Lettere

Dove stiamo andando?

Cari amici di Ha-Keillah,

Come ebreo veneziano ho firmato, assieme a molti altri, la richiesta di un’assemblea per sapere qualche cosa di più sulla situazione dell’ebraismo italiano. Ho avuto come risposta due lettere, molto belle e corrette, in cui si dice che, per il momento, l’incontro non avrà luogo. Gli addetti ai lavori sono tutti molto impegnati.

Dovremmo sapere qualche cosa di più da una news letter, che l’Unione manda ai Presidenti delle Comunità e che questi dovrebbero inviare, nella propria città, via e mail. Ma non risulta che a Venezia sia arrivato nulla. La cosa non stupisce, perché gli ebrei veneziani sanno bene come ampia informazione e democrazia siano prassi costante dell’attuale Consiglio.

Stupisce invece un’affermazione di Amos Luzzatto, nella sua lettera indirizzata a Dario Calimani "Da quanto mi si dice, non esistono invece divergenze sostanziali fra la linea politica che io sto conducendo e il punto di vista dei rappresentanti degli ebrei italiani." Mi permetto di dissentire da questa frase.

Poco sappiamo di quanto ha fatto in questi anni l’UCEI. Dai quotidiani abbiamo saputo a suo tempo che Amos Luzzatto è andato in Israele con un certo Gianfranco Fini, oggi ministro degli esteri del governo Berlusconi. Da informazioni assunte non risulta che Amos abbia chiesto al Consiglio dell’Unione l’autorizzazione a questo viaggio.

Ora, da una lettera di Tullio Levi su Ha-Kehillà, apprendo che il Vicepresidente Morpurgo è legato alla Compagnia delle Opere.

Gradirei sapere se qualche altro membro di Giunta sia altrettanto cordialmente legato a Calderoli ed alla Lega.

Quando l’attuale Consiglio dell’UCEI venne eletto si disse che nove consiglieri erano collocati a sinistra (tra questi mettevo ovviamente Amos, ricordando la sua lunga militanza nel PCI), altri sei erano collocati a destra.

So bene quanto queste distinzioni siano ormai obsolete. Mi chiedo tuttavia, se il Consiglio fosse stato in maggioranza di destra, che cosa avrebbe potuto fare di più e di meglio?

Il simpatico Guastalla della Belforte, già candidato della Cdl a Livorno, ha presentato un libro di Fini nella sua libreria. Mi si dice che Amos Luzzatto, invitato ma impossibilitato ad intervenire, si sia fatto rappresentare dal suo vice Avv. Morpurgo.

Che cosa ha fatto l’Unione in questi anni per la laicità dello Stato? Abbiamo mai sentito una parola (certo, senza unirsi alle provocazioni di Adel Smith) contro il crocifisso nelle aule scolastiche?

Il discorso potrebbe – e dovrebbe – allargarsi notevolmente.

Desidero solo, poiché il Congresso dell’ Unione sarà tra meno di un anno, aprire il dibattito.

Forse non servirà a nulla. Vorrei tuttavia sapere quanti ebrei antifascisti ci sono ancora in Italia.

Un cordiale Shalom.

Roberto Bassi

 

UCEI, KKL e Compagnia delle Opere

p.c. Al Consiglio UCEI

Ai Presidenti di Comunità

Alle Associazioni e Istituzioni Ebraiche

 

Ho letto l’articolo, a firma Tullio Levi apparso sul numero 2 del corrente anno della rivista Ha-Keillah, con il titolo "Compagnia delle Opere ed Istituzioni Ebraiche".

Trovo necessario prendere posizione su quanto riportato, nel menzionato articolo, in relazione al Vice Presidente dell’UCEI, avv. Claudio Morpurgo.

L’UCEI prevede che essere eletti a cariche direttive non implichi l’interdizione ad esprimere proprie opinioni a livello personale, ciò che viene raccomandato sono piuttosto misura ed equilibrio nelle proprie esternazioni, ricordandosi che l’UCEI rappresenta tutti gli ebrei italiani.

Nella fattispecie, l’avv. Claudio Morpurgo, nella sua attività presso l’UCEI e quale mio stretto collaboratore per oltre 7 anni, ha mostrato dedizione encomiabile e impegno nella ricerca di mediazione tra le diverse esigenze e istanze degli ebrei italiani, nell’interesse primario della collettività ebraica.Egli ha sempre operato, nel rispetto del mandato rappresentativo conferitogli in seno all’UCEI, pur esprimendo talvolta opinioni che posso anche non condividere ma che sono comunque legittime.

