. Effettivamente negli ultimi decenni i partiti socialdemocratici dell’Occidente sembrano aver perso questa capacità di guardare oltre e di sognare un mondo migliore. Da questo punto di vista condivido pienamente le critiche di Manuel, e riconosco che questa incapacità di sognare è certamente una delle cause delle continue sconfitte che la sinistra subisce in giro per il mondo. Il fatto, però, che a trarre beneficio dalla crisi della sinistra moderata non siano quasi mai i partiti di sinistra radicale mentre le destre estreme crescono ovunque in modo preoccupante dovrebbe indurre a una seria riflessione di cui finora non si è vista nemmeno l’ombra.

Mi rifiuto di brindare alla crisi dell’Unione europea e alla fine della socialdemocrazia finché non vedrò almeno all’orizzonte un fioco barlume di qualcosa che non rischi di essere infinitamente peggiore. E in questo momento io questo fioco barlume proprio non lo vedo. Vedo solo lampi inquietanti e nuvoloni neri.

Anna Segre


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