Israele

 

Involuzione pericolosa

di Sergio Della Pergola

 

Abbiamo intervistato Sergio Della Pergola a proposito dell'indagine sull'antisemitismo in Europa (vai all'articolo). Parallelamente gli abbiamo rivolto anche alcune domande più generali.

 

Per i lettori di Pagine ebraiche la tua era una delle voci più interessanti e autorevoli sula realtà israeliana; quali sono le ragioni della tua scelta di interrompere la collaborazione? È una scelta irrevocabile?

In dieci anni ho scritto ogni settimana, sono riuscito a mettere insieme 600 pezzi, che non è poco, cercando di dare sempre una visione serena della vita di Israele. Però va chiarita una cosa, che qualcuno finge di non sapere: io vivo in Israele da 51 anni, sono stato, come tutti gli uomini sani, nell’esercito, ho fatto i miei vent’anni di servizio nella riserva, i miei quattro figli hanno fatto tre anni di militare, i miei primi tre nipoti sono in questo momento sotto le armi; insomma, voglio chiarire che dal punto di vista del patriottismo nessuno mi può insegnare nulla. A parte la mia attività di ricercatore e, diciamo, di libero pensatore, il mio dovere di cittadino l’ho fatto e voglio vedere tra quelli che mi criticano, che vengono tutti da una certa matrice, chi ha fatto altrettanto. Un conto è essere cittadini, pagare le tasse, cercare di tenere insieme e far crescere questo stato, e magari ogni tanto dissentire dal governo. Ma quando incontro una totale mancanza di fair play da parte di persone che non hanno mai fatto nulla di tutto questo e se ne stanno nei propri salotti nelle città europee, non accetto di farmi dare lezioni su qual è la vera Israele. Tutto questo francamente mi fa un po’ ridere.

Però quello che è avvenuto, e lo dico con grande dolore, è una grave involuzione del sistema della democrazia israeliana, che è legata al Primo Ministro e al governo di coalizione su cui si regge. Purtroppo nel discorso politico sono stati superati determinati limiti. Questo io l’ho scritto e l’ho denunciato. E allora mi sono posto il dilemma: dovrei ogni giorno esprimere la mia critica molto severa nei confronti del governo israeliano su tutta una serie di problemi, soprattutto di politica interna, di questioni che stanno al cuore della democrazia (leggi nazionaliste, imposizione di stili di vita ortodossi alla popolazione secolare, e soprattutto tentativi di sconvolgere gli equilibri tra governo, parlamento e giudiziario). D’altra parte c’è gente che sta all’erta e che raccoglie ogni piccolo pezzo di critica per delegittimare Israele. Ora, ovviamente la mia è una critica dall’interno, di una persona che sta dentro il sistema, che ama il proprio Paese, invece una persona che vuole delegittimare può sfruttare quello che scrivo per scopi esattamente opposti. Perciò ho detto: io non mi posso prestare a questo gioco, tanto meno sugli organi di stampa dell'Unione delle Comunità. D’altra parte non posso rinunciare alle mie idee, e quindi la soluzione migliore è imporsi un periodo silenzio sperando che l’attuale governo passi e che ne venga un altro che sia migliore, e che quindi mi permetta nuovamente di partecipare. Intendiamoci: il governo di Israele è regolarmente eletto e rappresentativo della maggioranza degli elettori, ma conduce il paese su un percorso di estremismo scissionista e di euforia che alla lunga rischiano di produrre effetti disastrosi per il Paese e per l'intero popolo ebraico. È una protesta specificamente contro il primo Ministro: abbiamo visto quasi una trasformazione antropologica di quest’uomo in quest’ultimo anno, anno e mezzo. Fenomeni che noi che siamo cresciuti in Italia abbiamo visto nei documentari Luce e che non possiamo dimenticare. Abbiamo il dovere di bloccare queste deviazioni quando sono appena appena sul nascere e non permettere che vadano avanti perché poi la degenerazione può essere catastrofica. Quindi la conseguenza è stata la decisione di non scrivere, almeno per ora.

Appunto: proprio in un momento in cui la situazione è così difficile sarebbe utile farsi sentire.

È un grave dilemma. Bisognerà sperare che ci siano delle altre voci. Purtroppo tra gli italiani in Israele non ce ne sono moltissimi che abbiano la voglia e soprattutto il tempo di scrivere in una forma ordinata (io cercavo anche di mettere un briciolo di ironia) e la pazienza di mettersi lì ogni settimana a scrivere un pezzetto e ogni mese un editoriale. Serve molta disciplina. D’altra parte è molto difficile il dilemma. In queste settimane, con il fatto che si è riscaldato molto il confine a nord, ci sono delle preoccupazioni, la solidarietà impone di essere uniti. Al al di là di questo il discorso sulla democrazia in Israele è fondamentale: ci sono alcuni ministri che sono su un binario che è completamente fuori dalla norma democratica. Bisogna attaccarli continuamente o stringere i denti? È un grosso problema di coscienza.

Lo stesso dilemma che abbiamo noi dall’Italia…

La differenza è che noi, avendo accesso alla stampa e alla televisione quotidiana in ebraico (che pochissimi in Italia seguono, e che si dovrebbe saper leggere in dettaglio, anche tra le righe), ai giornali radio, ai siti internet, ecc. abbiamo un vero e proprio bombardamento di informazioni, infinitamente superiore a quello che si può avere dall’estero. E quindi abbiamo modo di farci un’idea più dettagliata, più approfondita, soprattutto perché vivendo in Israele si parla con molte persone, si sa esattamente come funziona un buon ospedale, come'è un centro commerciale, come sono i luoghi di lavoro, come guida la gente sulle strade.

