Libri
La strage dimenticata
Il 20 settembre 1943 a mio padre giunse la notizia di una strage di ebrei greci commessa da soldati tedeschi a Meina sulle rive del lago Maggiore: sarebbero stati affogati, le mani legate con fili di ferro. Mio padre decise di abbandonare precipitosamente la nostra vecchia casa di Biella Piazzo. Così un gruppo di sette persone, con poche valigie, padre, madre, quattro figli tra gli 8 e 16 anni e una domestica non ebrea, si avviarono a piedi per prendere il tram Biella-Balma e, con modesta cautela, salirono anziché al centro della città, alla fermata periferica di San Giuseppe. Nel percorso ebbero modo di incontrare e salutare amici e conoscenti. Si rifugiarono in una casetta dell’alta valle di Andorno, di proprietà di un amico di mio padre, anche lui non iscritto al fascio e anche lui antifascista. Erano veramente degli sprovveduti, facile preda dei loro persecutori.Mi ha fatto ritornare alla mente quel giorno la lettura di un piccolo libro che rievoca quella strage: La strage dimenticata. Meina 1943, il primo eccidio di ebrei in Italia pubblicato nel 2003 da Interlinea, (un buon editore novarese con un ricco catalogo). Il libro mi era sfuggito, ma è di utile e triste lettura e contiene una ricostruzione a più voci dell’accaduto e il ricordo di una sopravvissuta.
Scriveva Primo Levi: "spaventa tutti il pensiero di quanto potrà accadere tra una ventina d’anni quando tutti i testimoni saranno spariti, allora tutti i falsari potranno affermare o negare qualsiasi cosa".
Come è scritto nell’ultima pagina di copertina, "tra il 13 settembre e l’11 ottobre 1943, fra le belle ville e gli alberghi delle più ridenti e innocue località del Lago Maggiore, si consumò una strage in cui 54 persone – uomini, donne, vecchi, ragazzi, bambini – furono ferocemente massacrate e uccise nelle acque del lago". L’eccidio fu opera delle SS della divisione Leibstandarte Adolf Hitler, fiore all’occhiello del dittatore, fatta di soldati di assoluta fede nazista e di notevole prestanza fisica, (dovevano superare 1,80 m. di altezza). Duramente provati dai combattimenti sul fronte russo, dove avevano compiuto atti efferati su prigionieri e popolazioni, quei soldati furono inviati a presidiare il confine italo-svizzero e a riposare nella quiete di un lago, pieno di villeggianti, di sfollati, di profughi, nei giorni in cui con la resa dell’Italia agli alleati, la guerra sembrava alle loro spalle.
Ma non fu così: la prima occupazione delle SS fu quella di mettersi a caccia di ebrei. Ma in questo caso la loro cattura e la loro morte non avvenne nel burocratico rigore e nella segretezza dei fini, che segnò il percorso dei carri piombati, ma in un modo barbaro e plateale, raccogliendoli, depredandoli alla luce del sole e poi uccidendoli.
Ad esempio tutti gli ospiti di un albergo di Meina furono uccisi a piccoli gruppi di notte con un colpo alla nuca e gettati nel lago, dove i corpi dei vecchi, delle donne e dei bambini vagarono per affiorare poi nel tempo.
I giornalisti e gli storici che si occuparono, non molti anni or sono, di questa strage dimenticata, particolarmente Nozza (Mondadori 1993) e Toscano (Bollettino storico per la provincia di Novara 1993) non giunsero a conclusioni univoche sulla natura degli omicidi.
Si trattò di reati comuni di soldati spietati, dediti alla rapina e all’assassinio, sia pur coperti da un’ideologia e dal fatto che era per loro normale e permesso uccidere ebrei? O di un’azione decisa più in alto loco, condotta da truppe scelte, in un arco di tempo troppo lungo per pensare a soldati sfuggiti al controllo dei superiori, sia pur compiacenti?
Il processo tenutosi a Osnabruk in Sassonia nel 1968 (61 udienze, 180 testimoni) contro 5 dei responsabili si concluse con la prima ipotesi e la condanna di 3 imputati all’ergastolo.
