Politica

 

Esiste ancora il lavoro?

di Manuel Disegni
 

Cara Direttrice,

ti sono grato per aver commentato il mio editoriale politico apparso sul precedente numero di Hakeillah e per avermi dato la possibilità di precisare ulteriormente la tesi che tentavo di esprimervi. Provo a cogliere la palla al balzo.

Concordo pienamente con la tua opinione secondo cui, nella dialettica interna al campo della sinistra, l'opposizione decisiva non è quella fra moderazione ed estremismo, bensì quella fra diversi metodi di analisi e intelligenza del mondo, cui corrispondono altrettanti principi metodici per la prassi politica. Per riprendere i concetti walzeriani che ci proponi, si può dire che i lungimiranti politici dell'Esodo, con i piedi saldamente ancorati al desertico suolo del contesto storico, hanno quasi sempre a che fare con i loro scalpitanti cugini messianici guidati da un principio di piacere idealistico, tirannico e incapace di mediazioni sia con altri soggetti politici, sia con la realtà oggettiva. Questo conflitto interno si perpetua fin dai tempi del Manifesto comunista di Marx ed Engels, i quali dovettero guadagnare l'egemonia nel movimento operaio a suon di bastonate ai seguaci dei socialisti utopici Fourier, Saint-Simon e Owen, i quali, intenti com'erano a progettare la società ideale, dimenticavano o rifiutavano di prender contezza delle dinamiche di quella reale. Così però, a forza di costruire astratti “castelli in Ispagna”, secondo i due materialisti non si andava da nessuna parte. Il socialismo utopico aveva rappresentato un progresso agli albori del movimento dei lavoratori, tanto nell'autocoscienza quanto nell'organizzazione politica. Ormai però, nell'ambito della lotta sociale al suo stadio di sviluppo del 1848, esso non era che una zavorra che paralizzava il pensiero e l'azione. E quindi giù di bastonate (in senso metaforico, ovviamente).

Ma oggi, 170 anni dopo la pubblicazione di quel noto pamphlet, chi è idealista? Su tale questione, cara Direttrice, probabilmente discordiamo. Se ti “sconcerta” il “mio” “giudizio impietoso” sulla socialdemocrazia europea, non oso pensare alla perplessità che devi provare di fronte a quello del nostro secolo, che è ancora meno pietoso di me.

La SPD tedesca ha preso il 38,5% dei consensi alle elezioni politiche del 2002, il 20,5% nel 2017.

La SDP finlandese il 24,5% nel 2003, il 16,5 nel 2015.

Il Partito socialista francese il 23,8% nel 2002, il 7,4% nel 2017.

Il PASOK greco il 43,8% nel 2000, il 6,3% nel 2015 (non a caso il tonfo più eclatante).

Il PD italiano (che il socialismo e la sinistra non li ha più neanche nel nome, e che quindi solo per bonomìa annoveriamo fra i socialdemocratici) il 43,2% nel 2001, il 19% nel 2018.

Il PvdA olandese il 15% nel 2002, il 5,7% nel 2017.

La SPÖ austriaca il 36,5% nel 2002, il 27% nel 2017.

Il PSOE spagnolo il 34,7 nel 2000, il 22,6% nel 2016.

Il ČSSD ceco il 30,2% nel 2002, il 7,3% nel 2017.

Il MSZP ungherese il 42,1% nel 2002, il 25,6% nel 2014.