Nella seduta di Giunta del 22 marzo c.a., su mia precisa indicazione, è stata discussa la posizione di Claudio Morpurgo rispetto alla sua presenza nel direttivo della Compagnia delle Opere; la Giunta ha preso atto di una comunicazione scritta del Presidente della Compagnia stessa, che negava l’addebito, dichiarandolo frutto di un errore.

La vertenza è stata così chiusa.

È mio auspicio inoltre che una realtà con una lunga storia e tradizione quale il KKL -Fondo Nazionale Ebraico, ritrovi la piena unità di intenti e di collaborazione tra i suoi dirigenti ed attivisti.

La Comunità Ebraica Italiana ha oggi importanti, pressanti e prioritari obiettivi da raggiungere, sia al suo interno che di fronte alla società ed all’opinione pubblica italiana. Questi esigono da noi unitarietà e rispetto reciproco.

Amos Luzzatto

Presidente UCEI

 

Nulla da obiettare sul fatto che chi ricopre cariche direttive all’interno dell’Unione sia libero di esprimere le proprie opinioni a livello personale, ci mancherebbe: ciò che mi lascia perplesso è la partecipazione continuativa alle iniziative di CL da parte del Vice Presidente dell’UCEI in quanto tale e ciò che mi preoccupa sono le sue reiterate affermazioni di condivisione da parte ebraica del messaggio di CL: preoccupazione causata sia per l’immagine dell’ebraismo che viene trasmessa, sia per il timore che una sorta di contiguità col "ciellismo" si stia affermando all’interno delle nostre istituzioni.

T.L

 

Il dialogo giorno per giorno

La Compagnia delle Opere in Israele e nell’Autorità Palestinese

 

Cari amici di Ha Keillah,

ho letto l’articolo di Tullio Levi "... compagnia delle opere ed istituzioni ebraiche" apparso sul n. 149 di HaKeillah.

Non intendo minimamente entrare nella polemica in corso intorno alle vicende del KKL italiano. Circa i presunti legami ipotizzati da Tullio tra la direzione del KKL e la CdO (legami che ho la sensazione il tono dell’articolo amplifichi dando un’impressione sproporzionata alla realtà, sempre ammesso che tali legami siano caratterizzati dalle valenze ipotizzate da Tullio) credo siano stati avvicinati attraverso lo stesso articolo due contesti non necessariamente legati tra loro; o per lo meno non in relazione alle difficili vicende che attraversa il KKL.

Tuttavia, dal momento che sulle pagine di HaKeillah è comparso il nome "Compagnia delle Opere", penso vi interesserà ricevere alcune informazioni – derivate dall’esperienza diretta – circa l’attuale presenza e operatività della CdO in Israele / Territori Autonomia Palestinese.

Perché fornire tali informazioni?

Perché, avendo constatato il legame ipotizzato tra le due istituzioni e – inoltre – quanto la sigla CdO abbia "sconvolto", "fatto sobbalzare", etc. Tullio, non voglio che eventuali notizie di seconda mano, o "sentito dire", emergano fuori del loro reale contesto, lasciando poi qualcuno interdetto. Tantomeno qualcuno dei miei amici, come Tullio Levi, per il quale provo non solo stima, ma – dai tempi della mia infanzia a Torino- vero e proprio affetto.

Ma passiamo ai fatti.

Nel settembre 2004 la CdO ha aperto una sua rappresentanza locale in Israele (la 14ma rappresentanza CdO fuori di Italia) cui è stato dato il nome "CdO Jerusalem".

Questa apertura è stata preceduta, circa un mese prima, dalla presenza al Meeting di Rimini (Comunione e Liberazione) del Min. degli Esteri Israeliano Shalom che, nell’ambito del Meeting stesso, aveva incontrato il proprio equivalente palestinese Nabiil Shaat.

La CdO Jerusalem non ha mai avuto alcun contatto con il KKL, né in Italia, né tantomeno in Israele, a parte la piantagione di un albero in occasione della propria fondazione; ma questo è un atto celebrativo comune ad un’infinità di privati ed istituzioni quando si trovano in visita in Israele.

Lo scopo della CdO Jerusalem è incoraggiare ed assistere progetti culturali ed imprenditoriali tra Italia e Israele, ma – soprattutto – avviare e seguire progetti bilaterali israelo-palestinesi, nonché i cosiddetti "progetti trilaterali", ovvero Italia-Israele-Palestina.

