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L’informazione rifiutata

di Anna Segre

 

Come può un paese democratico mantenere la neutralità tra democrazie, fascismo e nazismo? Come può offrire un’informazione che appaia equilibrata per non suscitare le proteste di uno dei contendenti? Come può adeguatamente mettere al corrente i suoi cittadini del fatto che è in corso un genocidio se contemporaneamente deve mantenere rapporti amichevoli con la potenza che lo sta perpetrando? E se poi l’esigenza di mantenere rapporti amichevoli è rafforzata dal timore più che concreto di un’invasione e dalla volontà di non offrire pretesti con una presunta violazione della neutralità? La risposta è semplice quanto triste: non può. E infatti scopriamo con sconcerto che la Svizzera nei primi anni della guerra aveva dovuto accettare fin troppi compromessi: censure sui giornali, notiziari radio edulcorati, informazione ufficiale filtrata. Tanto per fare un esempio, il giornale socialista ticinese “Libera Stampa” subì 14 giorni di sospensione per aver pubblicato l’11 luglio 1940 la notizia dal titolo Battaglia navale nel Mediterraneo. Navi italiane colpite e in fuga, dando più peso ai comunicati inglesi che a quelli italiani.

Silvana Calvo con un lavoro minuzioso e instancabile è riuscita a ricostruire un quadro molto dettagliato della Svizzera di quegli anni: istituzioni, partiti e movimenti politici, i giornali con i rispettivi orientamenti ideologici, le agenzie di stampa, i cinegiornali, i notiziari radiofonici; ci illustra inoltre le pressioni e i provvedimenti punitivi che i giornali subivano se erano giudicati non neutrali e gli escamotage utilizzati per far capire al proprio pubblico quali informazioni erano da prendere sul serio e quali no senza incappare nelle maglie della censura.

A questa prima parte più generale segue quella dedicata più specificamente all’informazione sulla Shoah, che si inserisce in questo quadro e contemporaneamente ne rappresenta l’elemento più inquietante e paradossale. L’immagine di copertina, la dichiarazione anglo - russo - americana sul genocidio degli ebrei in corso pubblicata su Libera Stampa il 19 dicembre 1942, conferma ciò che il titolo stesso del libro fa intuire: in Svizzera durante la seconda guerra mondiale le notizie non mancavano affatto per chi voleva informarsi. Eppure, pur abbondante su alcuni giornali (primo tra tutti, appunto “Libera Stampa” a cui è dedicata la terza parte del libro), scopriamo con sconcerto che l’informazione sulla Shoah fu praticamente assente dai notiziari radiofonici dell’Agenzia Telegrafica Svizzera: dal 1939 al 1945 solo 34 notizie riguardanti in qualche modo la persecuzione degli ebrei, 23 delle quali provenienti da fonti dell’Asse. E scopriamo anche con sgomento che nel corso della seconda guerra mondiale la Croce Rossa svizzera inviò sul fronte orientale sei missioni mediche (quattro in Russia e due in Grecia) al seguito della Wermacht i cui membri, assoggettati come ausiliari dell’esercito alle leggi penali e all’ordinamento disciplinare dell’esercito tedesco, avevano l’obbligo di curare solo i soldati tedeschi e il divieto assoluto di raccontare ciò che avevano visto.

Oggi ci appare sconcertante che un paese democratico arrivi a tradire i propri stessi principi in modo così clamoroso, ma bisogna ricordare la situazione della Svizzera, soprattutto dopo che la Francia era stata invasa: un piccolo paese completante circondato dalle forze dell’Asse la cui vittoria appariva imminente; e naturalmente non mancavano nel paese stesso coloro che simpatizzavano con il fascismo e il nazismo. In questo quadro, in quella che potremmo definire l’ora più buia, la Svizzera, pur divisa tra “resistenti” e “accomodanti”, dimostrò una certa condiscendenza verso il nazismo ma al contempo un attaccamento caparbio alla propria sovranità e indipendenza. Tale orientamento si manifestò in diversi modi, dal piano difensivo che prevedeva la creazione di un “ridotto nazionale”, cioè l’arroccamento in una zona più interna della Svizzera in caso di invasione della parte esterna, alla costituzione della sezione “Esercito e focolare” con lo scopo “di rinforzare l’ideale patriottico, promuovere la volontà di difesa, rinsaldare i legami tra il soldato e il paese, distrarre e sviluppare spiritualmente i mobilizzati”; in una prima fase la sua azione fu rivolta alla propaganda tra i soldati e in seguito tra i civili.

Sconcertante leggere dalle “linee direttive” di “Esercito e Focolare” del 28 dicembre 1940: “Non si può negare l’esistenza di un problema ebraico solo perché - fortunatamente - non si è manifestato da noi con l’acutezza che possiamo osservare altrove. Ma se vogliamo restare obiettivi, siamo costretti a notare che l’ebreo è inassimilabile tant’è che nei due millenni da che dura la sua dispersione, non è mai riuscito a stabilirsi e integrarsi in nessun luogo. In passato alcuni cantoni e comuni svizzeri avevano degli statuti speciali per gli ebrei che per tutto il tempo della loro applicazione hanno assicurato un regime di rispetto dei reciproci diritti e doveri e reso inesistenti manifestazioni antisemite. Questi Statuti, scaturiti da un profondo spirito cristiano, hanno garantito la pace tra le parti, e non una confusione di sentimenti e ideologie foriera di ogni possibile eccesso.” Naturalmente tali linee suscitarono proteste (nell’esercito svizzero erano presenti anche ebrei) e fu poi pubblicata una rettifica. Ma in seguito suscitarono proteste e censure anche le linee direttive del 19 giugno 1943 contro l’antisemitismo.

Fortunatamente il quadro non è solo a tinte fosche: Silvana Calvo ci offre anche ampie informazioni su tutti coloro che invece si adoperarono per diffondere le informazioni sulla Shoah in corso e per aiutare gli ebrei profughi: gruppi politici e religiosi, giornali come appunto il già citato “Libera Stampa” e, naturalmente gli stessi ebrei svizzeri o residenti in Svizzera. Un panorama variegato, un insieme di voci che naturalmente tendono ad aumentare di intensità man mano che la guerra procede e si profila la vittoria degli Alleati.

Un lavoro di ricerca talmente ampio che un libro, pur così denso e corposo, non basta a dare conto diffusamente di tutto. Vale la pena ricordare che alcuni temi specifici (per esempio le navi dei profughi e i naufragi di cui si parla in questo numero) hanno trovato e troveranno uno spazio più ampio sulle pagine di Ha Keillah di cui Silvana Calvo è da molti anni una preziosa collaboratrice.

Anna Segre

 

Silvana Calvo, L’informazione rifiutata. La Svizzera dal 1938 al 1945 di fronte al nazismo e alle notizie del genocidio degli ebrei, Zamorani, 2017, pp.359, € 38

 

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