Israele - Storia

 

Robert Kennedy: reporter in Palestina, aprile 1948

di Davide Silvera

 

Nell’aprile del 1948, un mese prima della dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele, Robert Kennedy, allora ventiduenne, arriva in Palestina come inviato speciale del Boston Post per fare un reportage sul conflitto. I suoi quattro articoli verranno pubblicati nel giugno del 1948.

Kennedy arriva in un paese in pieno caos e assai pericoloso, alla vigilia della partenza degli inglesi. La Gerusalemme ebraica e il quartiere ebraico della città vecchia erano sotto assedio arabo, ed eserciti regolari arabi si stavano riversando nel paese.

Il giovane reporter capisce subito l’intensità dell’odio e della sfiducia reciproca tra arabi ed ebrei:

Quando atterrai all’aeroporto di Lod mi resi immediatamente conto della cosa. Avevo con me credenziali sia per gli arabi che per gli ebrei... e mi fu spiegato prima dagli uni e poi dagli altri che la cosa era molto pericolosa. Gli ebrei mi dissero che non era affatto un problema avere documenti in arabo in territorio ebraico… ma che avrei fatto bene a sbarazzarmi di tutte le lettere destinate agli ebrei prima di entrare in territorio arabo... perché se gli arabi le avessero trovate sarei stato fucilato sul posto. Gli arabi mi dissero il contario esatto, e alla fine scoprii che entrambi avevano ragione a metà, dato che nessuno mi hai mai perquisito.”

L’inviato speciale, appena atterrato all’aeroporto, fu interrogato dall’Haganà, che esaminò le sue credenziali. Dopo essere stato rilasciato Kennedy arriva al suo hotel a Tel Aviv, e decide di fare una passeggiata per le vie della città. Dopo pochi minuti viene individuato come straniero e fermato dagli uomini della Haganà, bendato, e portato di nuovo al quartier generale per essere rinterrogato.

La simpatia di Kennedy è palesemente verso gli ebrei, e ciò può stupire se si considera l’antipatia che invece nutriva il padre Joseph P. Kennedy verso gli stessi, tanto da fargli dire nel 1942: “C’è una grande vena di insoddisfazione per la nomina di così tanti ebrei in ruoli chiave a Washington.” Un tono decisamente diverso da quello usato dal figlio nei suoi reportage: “Il popolo ebraico in Palestina, che crede e si è prodigato per lo stato nazionale, è diventato un popolo estremamente fiero e determinato. Questo è un grande esempio della nascita di una nazione moderna, contraddistinto da grande dignità e autostima.

Durante il suo soggiorno in Palestina Kennedy visita il kibbutz Givat Brenner “che si trova in una zona completamente ostile”, e assiste alle esercitazioni di membri del gruppo armato clandestino Irgun: “Abbiamo assistito all’esercitazione di fine corso di una squadra di allievi, che sembravano decisamente pronti ad essere inseriti in un’unità combattente.

Il giovane reporter cerca nei suoi reportage di essere “politically correct” verso gli arabi, ma lo fa con il distacco di chi in cuor suo “fa il tifo” per gli ebrei:” Gli arabi fanno capire chiaramente, a parole e con i fatti, come la pensano. Sostengono che la Dichiarazione Balfour appoggi la loro tesi che nessuno stato nazionale sia mai stato promesso, sottolineando le clausole della dichiarazione stessa, secondo le quali il “focolare domestico” dovrà essere fondato soggetto ai diritti civili degli attuali abitanti della Palestina.

Ma in realtà nella cronaca di Kennedy la legittimità e i diritti civili non sembrano interessare troppo i leader arabi di cui scrive: “Gli arabi al comando credono che alla fine la vittoria debba essere loro. L’esistenza di questo stato ebraico è contro ogni legge della natura. Essi promettono che nel caso diventi una realtà avrà come vicini solo paesi ostili, che continueranno a combattere militarmente ed economicamente fino alla vittoria.” E ancora: “Porteremo brigate islamiche dal Pakistan, e condurremo una crociata religiosa per tutti i seguaci leali di Maometto. Schiacceremo per sempre l’invasore. Anche se ci vorranno tre mesi, o tre anni o trenta, continueremo a combattere. La Palestina sarà araba. Non accetteremo alcun compromesso.”

La conclusione a cui giunge Kennedy è inevitabile: “Purtroppo la verità è che avendo ognuna delle parti degli ottimi argomenti a proprio favore, ciò genera, nell’uno verso l’altro, sempre più astio. La certezza del proprio essere nel giusto aumenta in proporzione all’odio e alla sfiducia nei confronti dell’altra parte dovuti al non riconoscimento (della certezza di cui sopra. nda).” Una constatazione , 70 anni dopo, di inquietante attualità.

Il 5 giugno del 1968, vent’anni esatti dopo la sua visita in Palestina, Robert Kennedy, allora Senatore e candidato alla presidenza degli Stati Uniti, viene assassinato da Sirhan Sirhan, un giovane immigrato palestinese.

In tribunale Sirhan sostenne che uno dei motivi del suo atto era il sostegno di Kennedy a Israele fin dalla sua nascita. L’assassino raccontò di avere visto in televisione un documentario su Kennedy in Palestina nel 1948. Robert Blair Kaiser, uno scrittore e giornalista americano, fece poi notare una discrepanza nella tempistica della decisione di Sirhan. Nel diario di Sirhan, la decisione di uccidere Robert Kennedy fu presa il 18 Maggio. Il documentario in questione fu trasmesso in Tv il 20 Maggio. Quando gli fu chiesto di spiegare Sirhan rispose che non si ricordava di avere tenuto un diario...

Davide Silvera

 

Robert F. Kennedy in Palestina, 1948

 

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