In questo senso, ad esempio, è in fase molto avanzata un progetto trilaterale nel settore agricolo che, a breve termine, porterà in Cisgiordania, nei territori dell’ Autorità Nazionale Palestinese, ad un significativo sviluppo professionale e commerciale per molti agricoltori palestinesi, nonché una certa fetta di lavoro per partner israeliani ed italiani. Come questo sono in via di sviluppo altri progetti, soprattutto nel settore della formazione professionale.

Il principale scopo di queste operazioni è incrementare, in modo pratico e operativo, la convivenza tra israeliani e palestinesi. Usando termini meno formali, l’idea è che, se in una determinata zona ci sono interessi imprenditoriali ed economici comuni israelo-palestinesi, questo crea le condizioni per cui "se entrambe le parti hanno ancora più da perdere", in quella determinata zona, diminuirà la tensione e le probabilità di scontro violento, aumentando la conoscenza comune tramite il dover – giorno per giorno – trovarsi sul lavoro, risolvendo insieme problemi di interesse comune.

Questo approccio è non molto diverso da quanto spesso teorizzato da Shimon Peres ed avanzato praticamente dal suo "Centro Peres per la Pace".

Un altro scopo è inoltre individuabile dietro la presenza CdO in Israele/Territori ANP: sostegno alla popolazione cristiana palestinese.

Da alcuni anni questa popolazione è purtroppo soggetta a depauperazione economica, soprusi, intimidazioni, praticamente ad una vera e propria persecuzione, da parte della fascia estremista palestinese islamica. Questo fenomeno, purtroppo quasi non evidenziato dai mezzi di comunicazione italiani, ha portato in alcuni casi a veri e propri "ricambi etnici" in diverse aree dei territori ANP. Il caso forse più eclatante – pur non trattandosi di un totale ricambio – è rilevabile nell’area di Betlemme, tradizionalmente a maggioranza cristiana, il cui tessuto socio-religioso è drasticamente cambiato a favore dei fattori islamici.

I progetti sostenuti dalla CdO privilegiano – anche se non esclusivamente – quelle aree nelle quali è possibile portare un sostegno concreto alle popolazioni palestinesi cristiane. Sottolineo: "non esclusivamente"; ad es. il progetto agricolo ricordato sopra non distingue in alcun modo tra palestinesi cristiani e non.

Il sostegno alla popolazione palestinese cristiana ha comunque valenze non solo umanitarie a se stanti. Rientra infatti in una politica di sostegno a quei settori del mondo palestinese maggiormente aperti al dialogo, politica caldeggiata dal governo israeliano in modo più o meno esplicito a seconda dei casi. Questo nell’ambito di un necessaria riapertura ai processi di pace, gravemente danneggiati negli ultimi anni, che potranno dare risultati duraturi solo se sostenuti dalla base stessa della società palestinese, a dispetto di quanto eventualmente promosso dal vertice; (vedi ad es. il capovolgimento dell’atteggiamento di Arafat, al domani del fallimento di Camp David a fine estate 2000, cui nessuna frangia palestinese moderata ha potuto opporsi, con le relative conseguenze).

Quest’ ultima nota, per quanto mi riguarda, non esime certo gli israeliani da un necessario ritorno al dialogo e agli sforzi di pace, comprensibilmente frustrati dagli ultimi intensi anni di terrorismo, sforzi che non possono tuttavia essere accantonati.

Ed ora una nota personale (di nuovo, per non far indebitamente sobbalzare troppo – sul mio conto – parte degli amici di Torino, cui penso sempre con affetto e una incancellabile nostalgia).

A suo tempo la CdO si è rivolta, a me e ad alcuni altri ebrei italiani in Israele, con la proposta di coordinare il proprio lavoro per la parte israeliana. Ho valutato la proposta con una certa cautela, informandomi presso varie fonti e anche presso diversi amici in Italia, ebrei e non. Ho potuto così prendere atto di opinioni diverse circa la natura e i fini della CdO.

Con cautela e nonostante tutto, ho deciso di dare una chance alla cosa, accettando questo incarico di coordinamento e direzione che – tengo a sottolineare – è su una base di volontariato.

Debbo ammettere che, in seguito a questo, da quando la cosa è partita, sono entrato in contatto con realtà umane molto positive ed interessanti sia in ambito israeliano e italiano, che –soprattutto- palestinese. Mi trovo a confrontarmi in modo pratico, con molti palestinesi, cosa che da alcuni anni mi era di fatto preclusa. Di una parte di questi palestinesi sono diventato sinceramente amico; un’ altra parte – invece – mi ha concretamente riproposto i gap di mentalità, di disponibilità e capacità mentale che sono parte inscindibile del protrarsi del conflitto tra noi e loro.

