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I bambini di Moshe

di Emilio Jona

 

Moshe Kleiner è un ebreo polacco nato in uno shtetl galiziano, Kopycyńce nel 1914, uno delle tante borgate ebraiche descritte magistralmente da Shmuel Yosef Agnon; la sua lingua è l’yiddish, la famiglia è ortodossa, poverissima e vive di piccoli traffici della madre analfabeta. Sono i tempi della frattura tra ortodossia e sionismo, Moshe è appassionatamente sionista ed entra giovanissimo nel movimento; lascia la Polonia nel 1935, quando la curva migratoria degli ebrei polacchi verso la Palestina cresce vertiginosamente, dopo che si moltiplicano le violenze contro gli ebrei, nel silenzio della Chiesa e nell’indifferenza delle autorità civili.

Non è facile entrare in Palestina perché è limitato il numero di certificati di immigrazione che concede l’Inghilterra, ma Moshe vi riesce.

È allora che, come tanti ebrei cambia cognome: nella sua carta d’identità risulta come Moshe Zeiri, ha cm. 167 di altezza, è di corporatura media, occhi intensi, magnetici, e di mestiere è un lavoratore manuale. Ora ha tutte le caratteristiche del sionista, che ha imparato “a impugnare vanga e piccone per redimere il sacro suolo”. Entra nel kibbutz di Kvutzat Shiller, lavora negli agrumeti, fa l’insegnante di ebraico e l’addetto culturale e frequenta la scuola di teatro dell’Habimà.

Il kibbutz era un microcosmo virilista, dove, dietro l’apparente uguaglianza tra i sessi, contavano più i maschi che le femmine, dominava l’elemento nazionale più che quello sociale e socialista e la Bibbia entrava non tanto come testo religioso quanto come strumento di acculturazione nazionale e di coesione identitaria.

I sionisti erano stati lungimiranti perché avevano previsto cosa sarebbe accaduto agli ebrei d'Europa, ma miopi per quanto riguardava la resistenza araba al progetto territoriale sionista, che per loro era “come un dettaglio, come una nota di colore nel quadro della rappresentazione di Eretz Israel da parte del popolo eletto”.

Quando scoppia la guerra in Europa e in Palestina cresce l’esercito clandestino dell’Haganah. gli ebrei bussano al comando britannico per andare in guerra contro i tedeschi, ma i britannici scoraggiano questa loro militarizzazione, già pensando ai rischi che ciò avrebbe rappresentato per loro nel dopoguerra. Tuttavia Moshe riesce ad entrare come volontario nella British Army, 745a dei Royal Engineers, interamente fatta da ebrei, una sorta di kibbutz, dove vi era poco di gerarchico e molto di cameratesco.

Passata la grande paura che i soldati di Rommel arrivino ad Alessandria d’Egitto, le sorti della guerra cambiano in Medio Oriente e Moshe, con la sua compagnia, traversa il deserto ed entra in Libia, a Tobruk e a Bengasi. Qui comincia il suo apostolato di assistenza e di propaganda tra le comunità ebraiche, profughe nel loro stesso paese, scampate alle deportazioni, ma decimate dalla fame e dagli stenti. “Noi abbiamo il dovere, spiega Moshe nelle lettere alla moglie Yehudit, di avvicinarle e prepararle per condurle in Eretz Israel”, ed egli trasforma così, di nascosto dalle autorità britanniche, un'opera di assistenza in opera di propaganda e proselitismo. Comincia a lavorare con quei bambini profughi nella loro terra e apre, con altri docenti soldati, una scuola ebraica che conta 300 scolari.

In essa Moshe assume una varietà di ruoli, ne è in primo luogo lo straordinario e principale organizzatore e insieme insegna canto (è un ottimo cantante) e la lingua ebraica. Quando la sua compagnia deve trasferirsi in Italia lui non pensa di chiedere licenza e tornare in Palestina, ma scrive alla moglie: “quel che più desidero è arrivare presto in Italia, e contribuire all’assistenza dei profughi. Asciugare le lacrime di chi resta. Fare qualcosa anche là per i figli di Israele. Mia cara, ti prego di capirmi. Tu sai quale compito immenso spetti oggi al soldato ebreo”.

Moshe giunge in Italia a Napoli e realizza subito una piccola scuola per bambini ebrei, poi risale l’Italia con la sua brigata e dopo il 25 aprile 1945 è a Milano.

