Politica

 

Socialismo? No, barbarie.

di Manfredo Montagnana

 

Divagazioni mediatiche postelettorali: è tutto cambiato, sinistra e destra non ci sono più, basta con gli “ismi” (socialismo, comunismo, marxismo, ecc.). In altre parole il risultato del 4 marzo è l’abolizione di ogni speranza per il futuro, è l’abolizione di tutti gli ideali che pure sono indispensabili, soprattutto ai giovani.

Naturalmente politici e media cercano, in maniera nemmeno tanto abile, di nascondere alcuni fatti: in primo luogo, la definitiva ed ormai illimitata affermazione del profitto, questo sì come ideale (anche se non finisce per “ismo”) su cui progettare il nostro avvenire. Ma perché discutere di ambiente e di cultura, di diritti umani e di pace fra i popoli? L’unico credo offerto ai giovani è il consumismo, con il suo supporto indistruttibile: la necessità assiomatica di far crescere il PIL.

E già, perché sappiamo bene che viviamo in uno spazio infinito, dove tutto è illimitato: le materie prime dalle fonti energetiche ai metalli, le fonti alimentari dal grano alla carne ed al pesce, e così di seguito. E se a qualcuno sorge un dubbio su queste verità assiomatiche si risponde che le eventuali limitazioni riguarderanno i nostri discendenti, diciamo fra 20 o 30 anni. Nel frattempo interverranno i molti sportivi, commercianti, professionisti, . . . entrati in Parlamento, senza alcuna esperienza o preparazione politica, come se un medico potesse fare il fisico o l’ingegnere potesse fare l’architetto: l’attività politica richiede una formazione lunga e complessa, sia che la si voglia intendere in chiave marxista sia che debba stare all’interno del pensiero liberista.

Ai primi del secolo passato, quando esistevano ancora delle persone che avevano ideali, Rosa Luxemburg riprese un pensiero che fu già di Friedrich Engels: la società capitalistica, basata appunto sul criterio del massimo profitto, è avviata verso una fase in cui si potrà imboccare una sola fra due strade: il socialismo, inteso come una società in cui si produce in giusta misura ciò che può rendere felici tutti gli esseri umani, oppure la barbarie, intesa come una società in cui sopravvive il più forte, cioè quello che è in grado di garantirsi il massimo dei pochi beni disponibili.

Al di là delle mie ironie, temo che le elezioni italiane si collochino perfettamente sulla seconda delle strade indicate da Engels e Luxemburg e che stiamo ormai entrando in un periodo di barbarie. Si capisce che pochi se ne accorgono in una nazione come l’Italia, che appartiene a quella ridotta fetta di stati in cui si accentrano le ricchezze del resto del pianeta. D’altra parte, l’ignoranza della storia e le molte falsità sugli immigrati hanno fatto credere a molti che i problemi della disoccupazione e della criminalità si risolvano espellendo gli immigrati e diminuendo le libertà individuali.

Purtroppo dobbiamo riconoscere che i partiti di sinistra si sono rifiutati di richiamare gli italiani alla realtà: anche in una linea politica solo vagamente riformista, perché non proporre quella politica industriale nazionale che è stata finora evitata? perché non introdurre meccanismi fiscali che colpiscano più i ricchi dei lavoratori (ad esempio, eliminando tutte le tasse indirette)? Perché ridurre continuamente la presenza pubblica in servizi fondamentali come la sanità, la scuola, la casa?

Che fare? Ormai la corsa verso la barbarie non si può più fermare, ma possiamo operare nel campo della cultura per gettare le basi di un nuovo umanesimo, quando la barbarie finirà per autodistruggersi. Sono convinto che tutti possano e debbano dare il loro contributo - gli studenti, gli operai ed i professionisti di cui parlavo prima - alle battaglie politiche e sociali, ma sulla base di studi e riflessioni sui grandi problemi dell’umanità, attraverso la ricostruzione di sedi di confronto e di elaborazione sugli aspetti teorici e sulle necessarie lotte sociali.

Manfredo Montagnana

Il dibattito è aperto. Invitiamo i nostri lettori a partecipare

 

 

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