Ma due anni dopo la Corte Suprema di Berlino cancellò quella sentenza affermando che quegli atti non erano di genocidi, ma erano reati comuni e quindi caduti in prescrizione. Così vanno le cose del mondo!
E.J.
La strage dimenticata. Meina 1943, il primo eccidio di ebrei in Italia – Interlinea 2003
La crisi
dell’antifascismoSergio Luzzatto è nato a Genova nel 1963 e insegna storia moderna all’Università di Torino. Il volumetto è una riflessione seria di una persona che non ha vissuto l’era del fascismo, della Shoà, dell'antifascismo e della Resistenza. Quando egli nacque la Costituzione aveva ormai quindici anni.
Egli pone un problema che credo sia comune a tutti i suoi coetanei. Non certo a quei vecchi che queste cose le hanno vissute e le hanno sofferte. Nella quarta di copertina egli scrive: "L’antifascismo sembra corrispondere ad un orizzonte di valori che appartiene ormai al passato". Che l’antifascismo non sia più che un abito vecchio, fuori moda, da riporre in soffitta per sempre, è stato affermato da personaggi autorevoli, non ultimo il presidente del Senato Marcello Pera. E questo tanto più dopo la svolta del 1989 e la fine del comunismo.
Effettivamente le nuove generazioni sembrano sempre meno coinvolte dallo scontro di valori che si esprime nell’espressione "fascismo/antifascismo"; non solo le nuove generazioni ma talvolta anche le vecchie fanno fatica a ricordare e si chiedono se in definitiva non basti affermare l’adesione ad un ideale democratico che dovrebbe coinvolgere tutta la nazione.
Alla domanda risponde l’Autore sottolineando la persistente attualità di una serie di esigenze cui la Costituzione del 1948 ha inteso far fronte: la dittatura fascista fu populistica, razzista, plebiscitaria. Gli stessi caratteri si ritrovano nel sistema berlusconiano insieme col rifiuto dei poteri di garanzia derivanti dall’indipendenza della magistratura, dal primato del Parlamento, dalle prerogative del Presidente della Repubblica, dallo statuto della Corte costituzionale: quei poteri che dànno alla nostra Costituzione i caratteri più genuinamente antifascisti.
L’attualità dell'antifascismo resta intera.
Guido Fubini
Sergio Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2004
I bambini di Selvino
Un bel libro dello scrittore israeliano Aharon Megged (Il viaggio verso la Terra Promessa. La storia dei bambini di Selvino, Mazzotta Editore, Milano 1997) ci illustra la vicenda di un gruppo di bambini e adolescenti ebrei provenienti da vari paesi d’Europa, scampati alla Shoah, riuniti e aiutati in Italia alla fine della guerra e poi avviati in Israele. Bambini polacchi, lituani, ungheresi, ucraini e di altre regioni ancora, provenienti dai Lager o dai ghetti, con esperienze devastanti alle spalle e rimasti senza famiglia; ma anche bambini italiani ospitati durante la guerra in conventi o parrocchie e ormai privi di un’identità ebraica: un gruppo nutrito e in continuo aumento di ragazzini in gravi difficoltà viene soccorso dai soldati ebrei (allora si chiamavano "palestinesi") della 745ª Compagnia del Genio Reale britannico nota come Compagnia Solel Boné (in particolare dal soldato Moshé Ze’iri, attivo educatore), da Raffaele Cantoni e dalla sua segretaria Matilde Cassin, da altri generosi personaggi. Grazie alle conoscenze di Cantoni e all’appoggio dello scienzato socialista Luigi Gorini, il piccolo gruppo di benefattori può avere in affitto l’arioso, accogliente e (secondo i criteri fascisti) bel centro accoglienza di "Sciesopoli" (dal patriota milanese Amatore Sciesa) a Selvino in Val Seriana (Bergamo), destinato sino a pochi anni prima alle vacanze montane di colonie e organizzazioni littorie. Qui si forma una comunità autonoma, ove i piccoli vengono accuditi, aiutati nel loro difficile recupero, istruiti al sionismo e ad aspetti dell’ebraismo. Nel giro di tre anni e mezzo tutti i ragazzi, in tempi e modi diversi, faranno la loro aliyah in Israele, inserendosi in vario modo nella nuova realtà: alcuni di loro fonderanno un Kibbutz a Rosh-ha Nikrà, al confine col Libano.Il libro, arricchito da numerose foto a documentazione della particolare vicenda, non è in commercio. Può essere richiesto direttamente a Gianfranco Moscati – Via Palizzi, 81 – 80127 Napoli – tel.081/5783554 // 347.1410517.
