Libri
Morire
per Gerusalemme
“...Shimon Peres...incontrando alla Knesset, il 22 luglio
2003, un gruppo di cadetti... russi, ha avanzato una sua nuova proposta di pace
per Gerusalemme, che riecheggia le ipotesi di internazionalizzazione in auge
molti anni or sono: l’area comprendente i Luoghi Santi a ebrei, cristiani e
mussulmani (il cosiddetto “Bacino Sacro”) dovrebbe essere dichiarata
“capitale del mondo” e posta sotto l’autorità del segretario generale
dell’ONU nella veste di sindaco; ciascuna religione manterrebbe la gestione
dei propri siti sacri senza che nessuno Stato si veda attribuita la sovranità
su di essi; i restanti quartieri della città oggetto di contrasto dovrebbero
essere divisi tra arabi ed ebrei, attribuendone dieci all’amministrazione di
un vicesindaco palestinese ed otto all’amministrazione di un vicesindaco
israeliano”.
Con questa idea, definita da Di Motoli e Pallante, autori di Morire
per Gerusalemme, come “irrealistica e visionaria”, si conclude
questo pregevole saggio in cui viene posto in evidenza come i problemi connessi
con Gerusalemme abbiano, fin dal primo novecento, giocato un ruolo essenziale
nell’ambito del conflitto arabo-israeliano e come le decine di piani che nel
corso di un intero secolo e ai più diversi livelli, sono stati elaborati per
tentare di dirimere le dispute attorno alla sovranità sulla città, non siano
stati in grado di predisporre delle soluzioni accettabili da entrambe le parti.
Dei due autori di questo saggio il primo, (Di Motoli) è uno
storico ed il secondo (Pallante) è un giurista: questa scrittura a quattro mani
ha permesso di trattare compiutamente e con chiarezza non solo le vicende
storiche ma anche le problematiche di natura giuridica e
politico-amministrativa, legate al particolare status della città di
Gerusalemme e dei suoi abitanti. E questo è certamente uno degli aspetti
peculiari dell’opera.
La storia inizia con un breve excursus sulla Gerusalemme di
metà ottocento, sotto l’impero ottomano, con i suoi quindicimila abitanti:
6.000 ebrei per lo più ortodossi che vivono in condizioni miserabili, 5.400
mussulmani in migliori condizioni e con poche ricche famiglie dominanti, e 3.600
cristiani, lacerati da feroci antagonismi interreligiosi, che gravitano attorno
al turismo dei luoghi santi. Viene ricordata l’importanza del “firmano”
emesso dal governo ottomano nel 1852 che, al fine di evitare le dispute tra le
diverse confessioni religiose, sancisce quello status quo cui tutt’oggi
si fa ancora riferimento. Vengono poi ripercorsi gli anni del mandato britannico
caratterizzati dall’acuirsi della conflittualità e dal progressivo
deterioramento dei rapporti tra ebrei, arabi e potenza mandataria: crisi che
hanno quasi sempre avuto il loro epicentro in Gerusalemme per estendersi poi al
resto del paese. Tra le varie curiosità viene ricordata l’ordinanza del
Colonnello Ronald Storrs, primo governatore militare britannico, che nel 1918
stabilisce che tutte le facciate degli edifici avrebbero dovuto essere in
pietra. (stile che da allora ha caratterizzato l’edilizia della città e a
cui, ancora oggi, ci si attiene). Si passa poi al primo dei tanti progetti di
internazionalizzazione della città elaborato nel 1947 dalle Nazioni Uniti ed
alle convulse vicende della guerra di indipendenza conclusesi con la spartizione
di Gerusalemme tra Israele e Giordania, con la famosa Porta di Mandelbaum
a costituire l’unico varco tra le due parti della città; spartizione decisa
unilateralmente da ciascuno dei due contendenti, in difformità dalle
risoluzioni dell’ONU
Di notevole interesse è la trattazione delle questioni
connesse con le incertezze del quadro giuridico e con i precari equilibri
politico-amministrativi che si vanno instaurando, nonché quella delle
problematiche relative alla contrapposizione tra la monarchia giordana ed i
nazionalisti palestinesi, che caratterizzano gli anni intercorrenti tra il 1948
ed il 1967 e che, ancora una volta, trovano in Gerusalemme una delle principali
cause scatenanti della conflittualità; l’assassinio del Re di Giordania
Abdallah, avvenuto proprio a Gerusalemme nel 1951, può essere assunto a simbolo
di questa conflittualità. Sono comunque anni di crescita della parte
occidentale israeliana e di decadimento di quella orientale giordana. La guerra
del 1967, con la conquista della parte araba della città, propone per la prima
volta il dilemma tra annessione e riunificazione e crea comunque le condizioni
per il riassetto del contesto urbanistico delle città vecchia e per la
tumultuosa espansione della città nuova, che nel frattempo, pur tra infinite
polemiche e resistenze, diventa capitale dello Stato di Israele. Giusto risalto
viene dato al susseguirsi incessante dei piani di esproprio delle proprietà
arabe e viene posto chiaramente in luce come si sia sempre trattato di una
progressione che ha costituito la base dell’espansione della città, ma che ha
anche avuto come obiettivo di lungo periodo, l’isolamento della parte araba
della città dal resto della Cisgiordania, con lo strascico di frustrazione che
ne è derivato e che ha contribuito a rendere sempre più arduo il
raggiungimento di un accordo tra le parti. Con altrettanta abbondanza di
elementi viene posto in risalto il ruolo svolto dai tre carismatici sindaci che
si sono susseguiti alla guida della città: dal laburista Teddy Kollek, sindaco
per ben 28 anni (dal 1965 al 1992), a Ehud Olmert del Likud, sindaco per 12 anni
(dal 1992 al 2003), all’ortodosso Uri Lupoliansky (dal 2003 ai nostri giorni).