Qui incontra le persone giuste per realizzare quanto ha in mente: il colonnello Vittorio, Davide Maria Levi, che ha un tragico passato familiare di deportazione, ed è uno dei capi delle brigate Matteotti che hanno liberato Milano da fascisti e tedeschi, e Raffaele Cantoni, il più energico e intraprendente rappresentante della comunità ebraica milanese; con il loro aiuto creerà, insieme a un piccolo numero di eccellenti collaboratori, un rifugio per bambini ebrei scampati dalla Shoah, nel bergamasco, nella sede di una vecchia colonia fascista sull’altipiano di Selvino in Val Seriana che aprirà i suoi battenti nel settembre del 1945. Qui Moshe riuscirà a raccogliergli e a restituire loro, come scrive in una delle tante lettere a Yehudit, “almeno qualcosa di quanto è stato loro sottratto dalla nostra crudele generazione”. Sono bambini che provengono da tutti i paesi invasi dalla Germania; non ci sono bambini sotto i dodici anni perché quelli sono stati tutti sterminati nelle fosse comuni, nelle camere a gas, oppure sventrati con le baionette, dati in pasto ai cani o spiaccicati contro i muri.

Si tratta, scrive Moshe, di curarli dalle loro malattie,di restituire un ritmo e un calore ai loro cuori congelati”, e di salvare quanto resta del popolo ebraico, preparandolo ad entrare in Eretz Israel.

Moshe è il direttore di Sciesopoli (dal cognome dell’eroe risorgimentale Amatore Sciesa a cui era intestato il Circolo del P.N.F. che aveva fondato la vecchia colonia), e sovraintende e risolve ogni problema attinente al suo funzionamento materiale e culturale; il principio è l’autogestione, con lo slogan “costruire per essere costruiti”.

Nessuno, dice Moshe, chiederà agli orfani, che a centinaia passeranno per Selvino, di evocare il passato che è chiuso nei loro cuori, perché esso è irracontabile. Ad ottobre del 1945 i bambini sono già 150, una goccia rispetto ai 20.000 scampati presenti in Italia; essi portano in sé l’intero spettro della tragedia della soluzione finale; debbono gettare alle spalle la loro identità diasporica e rinascere “come ebrei abbronzati e combattivi”, riscoprire lo shabbat e la Torah, ma laicamente senza taled e filatteri, senza sinagoga e fede in Dio.

I loro rapporti con l’esterno sono limitati, mentre all’interno vige l’uguaglianza e il collettivismo e una comune gestione del denaro ricevuto. Vi sono certo tensioni, conflitti e anche fughe, c’è il tabù del sesso perché molti di loro sono inibiti e probabilmente sessualmente abusati; sono bambini di tutti e di nessuno, giungono denutriti e traumatizzati e la regola è l’abbandono della loro lingua comune che è l’yiddish per l’ebraico; per rinascere bisogna pagare il prezzo del silenzio e la consegna, peraltro facile da rispettare, è quella di tacere sul proprio passato. Si tratta per Moshe di creare una comunità di eguali, che li risarcisca della famiglia perduta e li prepari per l’aliah; e comincia a questo fine un loro addestramento paramilitare.

La seconda nave clandestina che parte dall’Italia, a Vado Ligure, il 71/1946 verso la Palestina porta il nome di Emilio Sereni e a bordo ha il primo nucleo di bambini di Moshe e così avverrà in molte delle 33 navi armate dall'Aliah Beth (delle 64 che salperanno dai porti del Mediterraneo tra il 1945 e il 1948) che partiranno dai moli più nascosti delle coste italiane, innalzando la bandiera azzurra e bianca con lo scudo di Davide e sfidando a viso aperto un nuovo aggressore, la marina britannica.

L’ultima partenza di bambini di Selvino avverrà il 30/10/48: essi si imbarcheranno a Napoli insieme a Moshe, e così si chiuderà la più importante ed esemplare esperienza di salvazione sionista in Europa di bambini profughi ebrei.

 

Orfani sopravvissuti alla Shoah partono da Selvino (Bergamo) su un camion diretto in Israele

 

L’antisemitismo polacco

Quanto abbiamo sinteticamente esposto costituisce il nucleo de I bambini di Moshe - Gli orfani della Shoah e la nascita d’Israele che Sergio Luzzatto racconta con obbiettività di storico e insieme calda partecipazione, in parte seguendo e illustrando la ricca e bellissima corrispondenza di Mose con Yehudith, ma in realtà il libro va ben oltre questo straordinario personaggio, perché realizza un affresco, di forte spessore e interesse, di una quindicina di anni cruciali del Novecento, attraverso una trattazioni storica e antropologica, condotta con grande rigore e insieme con sapienza narrativa, il che rende la sua lettura appassionante come si trattasse, e in una certa misura lo è, di un grande romanzo su quel Novecento.