Il ricavato della vendita del volume va a sostegno del progetto "Alyn", in aiuto dei bambini malati dell’Ospedale Hadassah di Gerusalemme.
D.S.
Aharon Megged, Il viaggio verso la Terra Promessa. La storia dei bambini di Selvino, trad. it. di G. Stanzione, Mazzotta Editore, Milano 1997, s.i.p.
Le sue prigioni
Un ebreo dichiarato ma anche aperto (pag. 29) suona troppo come "è un ebreo ma è una brava persona".Ma non ci interessa qui discutere quanto La prigione ebraica. Umori e meditazioni di un testimone di Jean Daniel (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2004) risuoni di echi mutuate da una percezione esteriore e superficiale dell’ebraismo attraverso lenti deformanti assai simili a quelle di tanto antisemitismo cristiano.
Ci basti qui sottolineare che, se esiste qualcosa di simile ad una prigione ebraica derivata dal confondere storia e mito, religione e politica, Jean Daniel vi si è rinchiuso pervicacemente: invero egli non fa altro che mischiare critiche al concetto di Elezione a critiche alla politica israeliana, facendo discendere le seconde dalle prime in un cocktail altisonante in cui la teodicea della Shoah si mischia con l’occupazione di terre altrui promesse, il Tanach (mai in ebraico, lingua la cui conoscenza, per discutere le sfere semantiche di termini come berit o kedushà, Daniel ritiene non pertinente) e le risoluzioni ONU si ingarbugliano senza fine.
In sintesi, un libro strettamente autobiografico in cui Daniel ci racconta le sue prigioni.
Gavriel Segre
Alla cieca
"Le cose bisogna raccontarle continuamente se no si dimenticano".La voce dell’io narrante nell’ultima opera di Cludio Magris è una voce che inchioda lasciando la struggente esigenza di trovare una possibilità di riscatto dai dolori e gli errori ed orrori della vita umana.Alla Cieca è una sorta di romanzo di cronaca minuziosa, di biografia essenziale che riassume ogni possibile viaggio umano nel difficile, spesso lacerante ed ambiguo, "compito del vivere".
"La storia di un defunto. Le lapidi sono romanzi concentrati. O meglio i romanzi sono lapidi dilatate". Si dice in una parte molto intensa e bella dell’opera di Magris.
Miti, ricordi e storia si rincorrono, si cercano e si completano.Si passa da luoghi della memoria storica (Dachau, Goli Otok, le foibe, la guerra ecc...) approdando nelle più retrive bassezze umane.
Una lunga e poderosa "confessione" nella quale Magris fa muovere i fantasmi e le ossessioni umane e dà verbo a chi vuole urlare al mondo il proprio disgusto riuscendo ancora ad indignarsi di fronte al male. Di chi ha ancora la forza e la volontà, dopo aver toccato il fondo, di trovare una via per comprendere.
Nel leggere Alla Cieca si prova una concreta tensione psicologica che inquieta, ma al tempo stesso è una lettura godibilissima di un’opera complessa e difficile che fa percorrere i meandri più nascosti dell’animo umano.
"La Storia è un tavolo operatorio per chirurghi dal polso fermo" o ancora "La vita non è una proposizione o un’asserzione, ma un’interiezione, un’interpretazione una congiunzione tutt’al più un avverbio".