È un’esperienza non semplice, spesso disillusoria, ma questo non mi esime dal sentire di doverla mandare avanti. In ogni caso – esperienza personale a parte – mi consente di svolgere un lavoro che ha delle ricadute concrete sul processo di convivenza non violenta, spero addirittura un giorno sulla pace. Sottolineo: ricadute concrete; non solo azioni intenzionali, spirituali o celebrative.

In questo senso devo ammettere, (in modo amaramente ironico, ma affettuoso e non certo rinnegatorio), che, in termini di lavoro pratico per la convivenza e di contatto diretto con i palestinesi (con cui – volenti o nolenti – bisogna qui convivere), ho imparato molto più negli ultimi mesi, che non durante gli anni in cui la mia era una delle poche kippot che vedevo alle manifestazioni di Shalom Akhshav (organizzazione che comunque seguito in generale ad appoggiare, laddove ne condivido l’operato).

Un caro saluto a tutti.

Jonathan Sierra, Gerusalemme.

 

Ho letto con vivo interesse la lettera di Jonathan Sierra che qui pubblichiamo; lo ringrazio per le espressioni di stima ed affetto che, a nome mio personale e di tutti gli amici torinesi, desidero contraccambiare. Non ho ragione per dubitare che l’esperienza "sul campo" da lui maturata possa averlo portato ad avere della CdO la positiva opinione che emerge dal suo scritto.

E tuttavia io ritengo che non possa essere trascurata l’essenza di questa associazione: si tratta di uno dei bracci operativi di quella "Comunione e Liberazione" che si autodefinisce "un movimento ecclesiale il cui scopo è l’educazione cristiana matura dei propri aderenti e la collaborazione alla missione della Chiesa in tutti gli ambiti della società contemporanea".

A conferma di questo orientamento, nell’articolo 4 dello Statuto della Compagnia è scritto testualmente che l’associazione ha la finalità di "promuovere lo spirito di mutua collaborazione e assistenza per una migliore utilizzazione di risorse ed energie...in continuità con la presenza sociale dei cattolici e alla luce degli insegnamenti del Magistero della Chiesa".

Alla luce di questa incontrovertibile caratterizzazione clericale, io mi continuo a domandare come sia possibile che Istituzioni ebraiche, singoli ebrei che ricoprono incarichi istituzionali e semplici ebrei... "con kippà", si possano trovare in sintonia e collaborare per la realizzazione di quegli obbiettivi.

Quanto fin qui detto prescinde da ogni considerazione di tipo soggettivo perché se invece mi pongo in tale ottica, allora non posso sorvolare sui pesanti sospetti che, anche recentemente, i più quotati organi di stampa italiani hanno sollevato sull’operato della CdO e su cosa rappresenti CL nella realtà del nostro paese: un movimento di cattolici militanti che persegue con determinazione l’espansione della presenza della Chiesa all’interno della società civile, assecondandone la vocazione egemonica.

Ma possiamo noi ebrei prescindere da tutto questo?

T.L.

 

 

Circoncisione e infibulazione

Caro direttore,

scrivo rispetto all’articolo Laicità e diritti umani, firmato da Alda Cremisi sull’ultimo numero di Ha Keillah ed in cui ci si rammarica perché nel recente convegno di tale Comitato, io avrei equiparato "la mutilazione genitale femminile e la circoncisione rituale maschile".Mi piacerebbe allora chiarire, sulla sua rivista, la mia – personale – opinione.

Ritengo che i diritti individuali siano importanti e che vadano affermati, anche nei confronti delle comunità religiose. Cosicché considererei un mondo ideale (al riguardo), quello in cui le scelte individuali rispetto al campo religioso venissero fatte, con la maggiore libertà, una volta raggiunta, diciamo così, l’età della ragione.

Ciò, rispetto ad ogni religione.Compresa quella cattolica, nella quale peraltro il rito del battesimo non lascia tracce sul corpo.

Se tuttavia, da tale punto di vista, posso equiparare fra loro questa e quella religione, al tempo stesso ho ben presente che il punto di vista opposto può portare a lasciare sul corpo di una persona, nel caso di qualche religione, tracce minime; nel caso di qualche altra religione – o meglio, di qualche sua componente –, tracce devastanti. Nessuna complessiva equiparazione, dunque, fra circoncisione rituale maschile e mutilazione genitale femminile!

Molto cordialmente,

Attilio Tempestini