Attraverso un accurato lavoro di ricerca e di scrittura che intreccia lettere, memorie, documenti d’archivio, esemplari fotografie famigliari e pagine di narrativa di grandi scrittori ebrei, Luzzatto fa emergere attorno a Moshe una fitta rete di collegamenti intertestuali, interferenze, conflitti, concordanze, che trascendono le sue esperienza e raccontano e approfondiscono momenti fondamentali di un decennio terribile per l’Europa e per il mondo. Il libro è costruito quindi come un grande puzzle, che segue un cammino che non rispetta la cronologia dei fatti e delle storie, ma va avanti indietro nel tempo, collegandoli in un continuo passaggio tra micro e macrocosmo.

Esso si apre con ampi squarci di vita di famiglie dello sthetl polacco e della borghesia ebraica cittadina, (ucraina, polacca e tedesca) tra l’inizio del progetto nazista di sterminio ed il crescente antigiudaismo polacco.

In questo paese la società ebraica era fortemente divisa tra l’ortodossia degli anziani e il sionismo dei giovani, tra l’attesa del Messia con il rifiuto a salire in Eretz Israel prima del suo arrivo e la contestazione di quell’attesa da parte dei sionisti, che avevano la lucida consapevolezza che la sola salvezza degli ebrei stava nella fuga dai paesi dell’antisemitismo, e comunque dal mondo dei gentili, verso la terra promessa. E Luzzatto documenta, con il rigore dello storico e la bravura del narratore, la fuga di pochi e lo sterminio della maggior parte di quelle famiglie, particolarmente di quelle polacche, là dove l’antisemitismo aveva potuto facilmente prosperare sulle radici del forte, tradizionale antigiudaismo cattolico. Si tratta di un antisemitismo radicale nella sua follia, perché assume l’ebreo, dopo od oltre che uccisore di Cristo, come vaso di ogni nequizia, fondamento di ogni male, portatore, sia egli bambino o adulto, maschio o femmina, proletario o borghese, capitalista o comunista, di una malattia contagiosa e mortale e di un disegno perverso di dominio del mondo, e come tale da sterminare senza indugio o pietà. In Polonia, dopo la morte di Pilsudski nel 1935, confortato dall’antisemitismo tedesco, riesplode l’antigiudaismo polacco, che proseguirà vigoroso dopo il patto tedesco sovietico del 1939 e l'occupazione nazista. Non ci sarà luogo in Europa dove lo sterminio degli ebrei si realizzerà con tale ampiezza e profondità. Poco meno di tre milioni di ebrei polacchi moriranno, prima di fame e di stenti nei ghetti, poi uccisi sui bordi delle fosse da loro stessi scavate o passati per i camini dei campi di sterminio nazisti. E tutto ciò avverrà nell’indifferenza o con la tacita complicità della maggioranza dei loro concittadini e talvolta con la loro partecipazione; solo una minoranza di polacchi, amici coraggiosi o cristiani compassionevoli, aiuterà e consentirà a una piccola minoranza di quella comunità di sopravvivere.

Si aggiunga che l’antigiudaismo polacco era così congenito e virulento che, anche dopo la fine della guerra, i pochi sopravvissuti non riusciranno spesso a recuperare le loro case e i loro averi, e talvolta i loro stessi figli. Non solo ma nella cittadina di Kielce il 4 luglio 1946, 42 ebrei, tra cui molte donne e bambini, verranno trucidati da una folla inferocita, nell'ultimo pogrom della storia, quali immaginari responsabili di un omicidio rituale di un bambino cattolico. Sarà allora che la maggior parte dei 100.000 ebrei sopravvissuti lasceranno in massa la Polonia verso Eretz Israel. Ed è bene ricordare questi fatti oggi che il parlamento polacco, compiendo uno smaccato tentativo di riscrivere e falsificare la storia, ha promulgato una legge che sanziona penalmente chi osi attribuire a cittadini polacchi una qualche responsabilità concorrente con quella nazista nello sterminio del popolo ebraico.

