Minima moralia

 

Come definire la casa? La casa è il luogo i cui muri - i cui confini - sono chiari e pattuiti. La cui esistenza è stabile, inoppugnabile e serena. I cui abitanti conoscono bene i suoi codici intimi. I cui rapporti con i vicini sono basati su norme concordate. Un luogo che proietta un senso di futuro. Noi israeliani, persino dopo 70 anni - a prescindere dai mille discorsi patriottici che saranno pronunciati nei prossimi giorni - non siamo ancora arrivati a quel punto. Non siamo ancora a casa. Israele è stato fondato per far sì che il popolo ebraico, che mai si è sentito a casa propria in giro per il mondo, potesse finalmente avere una casa. E oggi, 70 anni dopo, malgrado tante meravigliose conquiste nei più svariati campi, il forte stato di Israele somiglia piuttosto a una fortezza, ma non ancora a una casa.

La strada per risolvere l’immensa complessità dei rapporti che intercorrono tra Israele e i palestinesi può riassumersi in una formuletta: se i palestinesi non hanno una casa, nemmeno gli israeliani potranno averne una. Ma anche l’opposto è vero: se Israele non ha una casa, nemmeno la Palestina avrà casa per il suo popolo. Ho due nipotine, di sei e tre anni. Per loro, Israele è un dato di fatto. È ovvio che abbiamo uno stato, che ci sono strade, scuole e ospedali, così come c’è il computer alla scuola materna, e che parliamo una lingua ebraica viva e rigogliosa. Io appartengo invece a una generazione per la quale nulla di tutto ciò era dato per scontato, e parlo da quel tempo, da quel luogo fragile e incerto che ricorda ancora il terrore esistenziale, ma anche l’intensa speranza di essere finalmente tornati a casa.

 

David Grossman, 17 aprile 2018, Yom Hazikaron

 

Poster per il 30° Yom Ha-Atzmaut