Guerra e pace

L'Irak, Israele e gli ebrei

di Giorgio Gomel

 

Uno stereotipo diffuso fra alcuni opinion makers in Europa è che la guerra all’Iraq abbia servito gli interessi di Israele e dell’ebraismo americano e mondiale e che, quasi in una variante moderna dei Protocolli dei Savi di Sion, sia il potere degli ebrei a guidare la politica estera degli Stati Uniti e quindi, in virtù della supremazia planetaria di questi, le sorti stesse del mondo.

Questo preconcetto è falso.

Va confutato prima che si radichi negli orientamenti profondi dell’opinione pubblica non solo perché esso può facilmente degenerare in posizioni antisemite, ma perché è oggettivamente falso.

Certamente, la deposizione, cattura o morte di Saddam Hussein e il disarmo dell’Iraq sono benefici importanti per Israele. La potenziale minaccia militare irachena sul fronte orientale è dissolta. Un canale di finanziamento del terrore suicida palestinese è reciso. Ma non è affatto certo che il trapianto forzato di democrazia occidentale in un paese arabo abbia successo, né è certo che alla vittoria dell’esercito americano non segua nel tempo un’ulteriore esplosione di radicalismo arabo-islamico volto contro l’Occidente. Né è certo che la sconfitta dell’Iraq dischiuda - se non vi sarà un’azione di pressione energica e concertata in seno al Quartetto fra Europa e Stati Uniti - spiragli di una trattativa fra Israele e Palestina, come avvenne dieci anni fa quando al termine della Guerra del Golfo prima la Conferenza di Madrid, poi la vittoria elettorale di Rabin contro il Likud di Shamir posero le premesse degli accordi di Oslo del 1993.

Non resiste a un solido esame critico neppure l’opinione per cui sia stata preponderante l’influenza ebraica nel Congresso americano, in particolare attraverso l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e il Jewish Institute for National Security Affairs, per giungere al voto quasi unanime in appoggio all’Amministrazione circa l’invasione dell’Iraq. Certamente, l’AIPAC esercita un’influenza importante nel Congresso in favore di Israele, e spesso in sostegno alle posizioni più oltranziste della destra israeliana, ma nel caso dell’Iraq sono stati altri interessi organizzati a spingere potentemente per la guerra: l’industria militare, le compagnie petrolifere, le correnti fondamentaliste cristiane.

La terza asserzione che si ritrova nel dibattito circa gli ebrei e la guerra attiene al numero elevato di ebrei nell’intelligentsjia neoconservative, oltreché tra i consiglieri di Bush e i policy makers più influenti nel partito repubblicano e nell’Amministrazione. Questi annoverano alcuni dei principali artefici della strategia della "guerra preventiva" e della dottrina del dominio "unilateralista" degli Stati Uniti. Ricordiamo alcuni dei più noti. Fra i primi, William Kristol (1), Charles Krauthammer, Robert Kagan, Daniel Pipes. Fra i secondi, Paul Wolfowitz (Vicesegretario alla Difesa ), Richard Perle (Chairman del Defense Policy Board), Douglas Feith (uno dei Sottosegretari alla Difesa), Elliot Abrams (Direttore per il Medio Oriente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, già incriminato perché implicato negli anni di Reagan nell’affare Iran-Contras nicaraguensi).

Anche qui il giudizio è in parte viziato da una deformazione statistica. Intanto, era preponderante il numero di ebrei nell’Amministrazione Clinton - da Madeleine Albright ai Ministri del Tesoro Rubin e Summers, dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Samuel Berger al Ministro del Lavoro Reich, agli inviati in Medio Oriente Dennis Ross, Aaron Miller, ecc. Secondo, è molto elevato il numero di ebrei fra gli esponenti democratici più "liberal" nel Congresso e nella sinistra intellettuale (2).

In verità, ambedue i fatti sono epifenomeni di un comune elemento sottostante, cioè, il primato intellettuale che il mondo ebraico esercita nella società civile e nelle istituzioni negli Stati Uniti.