C’è il rischio che dopo questo venga un governo più di destra ancora?

Ne dubito, perché le forze in campo sono quelle che sono, ma è possibilissimo che si continui con l'attuale configurazione e le sue pulsioni populiste e reazionarie. Netanyahu, volendo farlo, in teoria avrebbe potuto essere un grande mediatore. I grandi leader sono quelli che hanno il coraggio anche di fare scelte contro le norme convenzionali della maggioranza della popolazione (Ben Gurion, Begin, Sharon, Rabin). Sono veri leader, che un giorno hanno detto: qui bisogna fare qualcosa, e hanno fatto qualcosa. Ci sono altri leader (che poi non sono dei leader) che si trincerano dietro allo status quo e si preoccupano soprattutto della loro parte politica e non dell’interesse del Paese. Purtroppo Netanyahu fa oggi una cosa gravissima: creare un solco tra il governo e l’opposizione proprio quando il Paese, con tutti i problemi che ha, deve cercare dei punti di incontro. Lui li distrugge in maniera sistematica. Quello che succede poi - e questo è anche un problema molto grave - è che Israele proietta la sua politica nella diaspora. E allora nella diaspora si riproduce lo stesso sterile dibattito (lo vediamo in Italia) da parte di persone che non hanno il beneficio di vivere in Israele e di vedere come stanno effettivamente le cose. E quindi è un effetto deleterio, non solo nel dividere Israele ma anche nel dividere la diaspora, che è una cosa gravissima.

Proprio per questo è un peccato che le voci come la tua non parlino.

Saltuariamente, come vedi, lo faccio: per esempio oggi abbiamo parlato di politica. Ho partecipato recentemente a una bella mattinata di studio a Firenze sui settant’anni di Israele organizzata da Valentino Baldacci alla presenza dell'Ambasciatore Ofer Sachs. Non è che io mi sia ritirato in un convento.

 

Come si collocano politicamente gli ebrei italiani che vivono in Israele?

 

È avvenuto un fatto interessante. Negli anni ’50, ’60, ’70 chiaramente gli ebrei italiani che facevano l’alià provenivano da una matrice di antifascismo, quindi erano nettamente di centrosinistra o sinistra, molti all’epoca andarono in kibbutz. Lo abbiamo analizzato: abbiamo i dati. Direi che Il 75% degli ebrei italiani si identificava con la metà sinistra del parlamento. Oggi senz’altro no: alla ultime elezioni politiche italiane tra gli italiani che vivono in Israele la maggioranza relativa è andata allo schieramento di Berlusconi, nonostante avesse in lista anche Salvini e la Meloni. Secondo, lontanissimo, il PD. Chiaramente il movimento Cinquestelle qui ha avuto pochissimi voti; quella che è andata benino qui è stata la Bonino. Dunque rispetto agli anni ’50 o ’60 c’è stato un netto spostamento.

 

Ritieni che il voto sulla politica italiana si riproduca automaticamente in quella israeliana? Non potrebbe esserci qualcuno che magari vota il centrodestra in Italia e il centrosinistra in Israele?

 

Direi che prima o poi si finisce per convergere. La gente vota per i partiti italiani molto in funzione di quello che dicono sulla politica israeliana, quindi c’è un allineamento su una certa politica israeliana. Tra i nuovi olim, che sono in gran parte romani, la maggioranza è su una linea politica molto nazionalista. Tra i vecchi democratici c’è una linea diversa. Sono differenze generazionali, ma dipende anche dalle città di provenienza.

 

Roma più a destra, dunque?

 

Nettamente. Ma credo anche Milano....

Credi che nonostante tutto la soluzione a due stati sia ancora possibile?

Su quello sono sempre convinto. È chiaro che è una soluzione molto difficile, ma io sono tra quelli che continuano ad essere assolutamente convinti che sia l’unica soluzione possibile. L’idea di uno status quo eterno è veramente inaccettabile; l’idea di uno stato unico binazionale è una follia, una provocazione, un totale nonsenso che in realtà sottintende l'eliminazione dello Stato d'Israele come stato ebraico e democratico. Quindi non rimane che l’idea di una divisione, che non è semplice perché per fare una divisione ci vuole un partner autorevole e in questo momento manca. I palestinesi sono impegnati in una guerra civile tra di loro quindi non è possibile trovare un partner unico. Ma dobbiamo distinguere quello che dobbiamo fare domattina da quello che dobbiamo fare nei prossimi cinque anni o nei prossimi dieci. Per mettere insieme le due cose ci vuole una leadership politica che sia in grado al limite di fare un doppio discorso: un discorso ufficiale da una parte, ma sotto sotto lavorare in segreto per ricucire certe cose e suggerire nuove alternative. Quindi ci vuole una leadership politica che abbia iniziativa, intelligenza e coraggio, cosa che purtroppo in questo momento io non vedo. Netanyahu, che non è uno stupido, avrebbe potuto emergere come un grande mediatore e invece si è arroccato su posizioni da ideologo estremista, che hanno anche forse delle motivazioni psicologiche (suo padre era un vecchio storico, molto più estremista di lui, e poi c’è anche sua moglie che, a sentire il suo avvocato Yaakov Weinroth, non è emotivamente in grado di apparire in giudizio). Comunque è un’occasione storica mancata di essere un grande leader anziché essere un egocentrico uomo politico che bada al suo cortile e con il quale purtroppo - a parte il retorico abbraccio con Donald Trump - il Paese non va da nessuna parte.

Intervista di
Anna Segre

 

Sergio Della Pergola

 

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