Il progressivo mutare del colore politico dei tre sindaci è certamente un
elemento che meglio di tanti altri aiuta a capire quale sia stata l’evoluzione
che la città ha vissuto nel corso di questi ultimi quarant’anni!
La storia di Gerusalemme è una storia che si snoda su un
binario parallelo ma spesso non coincidente con quella di Israele, a causa delle
particolarissime condizioni in cui si sono venuti a trovare gli abitanti del
settore orientale, fermamente determinati ad opporsi con ogni mezzo, compreso
quello degli attentati terroristici, alla politica dei fatti compiuti adottata
dal governo israeliano, ma al tempo stesso sostanzialmente impotenti ad
impedirla.
Il 1980 rappresenta l’anno della svolta perché è l’anno
in cui viene approvata dalla Knesset la legge fondamentale che sancisce
definitivamente l’annessione ad Israele della parte est della città e che fa
di “Gerusalemme unita, nella sua interezza la Capitale di Israele”.
Gerusalemme rappresenta comunque il baricentro attorno a cui
ruotano pressoché tutti gli episodi salienti della storia di Israele ed il
problema per eccellenza, la cui soluzione viene costantemente rimandata nel
corso delle varie trattative, dagli accordi di Oslo del 1993 in poi.
Di particolare interesse è poi l’ultima parte del libro,
nella quale vengono dettagliatamente descritte le dispute tra Barak ed Arafat,
con Clinton nel ruolo di mediatore, durante il vertice del luglio 2000 a Camp
David e durante i colloqui che poco dopo ed in extremis si sono svolti a Taba:
dalla dettagliatissima cronaca di quegli incontri emerge ancora una volta in
tutta la sua drammaticità e complessità la questione di Gerusalemme che è
certamente una delle cause principali di quel fallimento.
Il libro termina con il capitolo dedicato alla Road Map,
accettata sia pure con riserve dai palestinesi e dagli israeliani nel 2003 che,
come era accaduto per gli accordi di Oslo, tralascia ancora una volta di
affrontare l’inestricabile nodo di Gerusalemme e che purtroppo a tutt’oggi
non rappresenta altro che l’ennesimo vano tentativo di trovare una via di
uscita per un conflitto ormai secolare.
Tullio Levi
Paolo Di Motoli - Francesco Pallante, Morire per
Gerusalemme. Storia delle guerre per la Città santa, Datanews, Roma 2004,
pp. 218, e 11,35
Un
altro Islam
Lettera a un Kamikaze di Khaled Fuad Allam, docente di sociologia del mondo
musulmano nelle università di Trieste e Urbino, è il libro che da tempo
auspicavamo: una critica radicale e senza compromessi al terrorismo suicida
condotta da un musulmano sulla base dei testi propri della cultura islamica, a
cominciare dallo stesso Corano. Non a caso, come è stato sottolineato nella
presentazione alla Fiera del Libro di Torino, è stato scelto il termine
giapponese kamikaze al posto di shahid, proprio per sottolineare
l’estraneità del terrorismo suicida di oggi dalla tradizione dell’Islam.