Jorgen Jorgensen, Cippico e gli altri esseri umani che si raccontano e prendono coscienza di se stessi, siamo tutti noi, metaforicamente marinai, partigiani, clandestini, sognatori, sconfitti, rivoluzionari, ribelli, vittime, carnefici nella vita che, pagando il debito dell’esistere, ne ritroviamo il senso facendo "tabula rasa".
Matteo Bottone
Claudio Magris, Alla cieca, Garzanti, Milano 2005
Kelippòt
Colui che crea luce (Jozer or) è la prima delle due benedizioni che, nella tefillà del mattino, precedono lo Shema; esso inizia così:Benedetto tu, Signore Dio nostro, re del mondo, che formi la luce e crei le tenebre; fai la pace e crei ogni cosa. Tu illumini la terra e coloro che vi abitano. Tu rinno-vi ogni giorno, sempre, l’opera della creazione.
Le poesie di Laura Voghera Luzzatto sono intrise di luce: essa si diffonde sul mondo e gli dà vita e forma riscattandolo dal caos e il mondo si rivela nella sua sapiente bellezza. La natura di tale splendore è la stessa di quella che guida alla lettura / di chi cerca – ancora – / in antichi rotoli la Parola.
Gli occhi colmi di luce sfiorano le cose del mondo suscitando un edenico panorama di colori. In queste poesie il colore appare come il segno dell’amore della luce per ogni oggetto su cui si posa. Poesia che nasce da occhi che accarezzano, percorrono ogni particolare con struggente partecipazione, con una gioia ansiosa. Gli occhi, infatti, sono anche strumento di appropriazione, di possesso. Guardare, per l’autrice, ha anche e soprattutto la funzione di trattenere la realtà, di proteggerla, di conservarla nel suo aspetto creazionale per impedirle di corrompersi, di deviare verso la dissoluzione: campanili incastonati / e appiattiti su luce diffusa / nitidi su tetti e altane / ravvicinati / per farsi nominare / ad uno ad uno. Nominare con amorosa ostinazione le cose vuol dire farle vivere e collaborare a rinnovare ogni giorno, sempre, l’opera della creazione.
Con la stessa sollecitudine lo sguardo si rivolge indietro a cercare i ricordi perché la memoria non si cancelli. La tradizione che lega i padri ai figli, una catena appesa all’infinito, deve rimanere intatta e protetta dalle atrocità che volevano spezzarla e disperderla nel nulla.
La poesia della presenza coincide con la poesia della memoria: un graffito a Ferrara che serba tracce di vite lontane, la mazzà inzuppata nel latte, le castagne bollite / sfregolate zuccherate / che la nonna inventava /, il profumo della Parola nella Sinagoga di Venezia, i vecchi lunari che raccontano le gioie e i lutti / nel girotondo che ci trascina / tutti / dalla creazione del mondo /.
La catena subisce scosse strazianti quando si impone l’esperienza della morte delle persone care: la madre, il padre, il fratello caduto nella guerra del Kippur. Sono i momenti in cui la casa abito avvolgente che accarezza le sinuosità dell’anima appare nel dolore vuota d’anima e di memoria. Ci sono tuttavia le creature nuove che si affacciano con lieta prepotenza alla vita (A Talia, Leone): allora la catena resiste e sarà segno di pace deporre una pietra sulle lapidi.
L’ansia di pace è il tema che domina le ultime, intense poesie del libro: la speranza di possibili storie di pace di Israele con gli altri fratelli, l’invito a cercare sulla terra / il fuso per filare insieme /.
Kelippòt è un libro di grande densità poetica: il lettore vi coglie la cortesia di chi apre con liberalità una porta per farlo entrare nel suo mondo. La voglia di accoglienza ha una sua intenerita realizzazione nella prima parte dove prevalgono poesie nella lingua di Venezia che contribuisce con la sua dolcezza all’affabilità dell’incontro.
Giorgio De Alessi
Laura Voghera Luzzatto, Kelippòt, poesie, Giuntina, Firenze 2005