Due sono, a mio avviso, invece le questioni veramente rilevanti.

L’una è se il peso crescente di questi ebrei neoconservative tradisca o precorra uno spostamento a destra dell’ebraismo americano e delle sue tradizionali inclinazioni progressiste (3).

La seconda è se vi siano un’affinità ideologica e un’alleanza politica, al di là di una contingente convergenza di interessi nel favorire la guerra all’Iraq, fra questa corrente di pensiero e la destra nazionalista al potere in Israele.

Circa il primo punto è possibile che gli anni a venire - sin dalle elezioni presidenziali del prossimo anno - segnino uno spostamento nel voto degli ebrei americani in favore del partito repubblicano per almeno due motivi : 1) sebbene gli ebrei restino in larga parte legati idealmente ai valori propri dei democratici (tutela delle minoranze, pluralismo religioso, separazione fra stato e chiese, antirazzismo), dal punto di vista sociale essi si vanno integrando sempre più negli strati medio-alti e conformando quindi a interessi di classe e valori conservatori; 2) come riflesso del sostegno americano a Israele e, in particolare, del sostegno dell’Amministrazione Bush a Sharon e al Likud. La novità politica importante risiede dunque, non tanto nel peso degli ebrei neoconservative - in larga parte ebrei del tutto assimilati, silenti circa la loro ebraicità -, quanto nel crescere di una presenza ebraica organizzata nel partito repubblicano, un tempo del tutto minoritaria anche negli anni di Reagan e di Bush padre. Spiccano fra questi alcuni grossi finanziatori quali il gioviale Mel Sembler, oggi ambasciatore americano a Roma, ieri esponente repubblicano nella Florida retta dal fratello di Bush.

Circa il secondo punto, è vero e inquietante che si sia cementata un’alleanza ideologico-politica fra i neoconservative negli Stati Uniti e la destra israeliana. Essi propugnano l’idea che Israele e Stati Uniti debbano muoversi all’unisono e che nel Medio Oriente la cooperazione strategica con Israele sia vitale alle esigenze di sicurezza degli Stati Uniti. Questa visione di una comunanza di interessi è stata ovviamente rafforzata dagli attentati del settembre 2001 e dall’abilità retorica di Sharon nell’equiparare Arafat a Bin Laden, l’Israele assediato dai palestinesi all’America aggredita dal terrore di Al Qaeda.

Ma la sua genesi precede l’ondata terroristica recente. Già nel 1996 Richard Perle, Douglas Feith e altri, come consulenti di Netanyahu allora primo ministro di Israele, lo esortavano in un loro rapporto ad abbandonare gli accordi di Oslo e il principio di "territori in cambio di pace" e ad agire per affermare il Grande Israele e per rimuovere dal potere Saddam Hussein. Più di recente, allorché nel giugno 2002 Bush presentò il suo piano per la ripresa delle trattative israelo-palestinesi che pose le premesse della successiva "roadmap" oggi in discussione, numerosi esponenti di associazioni ebraiche americane - religiose e laiche - non ebbero alcuna remora a firmare una petizione al Presidente contro la nascita di uno stato palestinese con esponenti della destra repubblicana e cristiano-fondamentalista. L’imperativo della difesa di Israele e, con l’inasprirsi del conflitto con i palestinesi, il sostegno alle posizioni più scioviniste e refrattarie al compromesso dei suoi governi hanno spinto molte associazioni ebraiche di tendenza moderata-conservatrice ad accettare le seduzioni della "Christian Right" e delle sette evangeliche fondamentaliste. Queste sono strumentalmente e provvisoriamente filoisraeliane, ma nel profondo antisemite. Abbracciano l’ideologia estremista del Grande Israele, predicano l’annessione dei territori occupati e la soggezione permanente dei palestinesi.