 

Alle origini di Israele

Un altro aspetto che emerge con forza dal libro di Luzzatto è il conflitto tra l’ebraismo sionista e l’Inghilterra di quegli anni, che strenuamente si oppone al ritorno in massa degli ebrei nella terra promessa.

Quanto resta dell’ebraismo dell’est Europa, e con esso la totalità dei bambini che passano da Selvino tra l’autunno del 1945 e il 1948, sale su vecchie carrette del mare, restaurate e messe in acqua dall'Aliah Beth, che tentano di raggiungere Eretz Israel, dove attraccano clandestinamente o si arenano deliberatamente sulle sue coste, oppure vengono ricacciate verso i porti d’origine. Buona parte di chi viaggia su di esse viene catturata dai britannici e trasferita, a migliaia, nel campo di internamento di Karaolos nell’isola di Cipro. E anche qui sono di nuovo presenti a decine i bambini di Moshe.

A ciò si aggiunge il conflitto feroce tra inglesi e gli ebrei di Palestina; alla grande retata di migliaia ebrei del 29 giugno 1946, seguirà, il 22 luglio, la risposta terroristica degli estremisti ebrei che faranno saltare l’albergo King David, sede del potere militare britannico a Gerusalemme con 91 morti, a cui farà seguito la durissima repressione inglese con impiccagioni e detenzioni di massa. Ma quello sarà anche il momento in cui il realismo di Ben Gurion si opporrà e prevarrà sulla scelta terroristica di Menachem Beghin e compagni.

Ma altri temi forti che riguardano i bambini di Moshe, sono messi in luce in questo appassionante testo di Luzzatto: quello del contrasto tra i sabra, cioè degli ebrei già abitanti della Palestina, e i sopravvissuti dalla Shoah. I sabra mostrano una totale incomprensione della loro storia, li disprezzano, li accusano di non essere dei buoni soldati, di essersi comportati come pecore, di essersi lasciati uccidere passivamente, li chiamano per disprezzo “sabon”, come se i loro corpi bruciati avessero avuto questa destinazione, e li percepiscono come “esseri diversi, strani, guasti”, che con chissà quali compromessi si sono salvati, mentre a loro volta i sopravvissuti tacciono, come fosse impossibile raccontare e credere a quanto è loro accaduto.

E c'è ancora una storia che emerge e che Luzzatto giustamente considera, quella del conflitto tra ebrei e palestinesi. L'opposizione araba all'immigrazione ebraica comincia presto; già nel 1936 si contano un buon numero di uccisioni di ebrei immigrati nel paese, ed esplode più violenta e generalizzata nel gennaio del 1948, quando non si contano i morti dall'una e dall'altra parte, e poi dopo il 14 maggio con la fine del mandato britannico e la dichiarazione d'indipendenza. Molti bambini di Moshe vengono reclutati nel Palmakh, combattono, sono feriti, muoiono, mentre esplodono le contraddizioni, probabilmente inevitabili, tra l'ideologia della liberazione e quella dell'oppressione, con il massacro di civili arabi, la distruzione dei loro villaggi e la loro messa in fuga e la deportazione, per realizzare la fragilissima continuità degli spazi di uno stato dai confini difficilmente difendibili. Luzzatto mette bene in luce come “la fine dell'esodo corrisponde con l'inizio di un esilio: decine di migliaia di profughi ebrei, in maggioranza sopravvissuti alla Shoah, trovano una patria mentre la perdono centinaia di migliaia di profughi arabi”. Ed è la stessa Golda Meir visitando Haifa a riconoscere: “sono entrata nelle case... c'erano case dove il caffè e la pita erano ancora sul tavolo e io non potevo evitare di pensare che questo, proprio questo, era stato lo spettacolo di tante borgate ebraiche”. Ma, conclude Luzzatto: “gli orfani della Shoah ce l'avevano fatta, non solo a raggiungere la Terra Promessa, ma anche a combattere per la nascita d'Israele. E curavano adesso di preservarne i confini, secondo un'interpretazione del sionismo che Moshe Zeiri aveva trasmesso loro in Italia.”

Emilio Jona

 

Sergio Luzzatto, I bambini di Moshe - Gli orfani della Shoah e la nascita d’Israele, Einaudi 2018, pp. 393, € 32

 

 
Sciesopoli   Sciesopoli, Moshe Zeri con la moglie Yehudit, la figlia Nitza e alcuni dei bambini

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