Anche io, come te, vedo “nuvoloni neri” addensarsi all'orizzonte e ne sono intimorito. Anche io come te considero l'antisemitismo uno di quelli più neri e carichi di pioggia. A differenza tua però non ritengo “realistico” affidare le nostre speranze di arginarli ai partiti socialdemocratici o cosiddetti tali. E penso questo non solo alla luce dei dati empirici e delle tendenze elettorali riportati qui sopra, ma innanzi tutto delle ragioni sociali che secondo me, al netto delle specificità nazionali, ne sono alla base. Il mio rifiuto del programma socialdemocratico non si fonda, come tu forse hai pensato, sulla sua presunta moderazione o sull'imperfezione del suo “modello di società”. È mosso bensì dalla convinzione che quel programma fosse una forma di rappresentanza politica degli interessi di alcune fasce della classe lavoratrice occidentale adeguata a una situazione storica che non c'è più e che non tornerà mai più, dunque inadeguata alla nostra. La vera utopia, oggi, è la socialdemocrazia. E, per di più un'utopia nostalgica. Prima ancora della socialdemocrazia è tramontato il mondo in cui era possibile la sua egemonia, ed essa ora vorrebbe restaurarlo. É il mondo del secondo dopoguerra, caratterizzato da una grande espansione industriale, dal lavoro fordista di massa e dai consumi di massa, dal compromesso di classe chiamato welfare state e, più in generale e più in superficie, dall'apparenza di vivere in un sistema di perenne prosperità. Anche prescindendo dal fatto che questa idea si riferiva solo a una piccola minoranza della popolazione mondiale, la mancanza di realismo oggi sta nel non voler constatare che anche questo riferimento è andato perduto. A quell'epoca di integrazione segue la nostra, uguale e contraria, segnata dalla crescente esclusione delle masse. Mentre la società dei diritti umani continua, oggi come allora, a porre a condizione del diritto di vivere di un individuo la sua capacità di vendersi sul mercato del lavoro, essa ha nel frattempo letteralmente rivoluzionato i suoi strumenti e le sue tecniche produttive in modo tale da rendere vieppiù superfluo l'impiego del lavoro di questi individui. Questo fatto storico, che dovrebbe davvero rallegrare la collettività per tutto il tempo libero che logicamente ne consegue per tutti, porta con sé la conseguenza, assai meno piacevole per l'individuo, che vendersi sul mercato del lavoro diventa sempre più difficile, o meglio, sempre meno possibile per sempre più individui. Si tratta di una contraddizione che si era fatta notare già con la crisi del 1929-1933, la quale, come molte altre, è stata superata compensando il calo della necessità di mano d'opera con l'espansione della produzione e del mercato - vedi l'esempio dell'automobile (la cui immagine grafica starebbe dentro il logo del PD marchionno-renziano meglio di come ci sta il ramo d'ulivo).

Oggi non è più pensabile una simile compensazione per la semplice ragione che nell'universo, fino a prova contraria, siamo soli, e non c'è più molto da colonizzare. La domanda di lavoro cala assai più rapidamente di quanto sia pensabile espandere il mercato, la cui globalizzazione, a differenza dello sviluppo tecnologico, ha limiti geografici invalicabili. Credo che chi, in politica, voglia evitare d'esser “messianico”, dovrebbe necessariamente prendere atto di questa tendenza incontrovertibile e irreversibile, poiché non farlo equivale affidarsi alla provvidenza del buon Dio o ben più scioccamente alla carità cristiana.

La socialdemocrazia può continuare a proclamare il diritto al lavoro, ma non saranno i suoi “programmi per l'occupazione” a scalfire il processo per cui il lavoro diviene in realtà sempre più un privilegio (che bel privilegio!), la battaglia per la sopravvivenza sempre più ardua, lo Stato sempre più privo dei mezzi fiscali che gli consentivano, durante l'età dell'oro della socialdemocrazia, di farsi carico di compiti sociali quali istruzione, sanità, trasporti e comunicazione (gli ultimi a morire saranno la polizia e l'esercito, che pure già sono in via di privatizzazione). Va aggiunto che, se non si pone un freno al processo di concentrazione del capitale nella crisi, che ormai va ben al di là dei confini nazionali, lo Stato perderà anche le entrate derivanti dalla tassazione dei profitti, oltre che del lavoro. Personalmente considero, inoltre, che l'anacronistico programma socialdemocratico di contrasto alla disoccupazione sia, in fondo, solidale con quello nazionalista del populismo di destra che mira a rendere la concorrenza sul mercato interno del lavoro meno spietata sulla base di criteri etnici. Questa solidarietà non sta solo nella mia immaginazione, ma nelle muscolose truppe di Frontex.

La socialdemocrazia ambisce oggi al ruolo di amministratrice della crisi, compito cui può sperare di attendere solo creando all'interno della propria giurisdizione condizioni favorevoli ai grandi investitori transnazionali e distruttive tanto per l'ambiente naturale quanto per quello sociale. Con l'approfondirsi dell'emergenza finanziaria, la sua politica deve costitutivamente divenire una politica puramente repressiva, di privatizzazione poliziesca e infrastrutture antiecologiche.

Cara Direttrice, è questa, ai miei occhi, la sostanza dell'utopia socialdemocratica. “Brindare allegramente alla sua fine” mi sembra un buon metodo per evitare di cadere in forme di alcolismo più malinconiche e impolitiche.

Con molta stima, e poca fedeltà

Manuel Disegni

 Il dibattito è aperto. Invitiamo i nostri lettori a partecipare

 

 

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