Come ricorda acutamente Barbara Spinelli (La Stampa, 6.4.2003), "Lo Stato di Israele deve esistere e grandemente espandersi affinché siano create le condizioni del Secondo avvento di Gesù: un avvento che comporterà tuttavia la fine dello Stato di Israele, la conversione in massa degli ebrei, e il loro sciogliersi definitivo nel cristianesimo che trionferà all’indomani dell’Armageddon, la finale lotta tra bene e male… Israele è al tempo stesso condizione del ritorno messianico e figura dell’anticristo… Ambedue elette da Dio, la nazione americana e quella israeliana hanno un comune compito di redenzione del mondo, ma alla fine una delle due - la nazione terrena - sarà inghiottita dall’altra, la nazione celeste. A parole Israele è difesa. In realtà viene usata".

Quali sono dunque, in questo contesto, le chances effettive che gli Stati Uniti, d’intesa con il Quartetto, impongano a Israele l’accettazione della "roadmap" per la pace e la nascita di uno stato palestinese entro il 2005? Non molte, anche se dopo la guerra all’Iraq i rapporti con il mondo arabo e l’Europa e la necessità di stabilizzare la regione spingeranno Bush in questa direzione. I segnali dei mesi scorsi non sono incoraggianti. La "roadmap" doveva essere resa pubblica nel dicembre 2002. Ma Sharon ottenne in una prima fase che fosse rinviata a dopo le elezioni israeliane, ricevendo così dagli Stati Uniti un appoggio enorme alla sua campagna, poi a dopo la guerra irachena. In questi giorni il governo d’Israele ha chiesto agli americani emendamenti sostanziali al piano.

Gli interessi della destra repubblicana e la prospettiva delle elezioni del 2004 indeboliranno la capacità di Bush di premere su Sharon. Eppure, soltanto le pressioni degli Stati Uniti, con il sostegno del resto del mondo e una qualche forma di presenza internazionale - di osservatori oppure di una vera forza multinazionale di pace (4) - potranno porre un freno alla violenza, dare avvio allo smantellamento delle colonie ebraiche, condurre a una crisi di governo in Israele con l’uscita dei partiti di estrema destra contrari ad ogni accordo di pace e riportare le parti al tavolo dei negoziati sulla base dei parametri di Clinton del dicembre 2000.

Giorgio Gomel

 

(1) William Kristol, di cui è uscito di recente con Lawrence Kaplan, "The War over Iraq: Saddam’s Tyranny and America’s Mission", Encounter, è autore del "Project for the New American Century" - il testo ideologico principale di questa corrente di pensiero. Come Kristol, anche altri sono figli - in senso biologico, non solo culturale - dei primi teorici neoconservative che ebbero grande influenza intellettuale negli anni ’80 nello spingere verso una politica estera più assertiva nei riguardi dell’URSS e del "comunismo" mondiale : Norman Podhoretz, Irving Kristol, Nathan Glazer. Ironicamente, da giovani (negli anni ’40) buona parte di costoro erano ideologicamente trotzkisti.

(2) Fra questi, vi sono i 456 firmatari, di cui 125 rabbini, di un appello reso pubblico sul New York Times il 21 marzo scorso dal titolo "Perché gli ebrei dovrebbero opporsi alla guerra all’Iraq". Il messaggio principale era: "Il precetto ebraico à chiaro : persegui la giustizia, ricerca la pace, opera incessantemente per il Tikkun Olam".

(3) Ancora nelle elezioni del 2000 Bush ottenne meno del 20 % del voto ebraico.

(4) In un recente scritto ( "Dopo l’Iraq. Il fronte israeliano", Aspenia, 20, 2003), Shlomo Ben-Ami, Ministro degli esteri nell’ultimo governo Barak, propone che una forza internazionale di peace-keeping agisca sotto l’egida di un vero e proprio mandato internazionale nei Territori.

 

Uno stralcio di questo articolo è stato pubblicato su "la Stampa" del 20 maggio 2003