Il libretto si legge tutto d’un fiato, trascinati dalla
passione dell’autore; Fuad Allam si rivolge direttamente a un ipotetico
giovane terrorista suicida in procinto di seminare morte e distruzione in un
punto qualunque del globo (che tu sia di Cecenia, di Palestina, di Indonesia,
di Irak o di qualche paese d’Europa o d’Occidente), cerca di immaginare
i suoi pensieri, di penetrare il vuoto che si è creato intorno, di confutare
gli insegnamenti dei suoi maestri. Estremamente interessanti le citazioni da
testi per la maggior parte dell’Islam medievale, che danno prova di una
tradizione di apertura e rispetto per l’altro sorprendenti per l’epoca: A
ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via – si legge nel Corano
(sura 5, versetto 48) – mentre se Iddio avesse voluto avrebbe fatto di voi
una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Fuad
Allam non è tenero con il mondo musulmano di oggi: vivendo in un passato
sublimato, rimaniamo prigionieri della storia ed esclusi dal presente. E
tuttavia il libretto cerca di aprire nuove speranze, nuove prospettive: Come
vivere insieme, è questa la domanda posta oggi all’umanità intera.
In un crescendo appassionato abbondano anche citazioni da
autori della cultura occidentale, Hannah Arendt, Edmond Jabes e altri. E questo
porta a domandarsi chi sia in effetti il vero destinatario di questa
“lettera”: l’ipotetico kamikaze o noi? Il testo vuole essere una critica
alla logica del terrorismo suicida e a chi la difende, oppure vuole dimostrare
l’esistenza di un Islam diverso? Questo secondo scopo è dichiarato abbastanza
esplicitamente fin dall’introduzione, in cui l’autore ricorda l’incontro,
ad una trasmissione televisiva, con una ragazza vittima di un attentato nel 1997
a Gerusalemme, ed è ribadito più volte nel corso del libro: Perché il tuo
crimine investe tutti noi musulmani, e sempre più si vuole addossarne la
responsabilità alla nostra intera comunità... In effetti il libro è stato
scritto in italiano. Ad una domanda della giornalista Simonetta Della Seta (che
ha presentato il testo alla Fiera del Libro) su una possibile traduzione in
arabo, Fuad Allam ha risposto, in modo un po’ evasivo, di aver scelto
volutamente la lingua italiana come omaggio alla sua terra di adozione e per
contaminare le sue due culture. Dunque, si tratta di un testo scritto in
italiano per italiani. Tuttavia anche così la sua importanza non può essere
negata: è l’interlocutore che cercavamo dentro l’Islam; se oggi può solo
dirci che esiste, se oggi il testo non può essere proposto davvero al mondo
arabo, non è detto che domani le cose non cambino, e comunque è una voce che
deve essere sostenuta, non criticata. Inoltre, anche nell’ambito del dibattito
italiano, questo libretto può essere utilissimo per confutare quei discorsi che
talvolta si sentono anche da noi di comprensione, se non proprio di simpatia,
per il terrorismo suicida, in nome di un malinteso terzomondismo e di un preteso
rispetto per la cultura islamica, di cui Fuad Allam dimostra l’inconsistenza.
Khaled Fuad Allam, Lettera a un kamikaze, Piccoli Saggi, Rizzoli,
Milano 2004, pp. 95, e 8
Se no, no
Il leader prende il sopravvento, allorché, considerando la
prospettiva dell’Unità europea, in via di faticosa e nebulosa
concretizzazione, esprime i timori e le speranze ebraiche al proposito. Che cosa
ci riserva il futuro? Trascendendo postulati un po’ sorpassati del sionismo
classico, “negatore della Golà”, Luzzatto auspica ottimisticamente, che gli
ebrei di Europa diventino il terzo polo del popolo ebraico, tra Stato di Israele
ed ebraismo americano, con un loro apporto specifico, politico e culturale, al
“Kelal Israel”. E, nello stesso tempo, basandosi sulla esperienza
transnazionale del passato di ebrei del vecchio continente, ricoprano una
funzione di unione delle “componenti”, di pari dignità, con una certa
analogia, aggiungo io, con i cecoslovacchi ante-seconda guerra mondiale, tra
cechi e slovacchi.
L’avvenire ci confermerà o meno se i desideri del
Presidente UCEI si trasformeranno in realtà. Nel frattempo egli ci ammonisce:
“In caso contrario, non ci resterebbe che concludere, come fece Giuseppe
Mazzini, scrivendo a Carlo Alberto, invitandolo a scendere in campo come
paladino dell’unità di Italia: ‘Se no,no’”.
R.R.
Amos Luzzatto, Il posto degli ebrei, Einaudi, Torino
2003 - pp. 84