Israele

 

Una coazione a ripetere

di Giorgio Gomel

 

Errori ed orrori lungo i confini fra Israele e la striscia di Gaza, retta dispoticamente dal gruppo dirigente di Hamas, nelle proteste di massa organizzate sotto l’egida della “Marcia del ritorno”. Iniziate il 30 marzo scorso, nei propositi dei promotori dovranno rinnovarsi ed estendersi anche alla Cisgiordania ogni venerdì fino a culminare il 15 maggio - il giorno della Naqba, che i palestinesi commemorano in concomitanza con l’indipendenza di Israele.

Non vi sono vincitori, solo sconfitti : Israele stesso, Hamas e anche l’Autorità palestinese di Ramallah.

Al di là del costo immane in termini di lutti e sofferenze (circa 40 palestinesi uccisi nel corso di aprile, moltissimi feriti) e della meccanica degli scontri sui quali le Nazioni Unite intendono svolgere un’inchiesta indipendente, che l’opposizione di sinistra in Israele ritiene legittima e doverosa, la mancanza di una strategia di lungo termine in ognuno degli antagonisti avviluppati in un conflitto nefasto sconcerta l’osservatore imparziale e ancor più sgomenta chi come noi partecipa empaticamente del dramma dei due popoli, attanagliati in un’orgia di reciproche brutalità.

Hamas non ha una strategia: non può sconfiggere Israele ma non desiste da una sciagurata guerra di guerriglia che espone la gente alla rappresaglia di Israele né ha la forza politica di abdicare all’assolutismo ideologico del rifiuto dell’esistenza di Israele. È debole, per il degrado e la miseria che gravano sulla striscia di Gaza, ancora devastata dalle conseguenze della guerra dell’estate 2014. È isolata dal mondo arabo-islamico, inclusi il Qatar e la Turchia un tempo suoi alleati e finanziatori, e, per il suo appoggio ai Fratelli Musulmani, osteggiata dall’Egitto, che ha di fatto chiuso Rafah, il punto di passaggio sul confine fra l’Egitto stesso e la striscia.

L’antagonismo con l’OLP dominata da Al-Fatah permane, malgrado l’accordo di riconciliazione negoziato l’anno scorso che contemplava l’esercizio da parte dell’ANP di Ramallah della giurisdizione civile-amministrativa, non del potere militare, su Gaza. Al fallimento dell’accordo l’ANP ha reagito imponendo sanzioni alla stessa Gaza che hanno esacerbato ulteriormente le sofferenze della popolazione, la cui condizione economica, energetica, ambientale e sanitaria è drammatica.

Hamas predica l’azione non-violenta contro Israele, immaginando così di attirare l’attenzione del mondo arabo e dell’Europa sulla catastrofe umanitaria di Gaza e sulle nequizie di Israele, ma è incapace di condurre una vera lotta “non armata” per la sua stessa storia guerrigliero-terroristica; una parte dei morti dei giorni scorsi erano, secondo Israele, militanti armati di Hamas o di altre milizie.

Quale strategia d’altra parte persegue Israele? Rioccupare la striscia di Gaza sgomberata nel 2005? Lo esclude il raziocinio pragmatico se non l’imperativo dei diritti umani: il costo materiale e umano per lo stesso esercito israeliano e per gli abitanti palestinesi sarebbe enorme. Israele dovrebbe poi rispondere delle condizioni materiali di quegli abitanti, prossimi ormai ai due milioni. Trattare con Hamas? Forse sì, forse è stato un errore da parte di Israele - e del Quartetto (ONU, Stati Uniti, Russia ed UE) - fissare condizioni troppo cogenti nel passato, al momento della presa del potere da parte di Hamas, per negoziare con tale movimento; oggi sarebbe un gesto offensivo verso l’Autorità palestinese, partner negoziale di Israele ancorché di una trattativa ormai bloccata da quattro anni, nonché verso paesi vicini ed amici come l’Egitto e la Giordania avversi all’ideologia integralista di Hamas. Mantenere il blocco terrestre e navale imposto dal 2007 alla striscia di Gaza, accoppiato alla protezione offerta dal sistema antimissilistico detto “Iron Dome” e alla distruzione delle gallerie sotterranee (ne restano forse meno di 10) che Hamas ha costruito nel tempo fra la striscia e il territorio israeliano per alimentare una guerra di guerriglia su quel territorio?

Non si intravvede però una strategia di lungo termine, che vada al di là di azioni militari lungo la barriera costruita sulla frontiera che al più agiscono da deterrente nel breve periodo, ma mietono vittime civili, rafforzano la fascinazione degli estremisti fra i palestinesi e isolano Israele dalla comunità delle nazioni per l’eccesso di violenza contro i dimostranti. Eppure gli stessi vertici dell’esercito e alcuni ministri del governo Netanyahu da tempo insistono perché Israele concorra, con progetti talora avveniristici, alla ricostruzione di un minimo di ordine economico e civile nella striscia, dopo le devastazioni subite nella guerra del 2014, collaborando con la Banca mondiale, i governi europei e di altri paesi.

Infine, come ha affermato Mossi Raz - deputato del Meretz, partito della sinistra : “ I palestinesi hanno il diritto di manifestare e Israele ha il diritto-dovere di disperdere manifestazioni violente. Ma è vietato usare armi da fuoco ed è nostro obbligo morale evitare un’ulteriore escalation”. L’uso di armi da fuoco contro civili è ammissibile soltanto se detti civili partecipano direttamente ad azioni ostili, ma non se varcano o cercano di superare la frontiera con Israele. Vi sono modi e mezzi non letali per contenere e disperdere proteste anche di massa. Questione urgente, soprattutto in vista del giorno della Naqba , cui seguirà immediatamente il periodo molto delicato connesso al Ramadan. Ma, come recita il documento con cui diversi partiti e movimenti dell’opposizione israeliana - una minoranza - hanno promosso una manifestazione contro le violenze dell’esercito il primo aprile scorso, occorre unire a ciò “la fine del blocco imposto alla striscia, accordare permessi di lavoro in Israele agli abitanti di Gaza oppressi da disoccupazione e miseria, trattare con i palestinesi per porre fine alle violenze e riattivare la trattativa per una soluzione a due stati che includa la striscia di Gaza come soggetto-oggetto nel quadro negoziale”

 22 aprile

Giorgio Gomel

 

Mentre andiamo in stampa ci giungono altre drammatiche notizie. Ne riparleremo nel prossimo numero sperando che la situazione non si aggravi ulteriormente.

HK

 

Vignetta di Davì

 

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